Pubblicato da Viella nel 2026 nella collana I processi per i crimini di guerra tedeschi in Italia, curata da Marco De Paolis e Paolo Pezzino e inaugurata nel 2016 con La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013, Le stragi sulle Apuane si inserisce in un articolato progetto editoriale dedicato alla ricostruzione storica e giudiziaria dei crimini commessi dalle forze tedesche e dai loro collaboratori durante l’occupazione dell’Italia. Dopo i volumi dedicati a Sant’Anna di Stazzema, Cefalonia e Monte Sole-Marzabotto, il nuovo libro affronta gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca, proseguendo una linea di ricerca nella quale storia, processo e documentazione vengono sistematicamente posti in relazione.

Monumento per l’eccidio del ponte di Bardine (da memo.anpi.it Foto Giovanni Baldini)

Il volume ricostruisce gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca, collocandoli all’interno della progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana nell’estate del 1944, e ne segue al tempo stesso la lunga e complessa vicenda giudiziaria. La struttura dell’opera riflette questa duplice prospettiva: al saggio storico di Paolo Pezzino, dedicato alla ricostruzione degli eventi e alla loro memoria (pp. 7-80), si affianca il contributo di Marco De Paolis, incentrato sulle indagini e sui procedimenti giudiziari (pp. 81-138), mentre una sezione conclusiva presenta una selezione di documenti processuali (pp. 139-174). Il risultato è un libro che affronta le stragi non soltanto come eventi da ricostruire, ma anche come fatti la cui conoscenza è stata profondamente condizionata dalle vicende successive della memoria, delle indagini e della giustizia.

Partigiani in Lunigiana

Il punto di partenza della ricostruzione di Pezzino è il progressivo mutamento, tra la primavera e l’estate del 1944, dei rapporti tra occupanti tedeschi, popolazione civile e formazioni partigiane. Se nell’aprile la documentazione tedesca relativa alle province di Lucca e Apuania descriveva ancora una situazione relativamente stabile, caratterizzata soprattutto dalle esigenze dell’amministrazione, dall’evacuazione delle popolazioni prossime al fronte e dal reperimento della forza lavoro, l’avanzata alleata e il rafforzamento della Resistenza modificarono rapidamente il quadro. Le Apuane e la Lunigiana acquisirono un’importanza strategica sempre maggiore e la presenza partigiana divenne, agli occhi dell’occupante, una minaccia crescente. La conseguenza fu una progressiva trasformazione della guerra antipartigiana: la repressione cessò di essere rivolta esclusivamente contro i combattenti e investì sempre più direttamente le comunità civili, considerate parte dell’ambiente nel quale la Resistenza trovava sostegno.

Truppe tedesche in Toscana

Uno dei meriti dell’analisi di Pezzino consiste nel rifiuto di ogni interpretazione monocausale. La violenza viene ricondotta all’interazione tra strategia militare tedesca, ideologia persecutoria, controllo del territorio, vicinanza del fronte, attività partigiana e progressiva radicalizzazione delle operazioni di rastrellamento. La presenza della Resistenza costituisce dunque un elemento imprescindibile per comprendere la dinamica degli eventi, ma non viene trasformata in una spiegazione automatica – né tanto meno in una giustificazione – della violenza contro i civili. Allo stesso modo, l’autore ricostruisce la pluralità delle formazioni partigiane operanti nell’area, mettendone in luce divisioni politiche, difficoltà organizzative e problemi di coordinamento. Questa attenzione alla complessità della Resistenza impedisce di rappresentarla come un soggetto perfettamente unitario e omogeneo, senza per questo stabilire alcuna indebita equivalenza tra la violenza esercitata dalle formazioni partigiane e quella sistematica praticata dalle forze di occupazione e dai loro collaboratori.

La ricostruzione della strage di Bardine costituisce uno dei primi momenti della sequenza di violenze analizzata nel volume. Il 17 agosto 1944 un reparto partigiano attaccò una colonna tedesca impegnata nel trasporto di bestiame requisito alla popolazione. L’azione provocò vittime tra i tedeschi e la cattura di alcuni militari; due giorni dopo, il 19 agosto, 53 uomini precedentemente catturati a Sant’Anna di Stazzema e detenuti a Nozzano Castello furono trasportati a Bardine e fucilati dalla Feldgendarmerie. I cadaveri vennero lasciati esposti in modo deliberatamente intimidatorio, alcuni legati alla carcassa di un automezzo tedesco danneggiato nello scontro, altri agli alberi e ai pali dei vigneti. La violenza assumeva così una precisa funzione esemplare: non si trattava soltanto di punire presunti responsabili, ma di terrorizzare l’intera popolazione.

