(Imagoeconomica, Carino)

«The American Century»: così s’intitola il celebre articolo apparso nel febbraio del 1941 sulla rivista Life, con cui Henry Luce invitava gli Stati Uniti ad abbandonare l’isolazionismo e a subentrare alla Gran Bretagna nella guida dell’ordine mondiale. L’espressione linguistica inventata dal famoso editore era destinata a riscuotere un notevole successo e a venir confermata da uno sguardo retrospettivo sull’intero Novecento. Infatti, la forza e l’influenza degli Usa, soprattutto a partire dal 1945, sono state di un’ampiezza senza pari. Lo sconfinato Paese americano si è affermato come colosso economico, superpotenza nucleare e centro d’irradiazione delle innovazioni caratteristiche della società contemporanea: dall’auto all’aereo, dal cinema alla televisione, dalla macchina da scrivere al computer, dall’autostrada al grattacielo, dai grandi magazzini alla pubblicità. Assetti produttivi, stili di vita e consumi di massa, collaudati e diffusi oltreoceano, sono stati esportati nell’Occidente capitalistico con una straordinaria capacità pervasiva.

L’hotel della Conferenza storica di Bretton Woods

Fu la vittoria riportata nel secondo conflitto mondiale ad assegnare agli Usa una supremazia che soltanto l’Urss, tra il 1949 e il 1985, è stata per certi versi in grado di contrastare. L’assunzione, in campo internazionale, di impegni e compiti via via crescenti da parte della Casa Bianca era dettata dall’esigenza strategica di tenere a bada la potenza sovietica e dall’aspirazione alla leadership globale. All’indomani della guerra gli Usa, grazie ad un formidabile apparato produttivo, che era stato «l’arsenale» degli Alleati nello scontro con lo schieramento nazifascista, videro riconosciuto il loro ruolo di motore dell’intero sistema capitalistico. Indiscussa era la superiorità del dollaro, consacrato a moneta-base nella conferenza di Bretton Woods (luglio 1944), fortemente voluta da Washington per approntare gli strumenti capaci di garantire, ad ostilità cessate, la sicurezza degli scambi internazionali e nei relativi trasferimenti valutari. Di fatto Bretton Woods rappresentò il passaggio di consegne, sul piano finanziario, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti: una translatio imperii, che certificò l’irreversibile declino della potenza inglese e l’egemonia di quella americana.

DONALD J. JOHN TRUMP PRESIDENTE USA

Riposta in soffitta la ricorrente tentazione isolazionista, riaffiorata con l’irruzione di Donald Trump sulla scena politica e ben radicata nella base elettorale del tycoon newyorkese, l’establishment della repubblica stellata adottò una linea di condotta, nella sfida con Mosca, basata sulla strategia del contenimento [1], che si proponeva di tutelare la sicurezza nazionale e la stabilità mondiale attraverso un saldo controllo sulle Americhe, il dominio degli oceani e una serie di innumerevoli basi militari dislocate in Europa e in Asia. Veniva costruito, così, un “anomalo” impero, fondato – a differenza di quelli delle grandi potenze coloniali – non sul possesso di ampi territori, ma su una fitta rete di alleanze politiche, nonché sugli scambi economici stimolati da programmi come il Piano Marshall e dal liberismo multilaterale tenacemente imposto da Washington.

Convinte che «interessi e responsabilità globali» potessero essere, in nome di un manifest destiny [2], soltanto prerogativa del loro Paese, le élite dirigenti statunitensi miravano a ingabbiare l’Urss entro la sua zona d’influenza con un impressionante dispositivo militare. Sul terreno economico questa scelta da un lato si tradusse nell’incremento considerevole delle spese per armamenti, favorendo la ricerca tecnologica e consolidando il potere del «complesso militare-industriale»; dall’altro comportò un continuo trasferimento di dollari per il mantenimento di basi all’estero e per rispettare la promessa di fornire assistenza agli alleati.

