Negli ultimi decenni la narrazione storica dei conflitti del 900 ha subito una profonda modificazione, soprattutto nella direzione di un sostanziale spostamento di paradigma in forza del quale la sottolineatura del carattere “totale” delle due guerre che nell’arco di un trentennio hanno insanguinato il continente europeo ha comportato la messa in discussione di un approccio storiografico esclusivamente o prevalentemente politico e militare e l’avvio di una progressiva estensione del campo della ricerca fino a indagare le pieghe più nascoste della società e a interrogarsi sul modo in cui ciascun conflitto è stato vissuto nelle comunità minori, dai gruppi sociali, dalle famiglie e dai singoli individui, restituendo la parola a quanti, in passato non erano stati presi in considerazione, se non come passivi destinatari di decisioni prese da statisti e generali. Questo approccio innovativo ha dato luogo a numerosi studi, il cui apporto si è rivelato particolarmente prezioso per la ricostruzione del biennio 1943-1945, quando “l’Italia era spezzata in due” e quando il crollo dello Stato unitario aveva abbandonato ciascuno in balìa di se stesso e rimesso alla coscienza dei singoli scelte che storicamente hanno costituito le prerogative fondanti della sovranità, a partire proprio da quelle riguardanti la guerra e la pace.

Uno dei pannelli di mostra sui mesi di guerra e l’occupazione nazifascista allestita dall’Istituto storico della Resistenza apuana

Nella catastrofe del Paese successivo all’armistizio dell’8 settembre, la frammentazione territoriale comportò anche una differenziazione delle condizioni obiettive nelle quali i singoli, i territori, le comunità percepirono e si rappresentarono il conflitto, e dei modi in cui presero parte ad esso, così che gli stessi temi delle origini della Resistenza, del consenso attorno alle bande partigiane, della resistenza civile e disarmata, del rapporto della popolazione con le truppe di occupazione e con gli apparati della repubblica mussoliniana assumono connotazioni diverse in relazione alle situazioni di fatto che ne costituirono la cornice.

Consapevoli della rilevanza che la storia dei singoli territori può assumere per una narrazione a tutto tondo della realtà italiana durante gli ultimi tre anni della Seconda guerra mondiale, due studiosi, Pierpaolo Ianni e Cristiano Corsini, hanno ripercorso in Hill 366: una storia da raccontare (Venezia, 2019), le vicende belliche svoltesi tra l’inverno del 1944 e la primavera del 1945 nel territorio di Carrara e in particolare nella frazione di Fontia, che si trovò ad essere rinchiusa all’interno del tracciato della linea difensiva nota come Linea gotica, lungo la quale l’esercito tedesco si attestò dopo la ritirata dell’estate del 1944. Sulle carte militari alleate lo stesso territorio era designato come Hill 366, ovvero la collina che sovrasta il lato nord occidentale di Carrara, sulle cui falde si svolse una sanguinosa battaglia che vide una stretta collaborazione tra l’esercito alleato e le formazioni partigiane.

Questo aspetto viene più volte richiamato dai due autori che si sono avvalsi di diverse fonti per sottolineare come non siano mancati, da parte Alleata, numerosi riconoscimenti sulla rilevanza del contributo militare della Resistenza armata nel territorio di Massa e di Carrara: riconoscimenti che varcarono l’oceano, e raggiunsero la grande stampa quotidiana americana, al punto che, come riportano gli autori, sul New York Times del 12 aprile 1945, in un articolo dedicato alle operazioni militari lungo la Linea Gotica, si poteva leggere che “the Partisans had taken a major role in the occupation of Carrara” (i partigiani avevano avuto un ruolo importante nell’occupazione di Carrara): un’affermazione che, ben al di là delle notizie fornite ai bollettini ufficiali, dimostra la rilevanza che la presenza delle formazioni partigiane era andata assumendo nel corso della campagna d’Italia.

Di certo, durante i mesi dell’occupazione tedesca il territorio di Carrara pagò un prezzo molto pesante in termini di vite umane e di distruzioni e fu teatro, tra l’estate e l’autunno del 1944, di tre spietate rappresaglie nazifasciste, a Castelpoggio, Bergola Foscalina e Avenza, al quale va aggiunto l’incendio di Fontia, di cui si dirà più avanti. La violenza dell’occupante tedesco, supportata agli apparati della repubblica mussoliniana, fu tanto più efferata in quanto mirata ad assicurare un controllo assoluto sulla zona del fronte; un obiettivo peraltro mancato, come dimostra un importante episodio di resistenza disarmata, ricostruito nel volume. In quell’estate del 1944, funestata dagli eccidi nazifascisti nel territorio toscano, il comando tedesco aveva ordinato l’evacuazione dell’intera città di Carrara che, tra l’altro, ospitava in quel momento numerosi civile sfollati da altre città duramente colpite dai bombardamento alleati. L’11 luglio, le donne carraresi si mobilitarono in massa per impedire l’esecuzione di un ordine che avrebbe molto probabilmente aumentato a dismisura le già gravi sofferenze della popolazione civile, e costrinsero alla fine il Comando tedesco a ritornare sui propri passi e a ritirare l’ordine di evacuazione. Questo gesto valse alla città il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile, in quanto, come recita la motivazione, “le donne carraresi offrirono un ammirevole contributo alla lotta di Liberazione organizzando una coraggiosa protesta contro l’ordine delle forze di occupazione tedesche di sfollamento della città”.