Colonna dei Martiri di Valla (da memo.anpi.it Foto Piero Cocconi)

Nella stessa giornata la repressione si estese a San Terenzo Monti e a Valla. Il parroco don Michele Rabino venne ucciso nella canonica da due militari tedeschi e tre uomini furono ammazzati a Tendola. A Valla, invece, almeno 103 abitanti di San Terenzo, soprattutto donne, anziani e bambini che avevano cercato rifugio in una casa colonica, furono prelevati e uccisi. La sequenza Bardine-San Terenzo-Valla mostra quindi con particolare chiarezza il passaggio dalla rappresaglia contro un episodio di guerriglia alla violenza indiscriminata contro una comunità civile. È proprio questo passaggio che permette di comprendere la natura degli eventi successivi e, in particolare, l’operazione contro Vinca.

Monumento per la strage di Vinca (da memo.anpi.it Foto Piero Cocconi)

Il caso di Vinca presenta, infatti, caratteristiche ancora più drammatiche. Il 18 agosto, lungo la strada tra Monzone e Vinca, venne ucciso un ufficiale tedesco. Le fonti non concordano pienamente sulle circostanze dell’episodio e sull’identità degli autori; Pezzino mantiene opportunamente aperta la questione, evitando di trasformare una documentazione contraddittoria in una certezza. Ciò che appare invece evidente è la decisione tedesca di procedere a una vasta operazione di Säuberung, cioè di “ripulitura” del territorio, pianificata da Helmut Looß e affidata sul terreno ai comandanti delle unità impegnate. La mattina del 24 agosto una lunga colonna militare raggiunse Vinca risalendo la valle del Lucido. Il paese venne circondato e, poiché molti degli uomini avevano già cercato rifugio nei boschi, furono le donne, gli anziani e i bambini, rimasti nelle abitazioni, i bersagli della brutale violenza nazista e fascista. L’operazione non si limitò dunque alla ricerca dei partigiani, ma comportò una sistematica ricerca degli abitanti e la distruzione delle case “hanno girato tutti i posti, come a cercare le lumache, hanno girato tutti i buchi”, ha testimoniato Adone Morani (p. 47). Il 25 agosto il rastrellamento proseguì con particolare intensità, estendendosi alle montagne, alle grotte e agli anfratti nei quali i civili avevano cercato di nascondersi. Il 27 agosto un’ulteriore colonna raggiunse la zona orientale del territorio di Vinca, provocando altre vittime. Secondo la ricostruzione di Pezzino e i dati dall’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, le vittime di Vinca furono 162, in grande maggioranza donne, bambini e anziani. Il numero va tuttavia letto tenendo conto della più ampia estensione territoriale dell’operazione: infatti una sequenza di rastrellamenti e uccisioni tra il 24 e il 27 agosto interessò anche Gragnola, Monzone, Equi Terme, Tendola, Tenerano, Gallogna, Viano, Bardine, Cecina, Vezzanello, Corsano e Guadine.

Dall’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia

Bardine, Valla e Vinca emergono così come tre episodi distinti ma strettamente connessi di una medesima fase di radicalizzazione della guerra antipartigiana. Bardine evidenzia l’uso della rappresaglia e dell’esposizione dei cadaveri come strumento di intimidazione; Valla mostra l’uccisione indiscriminata di una comunità civile rifugiatasi in un luogo ritenuto sicuro; Vinca porta questa logica a una dimensione territoriale ancora più ampia, attraverso un’operazione di “ripulitura” protrattasi per più giornate, caratterizzata da rastrellamenti, incendi, uccisioni nelle abitazioni e ricerca sistematica dei civili nei boschi e nelle cavità montane. Nella strage di Vinca assume particolare rilievo la partecipazione italiana alla strage. La violenza non fu infatti esercitata esclusivamente dalle unità tedesche: all’operazione presero parte anche uomini della Brigata Nera di Carrara, la formazione fascista della Repubblica Sociale Italiana conosciuta nella memoria locale anche con il nome di “Mai Morti”, oltre a elementi della Guardia Nazionale Repubblicana. La loro presenza costituisce un elemento essenziale per comprendere pienamente la natura dell’eccidio e impedisce di ridurlo a una strage esclusivamente tedesca. La documentazione ricostruita nel volume mostra che la Brigata Nera di Carrara fu direttamente coinvolta nell’operazione. Particolarmente significativa è la vicenda di Giulio Lodovici, vicecomandante della formazione, che interrogato a Roma l’8 luglio 1949, dichiarò che, convocato al comando tedesco di Carrara, gli fu imposto di fornire circa 100 uomini per farli partecipare ad un’operazione; secondo Reder, invece, si era offerto spontaneamente (p. 59).

