La fattoria Peršmanhof oggi

Mentre nella vicina Stiria, Graz, seconda città dell’Austria, si appresta a essere amministrata per la seconda volta dalla sindaca comunista Elke Kahr, segno delle contraddizioni presenti anche in questo Paese, percorro assieme al compagno della ZZB NOB di Kobarid/Caporetto le vallate friulane e carniche che ci portano verso la meta odierna: Peršmanhof in Carinzia. Dal nome della località si desume che ci troviamo nella parte della Carinzia abitata da sloveni. Il caldo è veramente elevato in queste giornate e frotte di turisti di varie nazionalità si riversano verso il mare Adriatico o affollano i più freschi laghi della regione carinziana. Il nostro però non è un semplice viaggio di piacere, come ANPI abbiamo ricevuto un invito da parte del presidente dell’Associazione dei partigiani carinziani, Nikolaj Orasche, a partecipare all’81° anniversario dell’eccidio della fattoria Peršmanhof.

I cittadini austriaci si riuniscono nella Heldenplatz per ascoltare la dichiarazione di annessione di Hitler

Come è noto l’Austria, il 13 marzo 1938, venne annessa (Anschluss) al Terzo Reich nel più ampio programma di realizzare la Grande Germania. Per le popolazioni slovene presenti nel territorio cariniziano fin dal VI secolo si tratta di sopravvivere alla germanizzazione forzata caratterizzata da persecuzione e oppressione già sperimentata dall’Italia fascista nei territori parte del Regno d’Italia dopo la ridefinizione del confine orientale con il trattato di Rapallo nel 1920.

Civili sloveni deportati nel campo di Želeska cesta/Ebenthaler Strasse a Klagenfurt/Celovec – 15 aprile 1942. Foto tratta dla libro di Lisa Rettl, Gudrun Blohberger – Peršman – Zveza koroških partizanov, Društvo Peršman – Wallstein – 2014

Con il fascismo l’Italia è stata modello ed esempio nella repressione del dissenso politico e della forzata omologazione delle minoranze nazionali con metodi coercitivi e violenti. Nel 1941, con l’aggressione al Regno di Jugoslavia, le forze dell’Asse, Italia e Germania, si spartiscono il territorio sloveno stimolando la nascita di quello che sarà il più potente esercito partigiano d’Europa. Nel sud dell’Austria, dove si trova la fattoria Peršmanhof, la minoranza slovena e oppressa, vessata, deportata in diversi campi della Volksdeutsche Mittelstelle [1] dal campo di Želeska cesta/Ebenthaler Strasse di Klagenfurt/Celovec e da qui anche verso altri campi. L’intento era quello di procedere, almeno per una parte di loro, alla re-germanizzazione [2].

Un battaglione della Divisione d’assalto Garibaldi Natisone schierato a Pecina, Slovenia (archivio fotografico ANPI nazionale)

Il movimento partigiano si consolida quindi con l’apporto degli sloveni ma anche con la presenza di antifascisti di altre nazionalità, tra i quali, dopo l’8 settembre anche gli italiani della futura Divisione d’assalto “Garibaldi Natisone”. In particolare, in questa regione, vi è l’apporto di due brigate internazionali: una composta da prigionieri russi e polacchi (Kompania Stary) e l’altra da prigionieri francesi (Brigade française Libertè) fuggiti dal campo di Loibl. Le formazioni partigiane inglobano anche disertori antifascisti austriaci della Wehrmacht.

Partigiani della “Brigade française Libertè” nel maggio del 1945 Foto tratta dal libro di Lisa Rettl

La Resistenza jugoslava e slovena inizia quindi nel 1941 e in questa zona i combattimenti continueranno poi, con sanguinose battaglie, nonostante la resa della Wehrmacht, fino al 15 maggio 1945. Senza voler qui approfondire tutte le fasi della complessa vicenda resistenziale in queste zone fin dal 1942, la fattoria Peršmanhof diventa un centro di Resistenza partigiana. Il 25 aprile 1945 membri del 13º reggimento di polizia SS massacrano 11 civili della famiglia Sadovnik e Kogoj tra i quali sette bambini.

