Disponendo il 7 luglio scorso l’archiviazione del procedimento per l’omicidio di Benedetto Petrone, l’ordinanza emessa a Bari dalla Giudice dell’udienza preliminare Gabriella Pede ha messo la parola fine alla complessa vicenda delle nuove indagini aperte nove anni fa su un delitto compiuto nel 1977. Esito deludente, senza dubbio, se non amaro, per chi come la sorella del diciottenne ucciso, Porzia, e come l’ANPI, aveva sperato in ulteriori sviluppi investigativi capaci di produrre una più illuminante ed esaustiva verità processuale. E tuttavia la riapertura da parte della procura della Repubblica, a distanza di oltre quarant’anni, delle indagini sull’omicidio del giovane comunista barese ha rappresentato una svolta giudiziaria, storica e politica, che resta tale grazie ai risultati messi in luce dall’indagine stessa, nonostante l’ordinanza del Gup che peraltro ha accolto una richiesta di archiviazione avanzata dalla procura stessa.

Riassumiamo i fatti quali risultano dalle testimonianze documentate negli atti delle inchieste. La sera del 28 novembre 1977, a Bari, una quarantina di giovani neofascisti si raduna nella sede della federazione provinciale del Msi. Dal gruppo si separano “sottogruppi” che si rendono protagonisti di aggressioni e provocazioni ai danni di giovani di sinistra nel vicino corso Vittorio Emanuele e all’ingresso della città vecchia. Infine, almeno una decina di neofascisti si schiera minacciosamente sul marciapiede antistante il teatro Piccinni; 6 o 7 giovani si staccano dal gruppo e aggrediscono tre ragazzi iscritti alla sezione del Pci di Bari Vecchia che stanno attraversando la prospiciente piazza della Prefettura. Benedetto Petrone viene accoltellato e muore quasi istantaneamente; il coetaneo Franco Intranò, ferito a colpi di coltello, è condotto in ospedale e sopravvive. Il delitto avviene al culmine di una catena di aggressioni, provocazioni e intimidazioni messe in atto nelle settimane precedenti dallo stesso gruppo di squadristi ai danni di sedi di partito, di singole persone e di giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno: un crescendo di violenze che il consiglio comunale ha condannato pochi giorni prima del 28 novembre in un documento approvato all’unanimità con l’eccezione dei rappresentanti del Msi.