Mario Schifano. Uno dei tanti quadri che l’artista della Pop Art italiana ha dedicato al simbolo globale della Coca Cola

Schiacciante sui versanti economico e strategico, l’egemonia statunitense è stata netta pure in campo culturale. I film di Hollywood e la rivista «Selezione» dal Reader’s Digest, il rock and roll e la Coca-Cola hanno veicolato in modo straordinario l’American way of life. Nel segno di una progressiva americanizzazione si avviava un’omologazione del modo di vivere, dei gusti e dei consumi, che sancì il passaggio dalla biopolitica nazifascista a quella incentrata sul consumismo e sulla forza di persuasione dell’industria culturale: i desideri della middle-class d’oltreoceano, i suoi status-symbol (l’auto, il televisore, gli elettrodomestici, gli svaghi e i divertimenti offerti dall’industria del tempo libero) diventavano le mete agognate dalla piccola e media borghesia europea.

La dimensione simbolica, che è il terreno per eccellenza del circuito dell’immaginario, ha avuto dunque nel Novecento statunitense un’importanza pari a quella militare e produttiva. E proprio qui risiede l’originalità di un modello di potere basato non solo sul binomio inscindibile di butter and guns (burro e cannoni), ma anche sulla costruzione di miti. L’America – come solitamente e impropriamente sono chiamati gli Stati Uniti – si è fatta, soprattutto attraverso il cinema, sogno, visione, paradigma. Amata e al tempo stesso odiata, è stata esaltata come il laboratorio più avanzato del capitalismo, come il Paese delle opportunità per antonomasia, come il faro della democrazia liberale. Ma – è opportuno rimarcarlo – l’American dream, il “sogno americano”, non ha baciato tutti, sull’una come sull’altra sponda dell’Atlantico. Anzi…

John Fitzgerald Kennedy

Tuttavia la riduzione, per quanto fosse possibile, delle sperequazioni sociali è stato l’obiettivo che si sono prefissate le amministrazioni democratiche negli anni Sessanta, impegnate anche in certo qual modo contro le discriminazioni razziali, ancora persistenti negli Stati del Sud. Ma gli entusiasmi suscitati dalla «nuova frontiera» di John Fitzgerald Kennedy, cioè da un disegno tendente a innervare lo spirito delle origini in un progetto di ampliamento dei diritti civili, erano condannati, dopo l’assassinio a Dallas del giovane presidente nel novembre del 1963, a svanire nella fitta vegetazione del Vietnam. L’invio, nel lontano Sud-est asiatico, di più di mezzo milione di soldati scandì il coinvolgimento della superpotenza in una guerra logorante e sempre meno condivisa all’interno. Le crude immagini che dagli schermi televisivi entravano nei salotti americani hanno raccontato di un conflitto caratterizzato da devastanti bombardamenti e da eccidi di civili. L’escalation dell’intervento militare, sotto Lyndon B. Johnson, ebbe quindi un “effetto boomerang”. Infatti non risolse il conflitto e anzi contribuì, in maniera determinante, a corrodere la forza d’attrazione del sogno americano.

Il presidente americano Richard Nixon in visita in Cina nel 1972

La grave crisi di consenso che investì le istituzioni statunitensi fu acuita, intorno alla metà del decennio successivo, dallo scandalo del Watergate e dalla umiliante fuga da Saigon. Si è trattato di avvenimenti che hanno lasciato cicatrici profonde e hanno appannato l’immagine della repubblica stellata, costretta già durante il periodo di Richard Nixon a ripensare alcuni fondamentali indirizzi della propria politica estera. Di qui, sotto l’abile regia di Henry Kissinger, le visite – entrambe per la prima volta nella storia delle relazioni diplomatiche – del presidente repubblicano in Cina nel febbraio del 1972 e a Mosca nel maggio dello stesso anno. Se il raggio d’azione rimaneva d’ampiezza planetaria, il globalismo imperiale [3] veniva ora piegato alle esigenze di una nazione traumatizzata e alle prese con il deficit della bilancia dei pagamenti e l’emergere di nuovi poli nell’economia internazionale.

