Mario Roggero (dal suo profilo Facebook)

Il caso di Mario Roggero travalica la cronaca. Non riguarda soltanto un gioielliere condannato in via definitiva per aver ucciso due rapinatori in fuga, ma ci obbliga a rispondere a una domanda molto più radicale e profonda: chi ha il diritto di esercitare la forza in una democrazia? La risposta, fino a ieri, sembrava scolpita nella storia dell’Occidente: questo diritto è monopolio dello Stato. Oggi non più. Oggi la destra al governo ha fatto del gioielliere giustiziere il suo paladino, il modello culturale da proporre al Paese. Con una aberrazione di non poco conto: il concetto di legittima difesa lo si vorrebbe dilatato, svincolato dal contesto, addirittura dal luogo dove è stato commesso il reato. La vendetta, sproporzionata e feroce, diventa così medaglia da appuntare sul petto, tant’è che Matteo Salvini, evidentemente a digiuno di diritto (e non solo), lo vorrebbe candidare alle prossime elezioni.

Il Tribunale di Torino

Per tre gradi di giudizio i tribunali sono arrivati alla medesima conclusione: Roggero non agì per legittima difesa. Il pericolo era cessato, i rapinatori stavano fuggendo. Da quel momento non spettava più al cittadino decidere la loro sorte. Spettava allo Stato. È qui che si misura la distanza tra civiltà e barbarie. Da oltre quattro secoli il pensiero politico europeo ha costruito lo Stato moderno proprio su questo fondamento. Thomas Hobbes spiegava che gli uomini rinunciano a farsi giustizia da sé per affidare il monopolio della forza a un’autorità comune, capace di garantire sicurezza e convivenza.

Hobbes scrive il suo libro più famoso, il Leviatano, nel 1651 dopo aver vissuto la guerra civile inglese, quando il potere è frammentato e ogni individuo è costretto a difendersi da solo. È il celebre bellum omnium contra omnes, la “guerra di tutti contro tutti”, nella quale nessuno è davvero libero perché ciascuno vive nel timore della violenza altrui. Per uscire da quella condizione gli uomini stipulano un patto: rinunciano al diritto di farsi giustizia da sé e affidano a un’autorità comune – il Leviatano – il monopolio dell’uso legittimo della forza. Non è una rinuncia alla libertà, ma la condizione stessa perché la libertà possa esistere. Da quel momento non è più il singolo a decidere chi debba essere punito e in quale misura. È lo Stato, attraverso la legge e i giudici.

Il Leviatano è l’atto di nascita dello Stato moderno. Ma quello di Hobbes non è ancora uno Stato costituzionale. Il percorso che conduce dallo Stato assoluto allo Stato di diritto moderno passa attraverso un secolo e mezzo di elaborazione filosofica e politica. Nel 1764, con Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria non mette in discussione il principio hobbesiano secondo cui solo lo Stato può esercitare legittimamente la forza. Al contrario, lo assume come presupposto indispensabile. Ma aggiunge un elemento destinato a cambiare per sempre la civiltà giuridica occidentale: anche lo Stato è vincolato dalla legge. La pena non è una vendetta della collettività contro il colpevole; è uno strumento strettamente necessario alla difesa della società e, proprio per questo, deve essere proporzionata, razionale e sottoposta a regole. Da Beccaria discendono il rifiuto della tortura, la critica alla pena di morte, il principio di proporzionalità e l’idea che il processo debba accertare responsabilità, non soddisfare il desiderio di punizione.

Cesare Beccaria

Tra Hobbes e Beccaria si compie il passaggio decisivo della modernità politica: dal monopolio della forza al monopolio della forza legittima. Lo Stato non sostituisce la vendetta privata per esercitarne una più potente; la sostituisce per impedirla.

Il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini che punta al Viminale (Imagoeconomica, Sara Minelli)

È alla luce di questa storia che il caso Roggero assume un significato che va ben oltre la vicenda processuale. Ogni volta che si sostiene che un cittadino possa decidere autonomamente quando il diritto di difesa si trasforma nel diritto di punire, si mette in discussione un principio che l’Europa ha impiegato secoli a costruire. Non si arretra soltanto rispetto a una norma del codice penale. Si arretra rispetto all’idea stessa di civiltà giuridica. Si fa carta straccia di quattro secoli e oltre di pensiero politico occidentale, di quell’Occidente che – a chiacchiere – la destra dice di voler difendere. Chi oggi invoca la “legittima difesa senza limiti” si presenta come difensore dell’ordine e dello Stato forte ma è vero esattamente il contrario: riassegnando ai privati – o meglio ad alcuni privati, quelli che piacciono a chi detiene il potere –  il diritto di usare la forza si compie un passo indietro, verso la “guerra di tutti contro tutti”.