Immediatamente dopo l’assassinio, in piazza della Prefettura una folla in lutto ammanta di fiori il luogo in cui è stato ucciso il giovane militante comunista, e veglia fino al mattino. Nella notte, la Flm unitaria indice lo sciopero dei metalmeccanici che il giorno dopo si estende a molte categorie di lavoratori oltre che agli studenti. Una dolente e rabbiosa manifestazione di almeno trentamila partecipanti percorre la città; vi compaiono gli striscioni di molte fabbriche, scuole, organizzazioni politiche. Durante il corteo, vengono invase e devastate la sezione Passaquindici del Msi (covo permanente degli squadristi) e la sede provinciale del sindacato fascista Cisnal, situata quest’ultima a pochi metri dalla Prefettura e dal Comune. I locali sono rimasti vuoti: nessuna traccia dei fascisti. Le forze dell’ordine non riescono a porre un freno alla collera dei dimostranti, limitandosi a presidiare massicciamente la federazione del Msi. Federazione che viene subito sigillata dal questore, in quanto è il luogo da cui è partita la spedizione omicida e in cui è stata rinvenuta l’arma del delitto. Per la prima volta una federazione provinciale del partito neofascista viene chiusa dalle autorità; anche se, dopo qualche giorno, il sequestro viene ristretto soltanto alla stanza in cui è stato nascosto il coltello insanguinato.
L’indagine del sostituto procuratore Carlo Curione individua un solo autore del delitto: Giuseppe Piccolo, ambiguo personaggio di fascista fanatico che in precedenza ha tentato di infiltrarsi in Lotta continua essendo però presto scoperto e allontanato come provocatore. Altri sette giovani neofascisti vengono imputati solo di favoreggiamento e falsa testimonianza, per aver facilitato la fuga di Piccolo, che infatti resterà a lungo latitante finché non sarà arrestato in Germania. Il processo in Corte d’Assise si muove sulla stessa falsariga, pervenendo, nel marzo 1981, alla condanna di Piccolo a 22 anni e a condanne miti per gli altri imputati. A maggio del 1982 la Corte d’Appello riduce le pene, comminando 16 anni a Piccolo (che nell’ ‘84 morirà suicida in carcere). Per ottenere questo esito giudiziario – la sanzione di un colpevole solitario, dipinto come estremista pazzoide che c’entra poco e niente con i giovani rampolli delle famiglie perbene baresi – si è mobilitata l’“altra” città, quella borghese, conservatrice e nostalgica se non proprio del fascismo certo del mitizzato podestà e ministro “benefattore” Araldo Di Crollalanza, sempre rieletto senatore del Msi fino alla morte avvenuta nel 1986. I coimputati che se la caveranno a buon mercato sono stati difesi dal fior fiore dell’avvocatura barese, Piccolo è stato abbandonato alle sue messinscene di follia e a un patrocinatore del foro di Avellino (della cui provincia il giovane è nativo).
Ma, più in generale, tutta l’opinione pubblica moderata si è convinta subito della necessità di sdrammatizzare la vicenda riconducendola a un episodio incidentale, che nulla ha avuto da spartire con una città tranquilla e laboriosa, dedita agli affari e aliena dalle passioni politiche che in quel complicato 1977 funestano di violenza altre città italiane. Viene occultata l’eccezionale gravità di una spedizione squadristica preordinata, organizzata nella sede di un partito presente in Parlamento, realizzata senza ostacoli nel cuore urbano del potere, alla quale hanno concorso molti attori, al fianco del pugnalatore e suoi complici nell’omicidio. Questa narrazione assolutoria e consolatoria è assecondata dalla povera “verità” giudiziaria cristallizzata nelle sentenze, che decretano l’impossibilità di individuare chi si sia posto materialmente accanto all’omicida quel 28 novembre e se e in che modo altri abbiano preso parte attiva al delitto, macchiandosi di concorso in omicidio e non soltanto di favoreggiamento. Dissonante è poi il fatto che è stata lasciata cadere, nel procedimento, la circostanza della chiusura del Msi provinciale per flagranza di banda armata, mai diventata imputazione.

Paradossale, d’altronde, appare la vicenda del mancato nesso fra il processo Petrone e l’altro processo che si è consumato subito dopo il delitto nelle stesse aule del tribunale di Bari: quello a carico di quattordici neofascisti della sezione Passaquindici (fra cui Piccolo) per riorganizzazione del partito fascista. Apertosi a dicembre del ’77 e chiusosi a febbraio del ’78, il dibattimento ha esaminato l’accusa del pubblico ministero Nicola Magrone, il quale ha unificato i numerosi episodi di aggressioni perpetrati dagli imputati collegandoli in un unico disegno criminoso consistente nella riaffermazione violenta del fascismo. Ma la sentenza non gli ha dato ragione: la riorganizzazione del partito fascista non viene ravvisata, vengono riconosciute a sei imputati soltanto alcune «attività fasciste» finalizzate a «ostacolare con minaccia l’esercizio dei diritti civili o politici»; reati estinti per amnistia in appello (1983). Paradosso nel paradosso: il tribunale ha negato l’acquisizione degli atti dell’indagine per il delitto Petrone, richiesta dal sostituto procuratore Magrone per consolidare l’impianto accusatorio nel processo contro i quattordici imputati di reato associativo. Cosicché questo procedimento giudiziario, apertosi a meno di un mese dall’omicidio di Benedetto Petrone sull’onda dello sdegno antifascista (talmente corale che la corte ha ammesso come parti civili l’ANPI e altri soggetti associativi e politici), si è concluso anch’esso con una interpretazione riduttiva che finisce col minimizzare la lunga sequenza violenta di cui lo squadrismo fascista di Bari si è reso artefice.
Gli anni e i decenni che seguono sembrano lasciare immutata la separazione incomunicabile fra le “due città”: da un lato la verità giudiziaria è archiviata nell’oblio con un sospiro di sollievo, dall’altro la memoria di quel tragico 28 novembre non solo non muore, ma cresce trasmettendosi alle nuove generazioni. «Benny vive» è lo slogan che viene ripetuto nei cortei, scritto sui muri, e che dà il titolo a una docufiction prodotta dalla Ozfilm e girata da Francesco Lopez (2009). Protagonisti della memoria sono proprio e soprattutto i giovani, assecondati dalle realtà antifasciste, dall’ANPI, dalla sorella di Benedetto, Porzia, testimone energica e coinvolgente, e, a partire dal 2004, dalla nuova amministrazione comunale che deciderà poi di intitolare a Petrone la principale strada di ingresso in Bari Vecchia. La svolta giudiziaria prende le mosse dal 2017, quando, in occasione del quarantesimo anniversario del delitto, l’avvocato e attivista Michele Laforgia rielabora la relazione da lui svolta in un convegno promosso dal Comune e la presenta alla procura della Repubblica come memoria sui fatti del 28 novembre 1977.