Colpo di Stato in Cile, 1973

Un punto fermo era, comunque, la contesa con l’Urss nel settore degli armamenti nucleari, anche se limitata dai trattati Salt 1 e Abm (1972), volti a preservare l’equilibrio strategico tra le due superpotenze. Né venne mai allentato, se si esclude la breve stagione della presidenza Carter (1976-`80), l’asfissiante controllo sull’America Latina, considerata il «cortile di casa». L’ingerenza statunitense, che ha avuto – ed ha – la sua ragion d’essere in motivazioni prevalentemente di natura economica, è stata pesantissima, come ha dimostrato l’incondizionato appoggio fornito alle dittature capeggiate da militari anticomunisti, i quali misero in atto, dal Brasile al Paraguay, dal Cile all’Argentina, una feroce repressione delle forze popolari. Paradigmatico fu il golpe in Cile nel settembre 1973, che mise fine brutalmente al progetto di «reinvenzione della democrazia nel socialismo» perseguito da Salvador Allende alla testa della coalizione di Unidad Popular.

Emblema della Guida Suprema in Iran

L’antagonismo con l’Urss tornò a rinfocolarsi alla fine degli anni Settanta, intrecciandosi con eventi e fenomeni d’indubbia rilevanza, come l’avvento al potere in Iran degli ayatollah sciiti e il propagarsi del radicalismo islamico. Tuttavia, per quanto insidiata dalla concorrenza giapponese e tedesca, l’economia statunitense restava la più forte ed era capace di diffondere sempre più la sua cultura tecnologica e manageriale. Inoltre, un rilancio in grande stile del liberismo era promosso dai gruppi di pressione e dai ceti sociali che si riconoscevano in Ronald Reagan, eletto alla Casa Bianca nel 1980. Il carisma dell’ex attore californiano, abilissimo nell’uso dei mass-media, veniva messo al servizio di una politica imperniata sull’ostentazione dei muscoli in campo internazionale e tesa, attraverso un’insostenibile corsa al riarmo, a mettere in ginocchio l’Urss.

Berlino, 1989. Alla vigili della caduta del Muro

Sarà il suo successore George Bush ad assaporare tra il 1989 e il 1991, con il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, il gusto di un trionfo epocale che ha consentito a Washington di ergersi a unica superpotenza planetaria e di detenere tra le sue mani un primato incontrastato, grazie all’intreccio di una serie di fattori geostrategici, culturali, tecnologici e finanziari che sembravano averne rivitalizzato la forza e il prestigio. L’unilateralismo statunitense era il primario dato geopolitico di una fase storica contraddistinta dal «capitalismo senza frontiere», dal dispiegarsi della globalizzazione neoliberista, caratterizzata dal passaggio ancora in corso dal fordismo al postfordismo, dalla finanziarizzazione dell’economia, dall’intensificarsi degli scambi di merci e dei movimenti migratori, nonché dal diffondersi di Internet e della telematica, nocchieri di una onnipervasiva «rivoluzione digitale» culminata con il dilagare dell’Intelligenza Artificiale.

New York, 11 settembre 2001, l’attacco alle Torri gemelle

A onta degli incauti inni alla «fine della storia», dettati da un ottimismo rivelatosi ben presto infondato, la dissoluzione dell’assetto bipolare non dava luogo ad una situazione internazionale pacificata, come attestava l’incalzante susseguirsi degli avvenimenti: l’operazione «Tempesta nel deserto» del 1991 guidata dagli Usa di George Bush nell’area nevralgica del Golfo Persico dietro il paravento della difesa del diritto internazionale violato; il cruento sfaldamento della Jugoslavia (1991-1995); l’attacco della Nato contro la Repubblica federativa jugoslava nel 1999; la spedizione punitiva in Afghanistan dopo i micidiali attentati terroristici dell’11 settembre 2001, a New York e sul Pentagono, a opera di Al Qaeda, l’organizzazione jihadista del miliardario saudita Osama bin Laden; il regolamento di conti con l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. Si era di fronte così alla progressiva marginalizzazione dell’Onu, alla riabilitazione della guerra quale strumento principe per la risoluzione di tensioni e conflitti internazionali, alla volontà degli Stati Uniti di imporre ed estendere ovunque la propria leadership.