Un’altra pagina che sarebbe meritevole di ulteriori approfondimenti è quello del reclutamento di manodopera da destinare alla costruzione delle fortificazioni della Linea Gotica: come ricordano gli autori, l’Organizzazione Todt, una delle strutture portanti dello sfruttamento nazista della manodopera dei paesi occupati, si impegnò in uno sforzo straordinario per dare vita, nell’arco di pochi mesi, alla linea di fortificazioni, trincee e posti di osservazione distribuiti lungo la Linea Gotica, cosa che comportò un massiccio impiego di manodopera, il più delle volte coatta, anche se non mancarono arruolamenti volontari, molte volte finalizzati a evitare l’arruolamento nelle formazioni della repubblica sociale. Nel reclutamento, peraltro, l’organizzazione Todt trovò un sicuro e costante sostegno nelle autorità fasciste, che si prodigarono per fornire elenchi e aprire punti di reclutamento, non senza suscitare anche in questo una diffusa opposizione nella popolazione civile, che si concretizzò in defezioni, atti di insubordinazione e persino di sabotaggio, che crearono non poche difficoltà agli occupanti e rappresentano un’altra pagine importante nella vicenda di quanti, pur disarmati, cercarono di contrastare l’occupante.

Un altro dei pannelli della mostra

Attorno alla guerra combattuta, si delinea dunque la vicenda della popolazione civile, della miriade di atti di resistenza e di solidarietà e delle tante figure che ne furono protagoniste: tra di esse, gli autori si soffermano su quella di don Dario Fazzi, parroco della frazione di Fontia, pastore e guida di una comunità che non abbandonò neanche quando essa fu oggetto di una rappresaglia e minacciata  di annientamento, in seguito all’uccisione di un soldato tedesco e del ferimento di un altro in uno scontro con i partigiani; attraverso le testimonianze e i documenti, vengono ricostruiti l’occupazione e l’incendio del paese, il 28 settembre 1944, il sequestro della popolazione civile, le minacce di sterminio, l’assoluzione impartita da don Fazzi ai suoi parrocchiani nella certezza della fine imminente e, da ultimo, la sospensione della sentenza di morte, probabilmente grazie alle parole del soldato tedesco ferito, che, come avrebbe poi narrato lo stesso sacerdote, per la sua coscienza di cattolico non volle attribuire alla responsabilità della popolazione quanto gli era accaduto.

Don Fazzi, anche dopo la guerra, nell’esercizio di un apostolato ispirato all’ideale cristiano di pacificazione, concorse a mantenere vivo il ricordo della rappresaglia nazifascista del settembre 1944, impegnandosi al tempo stesso per fare della chiesa parrocchiale di Fontia, intitolata a Santa Lucia, un vero e proprio tempio della pace, impegno tanto più significativo in quanto proprio la chiesetta, trasformata dai tedeschi in un punto di osservazione fortificato, fu l’epicentro della sanguinosa battaglia nella quale fu impegnato, nell’aprile 1945, il 473° Reggimento di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti, affiancato da reparti partigiani che, grazie alla loro conoscenza del territorio, si rivelarono essenziali per il successo dell’operazione di conquista di Hill 366, non senza la perdita di numerosi combattenti, tra cui il comandante del reggimento, colonnello John James Pelham.

Per questo aspetto, dunque, il lavoro di Ianni e Corsini interviene opportunamente a ricordare che nel pur difficile rapporto che si instaurò tra la Resistenza e gli Alleati e malgrado le diffidenze e gli attriti che si registrarono sovente, soprattutto a livello politico, non mancarono episodi di cooperazione e di una intesa cementata sul campo e confermata dalle numerosi attestazioni dell’importanza e del valore delle formazioni partigiane da parte delle forze armate alleate.

Il riconoscimento del particolare legame di memoria con i reparti statunitensi che combatterono nel territorio di Carrara (vanno ricordati, oltre al 473° Reggimento, il 442° Reggimento di fanteria, composto prevalentemente da soldato nippo-americani e la 92° Divisione di fanteria afro-americana), costituisce il contesto nel quale si inserisce quello che il presidente dell’Istituto storico della Resistenza apuana, Paolo Bissoli, nella sua prefazione al volume definisce opportunamente un “cammeo”, ovvero il saggio di Pierpaolo Ianni, collocato in appendice, dedicato alle vicende del consolato degli Stati Uniti a Carrara, istituito sin dalla metà del XIX secolo, prima ancora dell’Unità d’Italia: una presenza che, nata in conseguenza dell’intensa attività di importazione negli Stati Uniti dei marmi di Carrara (chiunque si trovi a visitare Washington può constatare la larghezza dell’impiego di quel marmo, soprattutto negli edifici pubblici) si è di arricchita nel corso degli anni di scambi che sono andati oltre la mera dimensione commerciale, rappresentando per molti anni un non trascurabile canale di comunicazione tra Italia e Stati Uniti.


Su http://resistenzaapuana.it/pannelli/31-a-b-c/c/, sito dell’istituto, la cronologia dei mesi di guerra a Carrara