La fattoria Peršmanhof nel 1946. Foto dal libro citato

Nel dopoguerra il desiderio di annessione alla patria slovena di questa minoranza viene pesantemente osteggiato e soffocato dagli alleati britannici, alla cui amministrazione è assegnata la regione. Peršmanhof diviene, per gli sloveni antifascisti, un santuario della memoria. Nel novembre 1946 vengono traslati, alla presenza di circa 2.000 persone e delle autorità del governo della Carinzia, i resti di 83 partigiani, provenienti da fosse comuni e varie località della zona, nel cimitero della località di Volkenmarkt/Velikovec.

Nel 1947 in questo cimitero viene inaugurato un grande Memoriale che ricorda la lotta di Resistenza in Carinzia, un memoriale partigiano dedicato a coloro che caddero per la libertà contro il fascismo. Il travagliato dopoguerra si manifesterà anche con l’aperto ostracismo verso gli sloveni da parte delle autorità carinziane, che a questa cerimonia, a differenza dell’anno precedente, non presenziarono. A dimostrazione del pesante clima, il 10 settembre 1953 il monumento verrà distrutto con un attentato dinamitardo e le autorità carinziane non consentiranno la sua ricostruzione e restauro.

Sopralluogo dopo l’attentato che ha distrutto il monumento nel 1953. Foto dal libro

Nel 1983 la parte scultorea del monumento, restaurata a cura dell’Associazione dei partigiani carinziani, è stata collocata nello spazio antistante Peršmanhof. Il monumento è ora dedicato ai partigiani provenienti da otto nazioni caduti in queste zone. L’anno precedente, il 1982, Peršmanhof diviene luogo celebrativo della Resistenza e dell’eccidio del 25 aprile 1945.

27 luglio 2025, il blitz della Polizia a Peršmanhof

Nel 2012 la struttura viene ampliata e trasformata in un museo storico bilingue, sloveno e tedesco, con annessa struttura ricettiva. Vi si svolgono incontri commemorativi e culturali e da qualche anno un campo internazionale antifascista per giovani. Nell’edizione del campo internazionale del 2025, anno nel quale ricorreva l’80º dell’eccidio, la struttura, luogo della memoria antifascista, ha subito una vergognosa profanazione da parte della polizia austriaca. Il blitz ha coinvolto 30 agenti di polizia, tra i quali membri delle forze speciali, supportati da elicotteri, droni e unità cinofile.

Il monumento a Peršmanhof

Il grave fatto ha dato vita a una commissione d’inchiesta governativa supportata da Amnesty International i cui esiti hanno giudicato l’operazione di polizia in più punti illegittima, sproporzionata e ingiustificata e ha determinato il trasferimento ad altro incarico del responsabile dell’operazione che «aveva agito in autonomia». Si tratta comunque di una gravissima interferenza che ha collocato sul piano dell’illegalità democratica le forze di polizia mentre ha evidenziato la reazione civile, composta e legale dell’Associazione dei partigiani carinziani e degli antifascisti presenti sul posto o intervenuti successivamente.

Il 28 giugno uno dei discorsi commemoratvi è stato tenuto dalla regista Andrina Mračnikar (sulla sinistra si intravedono la vicepresidente del Društvo Peršman – l’Associazione che gestisce il Museo – e il presidente dell’Associazione dei Partigiani carinziani, Nikolaj Orasche)

Nel discorso commemorativo di quest’anno, tenuto dalla regista Andrina Mračnikar, sono da sottolineare due passaggi: «Quello che accade qui nel 1945 è quasi impossibile da descrivere a parole. Altrettanto difficile fu la vita dopo, con la perdita dei familiari e un trauma profondo di cui all’epoca si parlava raramente. A ciò si aggiunse il clima politico del dopoguerra in Austria, che per lungo tempo non diede alle vittime del nazionalsocialismo e della Resistenza il riconoscimento che meritavano». E poi: «Il fatto che proprio questo museo sia diventato bersaglio di una vasta operazione di polizia è sconvolgente. Molti sloveni della Carinzia hanno rivissuto i tempi in cui le autorità statali perseguitavano ed espellevano le loro famiglie. Quando le persone non possono più fidarsi della polizia e delle istituzioni statali per la tutela dei loro diritti, sorgono paura e insicurezza. Proprio per questo non dobbiamo perderci d’animo. Anche se a volte manca la speranza visti gli eventi mondiali attuali, dobbiamo opporci con fermezza al fascismo, al nazionalismo e all’estremismo di destra e dobbiamo schierarci con decisione al fianco delle vittime, tutte le vittime del fascismo e delle dittature».