Uno degli ingressi del carcere-lager di Guantanamo

Allo shock provocato dai drammatici fatti dell’11 settembre 2001 l’amministrazione repubblicana di George W. Bush, figlio di George Bush, rispose con la crociata contro il «terrorismo globale», iniziata con l’attacco, dopo poco più di un mese, all’Afghanistan dei talebani, reo di ospitare i campi di Al Qaeda. Venne, peraltro, sospesa una serie di diritti sia per chi veniva catturato (si pensi alle terribili condizioni dei prigionieri nella base di Guantánamo), sia per i cittadini americani, soprattutto per gli immigrati, varando con il Patriot Act misure di controllo e sorveglianza sulla popolazione.

Saddam Hussein

Senza il consenso della comunità internazionale, solo con il sostegno di alcuni Paesi amici, tra cui la Spagna e l’Italia, gli Usa – con l’appoggio militare del fedele alleato britannico ed esibendo all’Onu prove clamorosamente false sulla presenza di armi di distruzione di massa – investirono, a partire dal 20 marzo 2003, con una pioggia di fuoco da terra, dal cielo e dal mare il regime di Saddam Hussein, accusato di formare con l’Iran e la Corea del Nord un temibile «asse del Male».

L’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi con il presidente Usa, George Bush nel 2001

Il conflitto, che aveva avuto un’estenuante incubazione, era la prima applicazione della «strategia preventiva», la dottrina enunciata nella National Security Strategy diffusa dalla Casa Bianca il 20 settembre 2002. La pietra angolare di questo documento di portata storica, che riprendeva i concetti principali di un importante memorandum scritto nel 1992 per conto di Bush padre da esponenti della destra repubblicana, era la prevenzione di ogni possibile minaccia all’obiettivo statunitense di inaugurare un «nuovo secolo americano»  [4]. A tal fine andava scongiurata la comparsa sulla scena internazionale di un antagonista in grado di competere con Washington. Preoccupati dalla progressiva divaricazione tra potere economico e forza militare degli Usa, i ceti dirigenti statunitensi temevano la crescita di Cina, Unione Europea, Russia, India e Brasile, i big five, capaci di rimescolare – se non frenati – le gerarchie economiche a livello planetario. Ispirata dal pensiero strategico elaborato nei think tank dei «neoconservatori» [5], la politica estera di George W. Bush intendeva garantire agli Usa la condizione di «iperpotenza» [6], puntando sulle carte della superiorità militare e tecnologica.

Tuttavia, il risultato dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq non è stato l’instaurazione di una «pax americana» globale, ma la destabilizzazione di un’area cruciale con l’emergere dell’Isis e la creazione nel giugno 2014 del Califfato Islamico tra Siria e Iraq, che ha ispirato e diretto attentati in tutto il mondo e ha governato milioni di persone con metodi terroristici sino a quando non è stato sconfitto, tra il 2017 e il 2019, da una coalizione internazionale.

Lo Stato islamico secondo la rappresentazione dell’Isis

Con l’insediamento alla Casa Bianca nel 2009 di Barack Obama, che si trovò a gestire la pesante eredità di due guerre e di una grave crisi economica mondiale, veniva ridotto l’impiego di risorse ed energie in Afghanistan e in Iraq, e si optava per un approccio multilaterale, rifiutando il coinvolgimento militare in Siria fin quando non apparve in tutta la sua evidenza la minaccia rappresentata dall’Isis e lavorando insieme con i partner occidentali per un accordo sul nucleare iraniano. Con Obama, che poté vantare tra i suoi meriti l’eliminazione fisica di Osama bin Laden (1° maggio 2011), cominciava il disimpegno dai teatri internazionali, proseguito – seppur con ragioni e modi ben diversi – sotto il primo mandato di Donald Trump.