L’iniziativa è supportata dalle pagine pugliesi de La Repubblica, per conto delle quali il giornalista Giuliano Foschini realizza un documentario con interviste ad alcuni protagonisti e testimoni, fra i quali l’architetto Arturo Cucciolla, animatore del Comitato 28 Novembre e impegnato in prima fila nell’ANPI. La memoria di Laforgia, fondata sulla rilettura degli atti dell’inchiesta, mette in luce con particolare attenzione le fasi che in quella sera d’autunno precedono di poco l’assalto omicida. Si rivela chiaramente, con numerosi dettagli, che vi fu un primo tentativo di aggressione alle soglie di Bari Vecchia, a opera di un gruppo di neofascisti riconducibile alla medesima squadra che agì subito dopo togliendo la vita a Benedetto. Il quadro della premeditazione di atti criminali in stretta concatenazione temporale emerge con una chiarezza che in verità era già nelle carte processuali, ma non aveva trovato posto nella sintesi conclusiva, imperniata sulla tesi dell’unico colpevole non sorretto da una volontà comune, condivisa da più persone, di compiere violenza fino ad accettare come possibile e prevedibile il risultato mortale.

La procura riapre le indagini procedendo contro ignoti per omicidio e tentato omicidio; analizza gli atti dell’istruttoria sommaria e dibattimentale; interroga di nuovo alcune persone informate dei fatti, fra cui cinque ex militanti del neofascismo (due dei quali erano imputati nel processo del 1981). Il 21 novembre 2022, pochi giorni prima del quarantacinquesimo anniversario del delitto, il procuratore Roberto Rossi e la sostituta Grazia Errede depositano le loro conclusioni, nelle quali si legge: «Le risultanze investigative indicano con ragionevole certezza che l’omicidio di Benedetto Petrone è stato il risultato di una azione collettiva preordinata espressione dello squadrismo fascista manifestazione tipica del partito fascista. La conseguenza giuridica è che la morte del Benedetto Petrone va penalmente addebitata a tutti i soggetti autori della spedizione punitiva».

La nuova indagine mette in luce come vi fossero quella sera molte armi nelle mani degli squadristi: mazze, bastoni, almeno un crick, almeno una pistola e almeno due pugnali. Infatti, su quello rinvenuto nella sede del Msi c’erano solo le tracce del sangue di Benedetto; un secondo pugnale, vibrato da un secondo squadrista, ha colpito Franco Intranò. A questa fondamentale conclusione istruttoria, che per la prima volta in un atto giudiziario asserisce una verità che il sentimento antifascista ha sempre saputo, segue tuttavia la convinzione che la motivazione ideologico-politica del crimine («l’obiettivo […] è stato sempre quello dell’affermazione di una supremazia politica») escluda l’aggravante dei futili motivi e perciò il reato sia ormai prescritto; pertanto, la procura chiede al Giudice per le indagini preliminari di archiviare il procedimento.


