
Se ripenso a questa mia collaborazione con Patria Indipendente, rifletto sul fatto che è un esercizio costante non solo su come provare a scrivere di cinema (e quindi, se mi permettete, di vita), ma soprattutto a come analizzare, proprio attraverso dei film, i grandi meccanismi del dominio, del potere, dell’ingiustizia. Essere antifascista significa questo, prima di tutto: è l’avversione radicata e radicale a tutto ciò che imprigiona, limita, umilia, ferisce e uccide i viventi, umani e non.
Il lavoro da fare sul cinema è quello di capire come questa dimensione della comunicazione visiva possa educare all’empatia e alla condivisione della sofferenza che origina dalla violenza e dal sopruso, perché questi sentimenti sono i presupposti della cultura democratica e anti totalitarista.
Se sento l’ingiustizia patita come fosse la mia, se penso l’esistenza come il tentativo costante di combattere contro la morte, ho buoni elementi per educarmi a non essere fascista. “Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel profondo, qualunque ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo” scriveva Ernesto Guevara de la Serna congedandosi dai propri figli alla partenza per la Bolivia, dove avrebbe incontrato la morte. Mi è sempre parsa una sintesi straordinaria di un umanesimo integrale ed esigente, ma al contempo semplice e diretta. In netta contrapposizione a quel “Viva la morte” che ha contraddistinto i fascismi europei, passando per il salazarismo (in Sostiene Pereira Antonio Tabucchi fa dire al protagonista: “Viva la morte? Viva la vita, piuttosto!”), fino ai distintivi nazisti con il teschio.
Se il cinema, quindi, dovrebbe essere efficace per educare all’empatia, la scelta del registro espressivo della narrazione diviene fondamentale per la riuscita dell’opera: è il livello della comunicazione emozionale tra autore e spettatore. Se poi si riesce a variare gli elementi, passando da toni più drammatici a quelli più legati alla commedia, senza per questo banalizzare il tutto, si può comprendere come, in tal senso per esempio, la cosiddetta commedia all’italiana degli anni dal 50 al 70 ha prodotto caposaldi di questo tipo di cinema: denunciare e raccontare l’orrore, senza dimenticare di farci sorridere. Perché la vita è anche così.
Il franchismo e la Guerra civile spagnola sono stati un ambito in cui la cinematografia iberica ha prodotto soggetti molto interessanti e film di buon livello, con una distribuzione europea limitata: per cui molte opere significative hanno fatto fatica a farsi conoscere nel resto del continente. Anche al cinefilo esperto può sembrare che il cinema abbia un po’ obliato questo crudele conflitto, che ebbe tutte le caratteristiche dolorose delle guerre civili e fu il campo di sperimentazione delle tattiche di distruzione di massa che poi i nazifascisti avrebbero adoperato pochi mesi dopo nel conflitto mondiale.
Non sempre accade che un’opera d’arte divenga l’emblema di una fase storica come è accaduto con Guernica di Pablo Picasso. In ambito cinematografico vorrei ricordare Per chi suona la campana di Sam Wood (da uno straordinario romanzo di un antifascista doc, Ernest Hemingway: 1943) e il più recente e ottimo Terra e libertà di Ken Loach (in toto una delle opere più efficaci di memoria storica anti totalitarista: 1995). Ricordiamo anche un altro film recentissimo, da poco passato sugli schermi italiani, Il maestro che promise il mare di Patricia Font, tratto da una storia vera di resistenza culturale al franchismo (2023).
Ma è di uno ancora più recente che vorrei parlarvi: A cena con il dittatore (solito titolo della distribuzione italiana un po’ farraginoso, rispetto al più diretto originale La cena). La guerra è finita da due settimane e a Madrid e nel resto del Paese i falangisti regolano i conti con i repubblicani sconfitti: il 15 aprile 1939 un ordine perentorio chiede che all’Hotel Palace della capitale si tenga una cena in onore di Franco e dei suoi generali. Il tempo è limitato, c’è da sgombrare le sale dell’edificio adesso adibito a ospedale militare: ma soprattutto manca lo staff di cucina e il personale di sala, il primo da ricercare nelle carceri dove stanno per essere giustiziati, dato che il provetto gruppo dei cuochi del Palace è tutto di fede repubblicana (molti dei camerieri no: si prepara uno scontro ideologico tra fornelli e zuppiere).