New York, il grattacelo Trump (Imagoeconomica, Andrea Paolella)

Espressione dell’antipolitica, di un’estesa sfiducia nelle istituzioni; maggior esempio su scala mondiale del fenomeno inaugurato da Silvio Berlusconi nel 1994 dei miliardari ascesi ai vertici del potere politico; punto di coagulo del razzismo e suprematismo bianco, Trump aveva vinto le elezioni presidenziali del 2016 con lo slogan di stampo isolazionista Make America great again, capitalizzando il rancore dei forgotten men [7], dei vinti della globalizzazione contro le élite politico-intellettuali, dei ceti medi impoveriti dalla crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la peggiore dopo quella deflagrata nel 1929. Attento soprattutto alle ragioni della convenienza economica o elettorale per qualsiasi dossier, individuerà immediatamente nella Cina il rivale più pericoloso per gli Usa, l’unico in grado di mettersi con successo nella corsia del sorpasso. Battendo la strada della diplomazia dell’opportunismo e del potere esibito, ha cancellato accordi internazionali condivisi, come quelli sul clima stipulati a Parigi nell’autunno del 2015; è giunto a uscire da teatri strategici come il Mediterraneo, l’Afghanistan e ancor più la Siria, consentendo ampi margini di manovra a Russia e Turchia [8]. Durante la pandemia da Covid-19, la cui scellerata gestione gli è costata la rielezione nel 2020, Trump ha dato di nuovo voce all’America isolazionista, riducendo al minimo gli aiuti e ritirando unilateralmente il proprio Paese dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai consessi per la ricerca sul vaccino e sulla cura.

(Imagoeconomica)

Il suo successore, il democratico Joe Biden, ha cercato di riportare gli Usa in un ruolo di leadership sul piano globale, dando però cattiva prova di sé nell’agosto 2021 con il caotico abbandono dell’Afghanistan, riconsegnato ai talebani dopo vent’anni di una dispendiosa e devastante occupazione  [9]. Ha dovuto poi fronteggiare un terremoto geopolitico che ha messo a nudo l’instabilità e la fragilità dell’ordine internazionale liberale costruito dopo la fine della Guerra fredda: l’invasione dell’Ucraina nel 2022 da parte della Russia di Vladimir Putin, fermamente intenzionato ad arginare il progressivo allargamento della Nato ad Est e a ripristinare una più ampia sfera d’influenza.

Il libro che ha introdotto nel dibattito politico la definizione della società attuale con “il capitalismo della sorveglianza”

Con il ritorno alla Casa Bianca di Trump, il cui trionfo elettorale nel novembre 2024 è stato favorito e salutato positivamente dai “tecno-oligarchi” del «capitalismo della sorveglianza» [10], gli Stati Uniti sono giunti all’appuntamento del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza (4 luglio 1776) in una condizione di evidente affanno, sia per la tenuta delle loro istituzioni democratiche (per non parlare dello smantellamento del “Deep State” [11]), sia per il loro ruolo sulla scena internazionale.

6 gennaio 2021, assalto a Capitol Hill

Sul piano interno, caratterizzato da alcuni anni dalla polarizzazione dell’opinione pubblica, di cui l’assalto a Capitol Hill dei seguaci di Trump, il 6 gennaio 2021, è stata la manifestazione più clamorosa, l’amministrazione del magnate newyorkese sta perseguendo con determinazione una politica volta ad innalzare muri e barriere, specialmente nei confronti degli immigrati, con esiti talvolta esiziali, com’è accaduto a Minneapolis nel gennaio 2026 per mano degli agenti dell’ICE. Sul terreno internazionale, dove è chiamata a misurarsi con la sfida cinese e l’esplosivo quadrante mediorientale, non ha mantenuto l’originaria promessa fatta al popolo Maga di ridurre la sovraesposizione di Washington, ma si è affidata invece alle armi dell’esibizione muscolare e dell’unilateralismo, «cifra distintiva – come è stato giustamente osservato – del modo di condurre la politica estera da parte di Trump» [12].