Parole queste ultime che risuonano come un manifesto internazionale antifascista a cui l’ANPI non rimane sorda.

Luciano Marcolini Provenza, presidente Anpi Cividale del Friuli, vicepresidente Anpi provinciale Udine


NOTE

[1] La *Volksdeutsche Mittelstelle* (Ufficio di collegamento per i tedeschi etnici; sigla ufficiale VoMi) era un ente del Reich tedesco incaricato di attuare gli obiettivi della politica etnica nazionalsocialista riguardanti i “tedeschi etnici” (*Volksdeutsche*) residenti al di fuori del Reich. Sotto lo slogan “Ritorno al Reich” (*Heim ins Reich*), l’ente organizzava principalmente il trasferimento e la sistemazione dei tedeschi etnici durante il loro reinsediamento da territori stranieri verso le regioni di confine orientali annesse. Nel giugno 1941, la *Volksdeutsche Mittelstelle* divenne un Ufficio centrale delle SS (*SS-Hauptamt*) alle dirette dipendenze del *Reichsführer-SS*
[2] Il programma “Eindeutschung”, fortemente voluto da Heinrich Himmler, prevedeva la deportazione forzata degli abitanti di determinate regioni europee considerate “etnicamente rilevanti”. Dopo aver invaso la Jugoslavia nell’aprile del 1941, i nazisti attuarono una campagna di pulizia etnica, deportando gli sloveni da una “striscia di confine tra i fiumi Sava e Sotla e reinsediando la zona con i Volksdeutsche (profughi di origine tedesca) provenienti dalla regione di Kočevje (Gottschee) e da altre zone. Questa “striscia di confine”, la Bassa Stiria e l’Alta Carniola (Oberkrain), faceva parte da tempo dell’Impero asburgico. Gli esaminatori intervennero immediatamente per individuare le persone considerate “razzialmente rilevanti”, le quali, insieme a coloro che erano ritenute “politicamente inaffidabili”, vennero inviate in Germania per la Wiedereindeutschung (deportazione) o semplicemente per l’internamento (coloro che appartenevano a gruppi razziali indesiderati venivano inviati a sud, in Serbia e Croazia). Entro la metà del 1942, i nazisti avevano deportato 37.000 sloveni in 340 campi di reinsediamento separati, i cosiddetti campi VoMi, che si estendevano da Graz a sud, fino a Breslavia a nord e oltre. Molti passavano per il Sammellager di Reichenburg, nella Slovenia orientale, diretti verso il Reich. In Slovenia si sviluppò rapidamente un movimento di Resistenza e migliaia di partigiani furono giustiziati. Molti bambini “di valore razziale” dei partigiani, definiti Banditenkinder, venivano rapiti e inviati in campi come Frohnleiten. La maggior parte veniva poi mandata in case famiglia Lebensborn in Germania per essere successivamente adottata da famiglie tedesche, e non rivedeva mai più la propria famiglia o la propria patria. Questo era solo un piccolo tassello di un quadro molto più ampio: alla fine della guerra, cinquantamila bambini “germanizzabili” erano stati sottratti ai territori occupati (tra cui Norvegia, Belgio, Olanda, Polonia e Russia) e inviati in case famiglia Lebensborn o direttamente a famiglie in attesa in Germania. Il personale della RuSHA e della VoMi usò il proprio potere per rapire i figli dei prigionieri della Gestapo, per sottrarre bambini dagli orfanotrofi e persino per allontanarli dalle famiglie già esistenti. In molti casi, i bambini che avevano la sfortuna di possedere un aspetto “ariano” venivano semplicemente prelevati dalla strada. Quando gruppi di bambini venivano portati via in massa (come nel caso della distruzione del villaggio di Lidice), la selezione razziale avveniva a posteriori: alcuni bambini considerati i più adatti venivano dati in adozione, mentre gli altri, quelli appartenenti a gruppi razziali “indesiderabili, venivano semplicemente uccisi.

FONTI E BIBLIOGRAFIA

Sito del museo Peršmanhof
Lisa Rettl, Gudrun Blohberger – Peršman – Zveza koroških partizanov, Društvo Peršman – Wallstein – 2014
Le immagini storiche che pubblichiamo sono tratte dal libro citato