Monumento di Mandrione in memoria dei Martiri di Vinca (damemo.anpi.it Foto Piero Cocconi)

Altre testimonianze, tra cui quelle dell’interprete Giulio Riedler e dell’ufficiale tedesco Max Saalfrank, restituiscono però un quadro nel quale Lodovici avrebbe accettato volontariamente di partecipare al rastrellamento, mettendo a disposizione circa metà degli uomini della Brigata. La divergenza riguarda dunque il grado di autonomia dell’adesione fascista, non l’effettiva partecipazione della formazione all’operazione. Questo elemento è particolarmente importante sul piano storiografico. Gli uomini della Brigata Nera non svolsero infatti una funzione esclusivamente ausiliaria, ma furono coinvolti concretamente nelle operazioni di rastrellamento e nella violenza contro i civili. La documentazione processuale attribuisce loro l’uccisione di numerose persone in diverse località dell’area, tra cui donne e bambini. La strage di Vinca deve pertanto essere definita propriamente come nazifascista, riconoscendo la responsabilità delle strutture militari tedesche che organizzarono e diressero l’operazione, ma anche il ruolo attivo svolto dalle formazioni della RSI. Questa precisazione permette di superare una lettura nella quale la responsabilità italiana venga ridotta a una generica collaborazione o a un semplice supporto logistico.

La bandiera delle Brigate Nere

La partecipazione della Brigata Nera acquista ulteriore rilievo alla luce del successivo percorso giudiziario. Nel 1950, 64 appartenenti alla formazione furono processati a Perugia per i crimini commessi a Vinca e Bergiola Foscalina; undici furono condannati all’ergastolo, mentre Giulio Lodovici era stato prosciolto nel 1948 per insufficienza di prove. “La sentenza d’appello, apparentemente severa nel giudicare l’operato dei brigatisti, e nel confermare per i più le risultanze del processo di Perugia, attraverso un escamotage tecnico, la concessione di attenuanti anche a chi non le aveva richieste, otteneva l’effetto di liberare quasi tutti coloro che erano ancora in carcere, l’ultimo fu liberato nel 1955” (p. 76), non rendendo, di fatto, giustizia alle vittime di quegli eccidi. La vicenda dimostra comunque che l’accertamento delle responsabilità per le stragi delle Apuane non riguarda esclusivamente i militari tedeschi, ma coinvolge anche gli apparati della Repubblica Sociale Italiana. Il confronto tra il processo contro gli uomini della Brigata Nera e il procedimento contro Walter Reder permette di ricostruire la natura articolata della violenza nazifascista, nella quale strutture tedesche e formazioni fasciste italiane operarono in collaborazione.

Walter Reder

In questa prospettiva, la figura di Walter Reder rimane centrale, ma non può esaurire la spiegazione degli eccidi. Il comandante del reparto esplorante della XVI Divisione SS fu uno dei principali protagonisti della sequenza di stragi che nell’estate e nell’autunno del 1944 colpì diverse aree dell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia, uno degli aspetti più significativi del lavoro di De Paolis consiste proprio nell’allargamento dell’attenzione dalle figure di vertice ai numerosi soggetti che contribuirono concretamente alla realizzazione delle operazioni criminali. La responsabilità deve essere quindi ricostruita articolando i diversi livelli della catena di comando, dell’organizzazione, della collaborazione e dell’esecuzione. È questa prospettiva che consente al volume di superare una concezione della strage come semplice espressione della volontà di un comandante. La violenza di Vinca fu il prodotto di un’operazione collettiva, resa possibile dall’intervento coordinato di più unità e dalla collaborazione di formazioni fasciste italiane. La ricerca delle responsabilità individuali assume così anche un valore storiografico: individuare chi partecipò materialmente alle operazioni significa comprendere il funzionamento concreto della macchina repressiva e non soltanto identificare il suo vertice.