(Imagoeconomica)

La comprensione umana verso un uomo travolto da una rapina è comprensibile. Ben diverso è trasformare una condanna definitiva in un manifesto politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e numerosi esponenti della sua maggioranza hanno scelto di schierarsi pubblicamente con Roggero. Non è un gesto neutrale. È un messaggio culturale. Si suggerisce che, al di là della legge e delle sentenze, esista una giustizia “più giusta”, fondata sul sentimento popolare e sulla distinzione tra cittadini “perbene” e delinquenti.

Il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (Imagoeconomnica, via Governo.it)
Rogoredo. La presidente del Consiglio in ai carabinieri e ai militari. È il 2 febbraio 2026, Abderrahim Mansouri era stato ucciso una settimana prima (imagoeconomica)

È la stessa logica, a ben vedere, che abbiamo visto all’opera in altre vicende. Lo slogan “io sto con il poliziotto”, rilanciato ancora prima che le indagini facessero il loro corso nel caso della morte di Abderrahim Mansouri, freddato dall’assistente capo Carmelo Cinturrino nel bosco di Rogoredo, non era soltanto un’espressione di solidarietà verso le forze dell’ordine. Era l’affermazione implicita di un principio diverso: prima dell’accertamento dei fatti viene l’appartenenza. Prima del diritto l’identità.

È una torsione pericolosa della cultura democratica. Perché il diritto non nasce per proteggere le persone che ci piacciono. Nasce soprattutto per impedire che le emozioni del momento sostituiscano le regole. Se la legittimità dell’uso della forza dipende da chi la esercita e da chi la subisce, allora non siamo più nel terreno dello Stato di diritto. Siamo già entrati in quello della giustizia privata. Ed è qui che la responsabilità della destra diventa politica e culturale insieme. Politica, perché alimenta un conflitto permanente con la giurisdizione ogni volta che una sentenza non coincide con le aspettative del proprio elettorato. Culturale, perché diffonde l’idea che i limiti posti dalla legge siano un impaccio anziché la principale garanzia della nostra libertà. Il bersaglio non sono più soltanto i giudici. È il principio stesso della separazione dei poteri. Si insinua che la legittimazione popolare possa correggere quella giurisdizionale. Che il consenso possa prevalere sulla legge.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (Imagoeconomica, Paolo Giandotti)

Oggi questa pressione rischia di estendersi al Quirinale. Le richieste di grazia rivolte al Presidente della Repubblica si moltiplicano, accompagnate da una campagna emotiva che tende a presentare un eventuale diniego come un atto di insensibilità. La grazia è prevista dalla Costituzione come istituto di clemenza eccezionale, non come uno strumento attraverso il quale la politica ottiene, per via indiretta, ciò che non è riuscita a ottenere nei tribunali. Sergio Mattarella, che della fedeltà alle istituzioni ha fatto la cifra del suo mandato, conosce perfettamente il peso di questa responsabilità. Difendere la prerogativa costituzionale del Capo dello Stato oggi significa anche sottrarla alla pressione del consenso e delle campagne mediatiche.

Norberto Bobbio ricordava che la vera alternativa non è tra destra e sinistra, ma tra il governo delle leggi e il governo degli uomini. Vale la pena aggiungere che il governo degli uomini comincia sempre nello stesso modo: quando si pretende che la legge si pieghi all’emozione, alla convenienza politica o all’identità di chi impugna un’arma. È questo il vero nodo del caso Roggero. Non la sorte di un singolo imputato. Ma la scelta tra due idee opposte di civiltà. Da una parte lo Stato di diritto, con i suoi limiti e le sue garanzie. Dall’altra la rassicurante illusione del Far West, dove ciascuno si sente autorizzato a fare giustizia da sé.

(Imagoeconomica, Carino by Ai MId)

La storia europea ha impiegato secoli per imbrigliare, con l’invenzione dello Stato, la natura lupesca dell’uomo – homo homini lupus, scrive Hobbes nel De Cive – Sarebbe paradossale e pericoloso se quella natura fosse rievocata, piegata e utilizzata da chi oggi siede a palazzo Chigi. Da premier a capobranco il passo è breve.