Marc Bloch, uno degli storici più importanti del secolo scorso ed eroe della Resistenza, il 23 giugno 2026 ha ricevuto il massimo riconoscimento civile che la Francia conceda: l’inumazione al Panthéon.
I suoi resti mortali riposano ancora nel cimitero di Le Bourg-d’Hem, al Panthéon vi è un cenotafio. Accanto a lui un altro sepolcro vuoto, quello della moglie Simonne Vidal, anche lei scomparsa durante la Seconda Guerra Mondiale, il suo corpo non fu mai ritrovato.
Marc Bloch nasce nel 1886 a Lione da una famiglia ebrea alsaziana, stabilitasi in Francia dopo la guerra franco-prussiana. Tuttavia Marc non è né praticante né credente, come neppure i suoi genitori, e le sue origini rappresenteranno per lui solo un curioso fatto genealogico, fino almeno allo scoppio della guerra: in famiglia, come lui stesso racconta, a nessuno importava niente di essere ebrei.
Bloch cresce a Parigi, dove il padre Gustave Bloch insegna storia, e compie brillantemente gli studi: svolge il percorso tipico della classe intellettuale francese del tempo.
Nel 1914 viene sorpreso dalla Grande Guerra e si arruola, in quanto studioso e istruito, come sergente. Finirà la guerra con il grado di capitano, realizzando una carriera militare particolarmente brillante. Bloch è così: si immerge del tutto in ciò che fa, che siano gli studi o sia la macchina della guerra.
Durante la guerra scrive moltissimo e, potendo vedere da vicino i molteplici aspetti del conflitto, matura inoltre alcuni punti chiave della sua filosofia storiografica.
Per prima cosa si avvicina alla classe contadina e operaia francese, che combatte al suo fianco nelle trincee, e impara a conoscere e apprezzare una parte della Francia da cui in precedenza, immerso com’era nella borghesia parigina, era separato.
Scopre poi quanto la memoria umana possa essere ingannevole e fragile. Dopo la guerra infatti non riesce a ricordare con sicurezza i dettagli di determinate situazioni, o meglio: trova discordanze tra ciò che pensa di ricordare e ciò che poi verifica essere la realtà. Ad esempio: durante quella tale battaglia pioveva o c’era il sole? Molti soldati giurano che pioveva, lo ricordano perfettamente. E invece si verifica con facilità che era sereno. Di quali testimonianze ci si può dunque fidare?
E ancora: durante i tanti anni di guerra si accorge che tra i soldati del suo reggimento girano storie e racconti storpiati e deviati dalla realtà: false notizie, a volte anche assurde e del tutto inverosimili, ma a cui tutti credono e di cui nessuno dubita: gli uomini scelgono a cosa credere e a cosa non credere in base a quanto il racconto di un fatto sia coerente con i propri pregiudizi, aspettative, e sistema di valori, non in base alla verificabilità o alle prove fattuali. Bloch impara così quanto sia difficile raccogliere fonti storiche sicure, quanto i racconti, le memorie e le notizie possano essere inaffidabili e quanto quindi abbiano bisogno di essere sottoposti a critica. Paragona in questo frangente lo storico al giudice istruttore, che nel corso di un’istruttoria deve indagare su una serie di testimonianze e sentenziare quale sia la verità.
Pone così al centro del lavoro dello storico la psicologia della testimonianza e la psicologia collettiva: il come si formino inconsapevolmente e si propaghino le falsità, fondamentale nella ricerca della verità storica.
Dopo la guerra Marc comincia ad insegnare all’università di Strasburgo, nell’Alsazia recuperata. In quegli anni estremamente prolifici di studio, ricerca, scrittura e insegnamento, apre con un amico e collega, Lucien Febvre, la celebre rivista di storia sociale ed economica Les Annales, con l’intento di riunire in un unico spazio tutte le novità della nuova generazione di intellettuali europei, che insieme hanno costituito la rivoluzione della storiografia. La grande innovazione che Bloch, Febvre e la loro cerchia promuovono è la multidisciplinarietà dello storico, il quale non può interessarsi solo di battaglie e re, bensì deve occuparsi dell’uomo del passato a tutto tondo, studiandone interessi, paure, speranze, abitudini e pensieri. Il nuovo storico è anche sociologo, antropologo, economista. L’idea è quindi di approcciarsi al passato con un nuovo sguardo che vada oltre i singoli eventi e le loro convenzioni, che si rivolga cioè anche e soprattutto alla mentalità della società del passato, immergendosi in essa e considerandola per ciò che fu, senza che venga intaccata dal giudizio dell’uomo del presente.
La moglie Simonne Vidal lo aiuta moltissimo nella sua carriera intellettuale; Bloch non pubblica niente senza la revisione della moglie.
Ma l’Europa si rabbuia, covando l’ascesa del nazifascismo.