A questa richiesta si oppongono l’ANPI e Porzia Petrone, che, pur apprezzando l’impegno della procura e le importanti risultanze investigate, danno mandato all’avvocato Laforgia di presentare opposizione alla richiesta di archiviazione, in quanto il reato di omicidio è stato commesso – si afferma nella nuova memoria difensiva – al fine di perseguire un ulteriore e più ampio obiettivo criminoso, cioè l’affermazione di potenza del partito fascista (aggravante di nesso teleologico). L’11 luglio 2023 il Giudice delle indagini preliminari Angelo Salerno, pur concordando sull’esclusione dell’aggravante dei futili motivi, ravvisa una diversa aggravante, quella «della crudeltà e del motivo abietto», che ugualmente rende non prescrivibile il delitto; pertanto rigetta l’istanza di archiviazione e «dispone la prosecuzione delle indagini […] per individuare compiutamente l’identità delle persone che agirono in concorso con Piccolo Giuseppe e ricostruire il contributo concorsuale nella commissione del delitto».

Anche il secondo approfondimento di indagine della procura si rivela fruttuoso. Vengono disposte intercettazioni telefoniche e ambientali per sei sospettati, dalle quali emergono la consapevolezza dei soggetti di essere intercettati, il conseguente timore di tradirsi e, nonostante ciò, una serie di significative ammissioni: alcuni di loro dicono di essere stati presenti ai fatti, uno rivendica: «Petrone, era un assalto che ci voleva», e un altro, apprendendo che la stampa ha parlato di nove indagati, sbotta: «Nove? Non eravamo nove, dove cazzo li ha trovati, sulla luna? Eravamo quattro o cinque là!» (riferendosi, chiaramente, non al “gruppone” che faceva da spalla, ma al sottogruppo che ha aggredito fisicamente i due giovani comunisti).

Dalle conversazioni intercettate emerge pure che alcuni degli indagati hanno interessato al loro caso l’allora ministro Raffaele Fitto (Fratelli d’Italia) e il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) entrambi pugliesi. Nonostante le risultanze di cui sopra, l’approfondimento di indagine della procura si conclude ancora una volta – il 10 settembre 2024 – con una richiesta di archiviazione, anche perché «pur restando agli atti – si legge – elementi quanto meno di fondato sospetto circa la partecipazione degli indagati al fatto […] non appare possibile allo stato formulare nei loro riguardi una fondata previsione di condanna» (come prescritto dall’ art. 408 codice di procedura penale riformulato più restrittivamente dalla legge Cartabia), dato che – viene spiegato – non si sono trovati «ulteriori elementi di prova a corredo e riscontro dei dialoghi trascritti».

Alla richiesta della procura si oppone ancora una volta l’avvocato Laforgia a nome di ANPI e Porzia Petrone, ritenendo che il proseguimento delle indagini possa fornire ulteriori elementi che corroborino la «fondata previsione di condanna». All’opposizione si associa il Comune di Bari che dà mandato al capo dell’avvocatura Alessandra Baldi. L’11 marzo 2026, accogliendo l’eccezione sollevata dalla difesa degli indagati, il Gup respinge la costituzione di ANPI e Comune nella fase dell’indagine, e ammette invece quella di Porzia come persona offesa a nome della famiglia Petrone; la discussione di merito sulla richiesta di archiviazione è rinviata alla camera di consiglio con le parti convocate davanti al Gup. In conclusione, la giudice ha emesso l’ordinanza citata in apertura, rigettando l’opposizione alla richiesta del procuratore.