Prende campo un’alleanza necessaria e difficile tra il tenente che riceve l’incarico di coordinare il tutto e il maître dell’Hotel: il mercato nero in Spagna secondo il regime non esiste, ma ricorrervi è l’unico modo di reperire il necessario per una cena che deve essere suntuosa. Le vicende incalzano e tra i vari personaggi, di una parte e dell’altra, si vengono a creare intrecci articolati: nella trama si definisce il piano di cuochi e direttore per la fuga, scampare alla morte e espatriare.
Di come va a finire, al solito non dico. Ritmo e pathos non mancano, come pure occasioni di sorriso. Ma non manca neanche la capacità del regista Manuel Gomez Pereira – sorretta da una sceneggiatura solida, tratta un testo teatrale di José Luis Alonso de Santos – a mostrarci, con i toni giusti, arroganza, violenza, prevaricazione dei vincitori, unita alla loro miseria umana di servi variamente sciocchi.

Dimensione che possiamo trovare anche nella figura del Generalissimo, qui mostrato come un ometto vacuo, infantile e presuntuoso, dominato da una moglie molto più marziale di lui. Ne risulta un film assai godibile (sicuramente non per i falangisti rimasti a tutt’oggi in Spagna), in cui il tono da commedia non inficia la dolente memoria della repressione e dei molti anni di dittatura. Il film appassiona con le opportune svolte a sorpresa della trama: il problema è decidere da che parte stare per salvarsi la vita, ma è necessario anche capire cosa si è davvero …
Insomma, si può trattare un tema tragico adoperando non solo registri drammatici. A volte, con la misura adeguata, può essere utile alla narrazione e all’efficacia del messaggio adoperare i toni sarcastici di un umore corrosivo, o della leggerezza di cui parlava Italo Calvino nelle Letture americane. Un altro grande antifascista, Albert Camus, scriveva “per traversare l’esistenza bisogna scegliere tra la nausea e il sorriso”.
Del resto ci sono anche verifiche storiche. Ne “No. I giorni dell’arcobaleno” (2012), il regista cileno Pablo Larrain racconta in un film efficacissimo la campagna pubblicitaria con cui il regime cileno e l’opposizione democratica si confrontarono nel referendum del 1988 sulla fiducia a Pinochet; SI per la sua permanenza al potere, NO per il ritorno alla democrazia. È un film su cui vorrei tornare ancora su queste pagine: nel trattare il tema del rapporto tra media e potere politico introduce spunti di riflessione di rara efficacia.
Racconta come gli artefici della pubblicità per il NO adoperarono le tecniche pubblicitarie di marketing per i 15 minuti giornalieri a disposizione sulla TV, unico spazio di autonomia dopo molti anni di assoluta repressione (solo l’anno prima fu concessa la riorganizzazione dei partiti politici, eccetto quelli socialcomunisti).
In dibattito con chi voleva i toni di una memoria dolente e necessaria, si affermò l’esigenza di portare l’attenzione verso ciò che sarebbe stata la fine del regime: Chile, la alegrìa ya viene (Cile, l’allegria sta arrivando) fu lo slogan del NO. Il film di Larrain racconta questo straordinario successo della democrazia (si dava per scontata la vittoria del SI) mettendo in luce la figura del responsabile della campagna, Eugenio Garcìa (non è il nome del personaggio del film).
Ma non esita a farci capire le incognite di un modo di far politica che altrove avrebbe avuto altri – e nefasti – esiti. L’uso dei media rischia di essere un esercizio letale di potere da parte di chi detiene quello economico e quindi mediatico. Appunto, ci torneremo. Intanto è bene ricordare che la cosa costò caro al boia Pinochet.
Perché i dittatori si combattono anche irridendoli e facendo satira: è la cosa che sopportano meno, il nostro ridere di loro.
Pubblicato domenica 26 Luglio 2026
Stampato il 26/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/red-carpet/spagna-1939-quando-il-cinema-osa-ridere-del-potere-diventa-antifascismo/