Max Simon

La seconda grande direttrice dell’opera riguarda la lunga storia della giustizia, dal primo processo alleato (sentenza contro il generale Max Simon, emessa il 26 giugno 1947) al processo contro la Brigata Nera (Perugia, 1950) e al processo contro Walter Reder (Bologna, 1951), fino al successivo procedimento giudiziario avviato nel 2008 presso il Tribunale Militare di La Spezia e concluso nel 2009 presso il Tribunale Militare di Roma, frutto di “indagini lunghe e complesse e un giudizio dibattimentale altrettanto lungo e faticoso” (p. 110). La distanza temporale tra i due procedimenti costituisce uno degli elementi più significativi della vicenda: oltre mezzo secolo separa il crimine dall’ultima stagione investigativa.

Monumenro ai Martiri delle Apuane (da memo.anpi.it Foto Giovanni Baldini)

La riapertura delle indagini dimostra tuttavia come il processo non sia soltanto il luogo nel quale una conoscenza storica già acquisita viene trasformata in una decisione giudiziaria. L’indagine giudiziaria diventa essa stessa uno strumento di produzione di conoscenza, attraverso il recupero della documentazione, l’individuazione di nuovi elementi, la rilettura delle testimonianze e la ricerca delle responsabilità individuali. In questo senso, il lavoro investigativo condotto decenni dopo gli eventi consente di ricostruire aspetti che i procedimenti del dopoguerra non avevano potuto o voluto approfondire.

Il monumento in memoria dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema

“I nuovi processi celebrati cinquant’anni più tardi ai “volenterosi” collaboratori di Reder (nel 2006 e nel 2008), invece, al pari degli altri riguardanti le stragi di S. Anna di Stazzema, Civitella, San Polo e tanti altri, sono il frutto di una diversa e nuova sensibilità giuridica e di una considerazione realistica delle singole responsabilità in rapporto alla peculiare tipologia dei fatti criminosi perpetrati. In questa nuova visione del quadro accusatorio viene fatto fermamente perno sulla inescusabilità di una condotta che non può farsi scudo della obbligatorietà degli ordini superiori (illegittimi) […], resta il fondamentale principio della obbligatorietà per il militare di eseguire soltanto gli ordini legittimi e di non eseguire quelli manifestamente criminosi […]. La scelta fatta in precedenza, di attribuire la responsabilità penale per fatti così grandi e catastrofici soltanto a singoli uomini (ai Comandanti), senza sottoporre al giudizio anche i necessari e determinanti contributi individuali dei tanti collaboratori ed esecutori, ha significato – di fatto – ridurre la portata e l’effetto devastante di simili atrocità. La responsabilità del loro – criminale – compimento va invece suddivisa e attribuita fra i tanti soggetti, i tanti militari che resero possibile la realizzazione di simili abomini. Solo così è possibile cogliere interamente la portata effettiva del male compiuto verso migliaia di vittime innocenti e la sua dimensione reale”. (p. 115-116).

Palazzo Cesi, dove vennero occultati nell’Armadio della vergogna 695 fascicoli con i dossier sulle stragi nazifasciste in Italia e un registro con 2.274 notizie di reato

Il problema della giustizia tardiva si intreccia inevitabilmente con quello del cosiddetto “armadio della vergogna” (p. 84). L’occultamento dei fascicoli sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione tedesca ebbe conseguenze profonde sulla possibilità di procedere tempestivamente contro i responsabili. Nel caso di San Terenzo Monti e Vinca, il ritardo compromise per decenni l’accertamento giudiziario e lasciò le famiglie delle vittime prive di una risposta. Il tempo della giustizia diventa così parte integrante della storia delle stragi: il silenzio istituzionale, l’occultamento dei documenti e la tardiva riapertura delle indagini costituiscono a loro volta elementi che devono essere studiati e interpretati.