In questi anni Bloch si accorge infatti che il suo cognome e la sua origine cominciano ad acquisire una certa rilevanza, anche nella sua carriera. Prova infatti ad entrare nel Collège de France, a Parigi, per tre volte, ma viene sempre rifiutato anche per via della sua origine ebraica, che influenza negativamente le sue opportunità accademiche.
Arriva il 1939 e una nuova guerra. Bloch potrebbe essere esentato dal richiamo alle armi, è infatti oramai ultracinquantenne, padre di sei figli minorenni e si trascina dalla Grande Guerra l’artrite reumatoide, ma egli decide di arruolarsi comunque. Gli viene affidato l’approvvigionamento di benzina di un’armata: si occupa dunque di garantire a migliaia di mezzi tra camion, jeep e carri armati sufficiente benzina per funzionare. E anche in questo frangente Bloch si dimostra efficientissimo e competente. Ancora una volta si trova nel suo elemento.
Segue così in prima persona la disfatta della Terza Repubblica.
Riesce però a riunirsi con la famiglia in una casa in campagna nella Francia di Vichy, impossibilitato a tornare a Parigi, occupata dai tedeschi, dove la sua casa e i suoi averi sono stati confiscati.
Lì scrive uno dei suoi capolavori: La strana disfatta, nella quale analizza con estrema lucidità la deriva della Francia prima e durante la guerra.
Individua una parte della responsabilità nella classe dirigente francese che, spaventata dalle idee rivoluzionarie del bolscevismo, aveva sottovalutato l’ascesa del nazionalsocialismo. La sua critica si estende poi agli intellettuali, non risparmiando neppure sé stesso: mentre l’Europa si dirigeva verso la guerra, loro si erano chiusi tra i libri e rifugiati nello studio, convinti di essere impotenti di fronte a tutto ciò, isolandosi e proclamandosi spettatori della Storia, dimenticando di poter esserne attori. L’ignavia li aveva condannati.
Si era poi aggiunta l’incapacità di adattarsi alla guerra moderna: i francesi combatterono una guerra d’altri tempi, concepita secondo schemi ormai superati, contro un nemico che invece aveva saputo rinnovare completamente le proprie strategie. Questi i motivi della disfatta.
Tra il 1942 e il 1943 entra nella Resistenza e si trasferisce a Lione.
Presto si scopre bravissimo anche in quell’ambito e fa velocemente carriera all’interno del movimento resistenziale. Inizia col portare giornali e lettere e diventa in fretta il rappresentante del suo movimento all’interno del direttivo della Resistenza della Francia meridionale.
Sceglie Narbonne come nome di battaglia e riorganizza la Resistenza a Lione, contribuendo in prima persona alle attività del movimento. Nella sua vita clandestina viene sostenuto concretamente dalla moglie, che però rimane nella casa in campagna.
Nel frattempo a capo della Gestapo di Lione viene messo Klaus Barbie, soprannominato «il boia di Lione», che in poco tempo distrugge completamente la Resistenza regionale, arrestando uno ad uno tutti i pezzi grossi, tra cui Marc Bloch. Sulla stampa collaborazionista, in prima pagina, viene celebrata la cattura del «capo ebreo dei terroristi».
Bloch viene torturato e tenuto in prigione per tre mesi. Il 6 giugno americani e inglesi sbarcano in Normandia e i tedeschi intensificano le esecuzioni, intenzionati a non lasciarsi dietro nessuno nella ritirata. In poco tempo vengono fucilati oltre 600 detenuti della prigione in cui era incarcerato Bloch. Lui è tra i primi, muore il 16 giugno 1944.
Dei prigionieri colpiti insieme a Bloch se ne salvano miracolosamente due e uno testimonia che sente un suo compagno morire gridando «Viva la Francia», poi, dice, viene a sapere che quel compagno era lo storico Marc Bloch. E qui proprio Bloch avrebbe avuto da ridire: l’unico lì presente ancora vivo era lui, come sarebbe a dire che “è venuto a sapere”? Da chi? È così che nascono le notizie false: come non aspettarsi che l’eroe della Resistenza Bloch muoia gridando «Viva la Francia»?
È difficile immaginare un’ironia più adatta alla sua storia: l’uomo che ha dedicato la vita alla ricerca della verità e che ha riconosciuto e studiato i meccanismi attraverso cui nascono false notizie, è finito egli stesso per diventare oggetto di una di esse.
È questa la dimostrazione – paradossale – della forza del suo lavoro. Dubitiamo delle ultime parole di Bloch, grazie appunto a Bloch stesso.
Due parole sono incise sia sul suo cenotafio del Panthéon sia sulla sua tomba a Le Bourg-d’Hem: Dilexit veritatem. Ha amato la verità.
Pubblicato sabato 5 Settembre 2026
Stampato il 05/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/forme/lo-storico-che-non-si-arrese-marc-bloch-e-la-verita-come-ultimo-atto-di-liberta/