Un punto saliente della nuova ordinanza è la messa in discussione della possibilità – sostenuta dalla parte offesa – di acquisire ulteriori elementi probatori oltre a quelli rilevati nelle due indagini disposte dalla procura, e già ritenuti – dalla procura stessa – insufficienti a formulare la previsione di condanna richiesta dalla riforma Cartabia. Ma esso diventa processualmente secondario davanti al punto principale della prescrizione del reato per effetto della esclusione delle aggravanti di abietti motivi e di crudeltà che, come si è visto, avevano motivato il rigetto dell’archiviazione da parte del Gip. La crudeltà è giudicata insussistente perché – scrive la Gup citando la giurisprudenza di Cassazione – «è indubbio che l’omicidio fu efferato e violento, ma ciò non è sufficiente per ravvisare quel quid pluris necessario per ritenere integrata la circostanza aggravante». L’abietto motivo è ritenuto assente per ragioni di contestualizzazione storica, in quanto la percezione collettiva dell’epoca considerava, in sostanza, ordinario e plausibile anche se deprecabile lo scontro violento tra fazioni. «Ricostruito il clima sociopolitico della città di Bari nel 1977 – si legge nell’ordinanza – non può sostenersi che Piccolo e le persone che lo affiancarono nell’azione omicidiaria agirono con bassezza, ripugnanza, in modo vile e spregevole alla luce del comune sentire di ogni persona di media moralità».
Motivazione invero discutibile. Applicando questo criterio, perfino grandi atrocità del passato potrebbero trovare giustificazione nel «comune sentire» del momento storico in cui furono commesse. Ma soprattutto, l’ordinanza sembra non tener conto della lunga lista di antefatti violenti, prevalentemente dovuti ai neofascisti (come affermato anche nell’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale nel 1977 e poi sancito dalla sentenza del processo del 1978 contro i quattordici squadristi): una escalation di cui l’omicidio Petrone – il primo delitto politico commesso a Bari – rappresenta un apice senza precedenti nella città; qualcosa, insomma, capace di sconvolgere e ferire profondamente il «comune sentire» e la «media moralità», specialmente nell’ambiente barese dal tutto avulso da eventi estremi come quello. Chi ha compiuto quell’omicidio volontario (ritenuto tale – volontario – da tutti i giudici che si sono espressi) si è reso responsabile di un atto tanto più ripugnante – specie perché commesso ai danni di un ragazzo che quella sera non calzava la scarpa ortopedica a lui prescritta – quanto più inaudito e sconvolgente agli occhi della maggior parte di coloro che non condividevano fanaticamente l’idea degli aggressori.

Il riassunto sommario dei fatti contenuto nell’ordinanza dalle Gup è in ultima analisi affine alle sentenze degli anni 80, le quali, risentendo della opinione pubblica moderata sopra descritta, avevano inserito l’omicidio Petrone in un quadro cittadino che vedeva «quasi giornalmente giovani attivisti di partito scontrarsi e combattersi nei vari quartieri». Risultano invece disattese le ampie ricostruzioni offerte negli anni recenti dalla procura e dal Gip. Che però non vengono annullate né superate. Il compito del Gup è consistito nell’accertamento (negativo) della sussistenza delle aggravanti ipotizzate dal Gip e dalla parte offesa, aggravanti che avrebbero impedito la prescrizione, e nella valutazione (di conseguenza, parimenti negativa) della utilità di proseguire le indagini. Stabilita l’archiviazione, resta nondimeno il quadro probatorio – insufficiente quanto si voglia – messo insieme dalla procura della Repubblica, condiviso dal primo Gip e non intaccato dalla esclusione delle aggravanti, ritenuta dal secondo: esso configura un delitto di gruppo, motivato da odio politico e dal desiderio di affermare una supremazia politica fascista, sebbene non si possano più individuare con ragionevole certezza le responsabilità di ciascuno dei presenti oltre a quelle di Piccolo.

D’altra parte, l’obiettivo dell’ANPI in tutta questa vicenda è stata la verità, ben più che la galera per alcuni settantenni. Sono noti i nomi e i cognomi di coloro nei confronti dei quali – parole della procura – è lecito nutrire «fondato sospetto». È acclarato che costoro erano al fianco di Piccolo quella sera, solidali e compartecipi di tutto quanto è avvenuto. Anche se i responsabili non hanno pagato e non pagheranno – salvati dalla prescrizione e non da una assoluzione – la storia e la stessa indagine della procura hanno illuminato la verità. La riapertura dell’inchiesta ha restituito un po’ di giustizia a Benedetto Petrone.
Pasquale Martino, presidente onorario, già presidente provinciale, ANPI Bari
Pubblicato lunedì 13 Luglio 2026
Stampato il 13/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/benny-petrone-bari-e-lo-squadrismo-neofascista-la-verita-che-larchiviazione-non-cancella/