Lo storico orale Giovanni Contini

Particolarmente significativo è, inoltre, il rapporto tra memoria e storia. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni, anche grazie al lavoro dello storico orale Giovanni Contini, restituiscono una memoria locale complessa, nella quale convivono ricordi differenti e talvolta contraddittori. Pezzino sottopone le memorie alla critica storica e le interpreta come parte della sedimentazione del trauma e della memoria collettiva. Questa scelta metodologica è importante perché mostra come la memoria delle vittime e dei sopravvissuti debba essere rispettata senza rinunciare alla verifica critica delle testimonianze. In questo senso, uno dei principali meriti del volume consiste proprio nella capacità di distinguere tra memoria e storia senza contrapporle. La memoria conserva l’esperienza del trauma, mentre la ricerca storica deve confrontare le testimonianze con documenti militari, fonti giudiziarie e altre evidenze disponibili. Le contraddizioni non vengono necessariamente eliminate, ma diventano esse stesse oggetto dell’indagine. La scientificità della ricerca non deriva dunque dalla costruzione di una narrazione perfettamente uniforme, bensì dalla capacità di esplicitare le divergenze e di valutarle sulla base della provenienza, della cronologia e delle condizioni nelle quali le diverse fonti sono state prodotte.

La mappa dell’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia

Da questo punto di vista, Le stragi sulle Apuane mostra efficacemente come la storia di una strage non possa essere ridotta alla semplice individuazione di una data e di un numero di morti. Occorre ricostruire il contesto militare, le modalità dell’operazione, la composizione dei reparti, le responsabilità dei comandanti e degli esecutori, le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti, le trasformazioni della memoria e il lungo percorso giudiziario. È proprio questa pluralità di livelli a conferire al volume il suo principale valore scientifico.

Veduta panoramica delle Alpi Apuane al tramonto

La grande forza del libro risiede anche nella capacità di far dialogare storia e giustizia senza confonderne le funzioni. Lo storico ricostruisce contesti, strutture, dinamiche e processi; il giudice deve invece accertare responsabilità individuali sulla base delle prove e delle norme giuridiche. Nel caso dei crimini di guerra, tuttavia, le due prospettive si alimentano reciprocamente: la documentazione processuale costituisce una fonte storica di grande valore, mentre la ricerca storica fornisce il contesto indispensabile per interpretare le singole condotte. La sezione documentaria finale rafforza ulteriormente questa impostazione, permettendo al lettore di entrare direttamente in contatto con alcuni degli atti sui quali si fonda la ricostruzione processuale. Il documento non viene quindi utilizzato semplicemente come illustrazione del testo, ma come parte integrante del percorso conoscitivo. Ne emerge una concezione della ricerca nella quale interpretazione e documentazione rimangono strettamente legate e nella quale il lettore viene messo nelle condizioni di verificare almeno in parte il rapporto tra fonti e ricostruzione.

Lo storico Paolo Pezzino e l’ex procuratore militare Marco De Paolis (Imagoeconomica)

Nel complesso, Le stragi sulle Apuane rappresenta un contributo significativo alla storiografia sui crimini di guerra tedeschi e fascisti in Italia. Il suo valore non consiste soltanto nell’aggiungere nuove informazioni sugli eccidi di Bardine, Valla e Vinca, ma soprattutto nel proporre una lettura capace di integrare storia militare, storia della Resistenza, storia della violenza, memoria e giustizia. Pezzino ricostruisce la progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana e le dinamiche locali che condussero agli eccidi; De Paolis segue invece la lunga vicenda dell’accertamento giudiziario e mostra le difficoltà e le potenzialità della ricerca delle responsabilità individuali. Il volume dimostra, in definitiva, che la storia di Bardine, Valla e Vinca non si esaurisce nell’estate del 1944. Dopo il tempo della strage sono venuti quello della memoria, quello dell’oblio, quello della ricerca e, infine, quello della giustizia. Ricostruire questi diversi tempi significa comprendere non soltanto come si produca una strage, ma anche come una società possa conservarne, deformarne o rimuoverne la memoria e come, a distanza di decenni, sia possibile tentare di ristabilire una verità documentaria e giudiziaria. In questa prospettiva, Le stragi sulle Apuane non è soltanto una ricostruzione di tre eccidi, ma un’indagine sulla lunga durata del crimine, della memoria e della giustizia.