Lo stretto di Hormuz, l’imbuto del mondo

Se questa scelta ha pagato nel caso del Venezuela con il blitz cruento a Caracas nel gennaio 2026, che ha portato al sequestro del presidente Nicolás Maduro e ad allungare le mani sulle enormi riserve petrolifere del Paese latino-americano, non altrettanto può dirsi per la guerra scatenata il 28 febbraio 2026 contro l’Iran, a sostegno della politica mediorientale dell’alleato israeliano Benjamin Netanyahu. Non solo non è avvenuto l’auspicato regime change, ma il braccio di ferro sul controllo dello Stretto di Hormuz, dove passa una quota rilevante del traffico energetico mondiale, ha ribadito le crescenti difficoltà dell’imperialismo della superpotenza statunitense, insidiata soprattutto dal sornione competitor globale cinese. Sono queste ultime la spia di un declino irreversibile? Certamente, sono un segnale allarmante per gli Usa, all’opera in uno scenario che li vede ripercorrere – con la finanziarizzazione spinta della loro economia, con la dilatazione del debito e delle spese militari – la strada simile a quella battuta dalla Gran Bretagna prima di cedere il passo all’egemonia statunitense.

Francesco Soverina, storico


NOTE 

[1] Si deve al diplomatico George Kennan l’elaborazione, nel 1947, delle linee generali della dottrina del contenimento, volta ad arginare, con gli strumenti della politica e dell’economia, un’eventuale espansione dell’Urss.
[2] Sin dall’Ottocento i ceti dirigenti statunitensi hanno pensato di essere votati a una missione provvidenziale, ad un compito di civilizzazione universale, a un futuro di espansione commerciale e culturale.
[3] Era la strategia basata sulla coniugazione di prosperità interna ed egemonia mondiale. Un’utile e rigorosa messa a punto sulla proiezione imperiale degli Usa è il testo di F. Romero, L’impero americano. Gli USA potenza mondiale, Giunti, Firenze 2001.
[4] Cfr. i contributi raccolti in AA. VV. Da Bush a Bush. La nuova dottrina strategica USA attraverso i documenti ufficiali (1991-2003), La Città del Sole, Napoli 2004.
[5] Gruppo di pressione composto dagli eredi di settori anticomunisti e filo-sionisti del Partito democratico, approdati a destra negli anni Settanta (Richard Perle, Elliott Abrams e William Kristol), e dalla destra repubblicana di Donald Rumsfeld e degli esperti di strategia come Paul Wolfowitz, i «neoconservatori» hanno dato vita nel 1997 al Project for the New American Century (Pnac), la cui Dichiarazione di principi sottolineava perentoriamente l’esigenza di «una leadership globale americana» e di «un nuovo secolo favorevole agli interessi e ai principi americani». Si veda di J. Lobe, A. Olivieri, I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Feltrinelli, Milano 200 
[6] Così definiva lo strapotere statunitense il francese Hubert Védrine, ministro degli Esteri, dal giugno 1997 al maggio 2002, nel governo di Lionel Jospin.
[7] Letteralmente gli uomini dimenticati.
[8] G. Pancheri, L’impero americano. Storia della politica estera USA da Panama all’Ucraina, Solferino, Milano 2023, pp. 96-98. 
[9] Cfr. F. Soverina, Le onde lunghe della storia. Dall’età contemporanea al tempo presente, La Valle del Tempo, Napoli 2025, pp. 320-326.
[10] Sulla “tecno-destra” si rinvia a D. Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi, Torino 2025.
[11] Il termine “Deep State” (o “Stato profondo”) si riferisce all’insieme di apparati burocratici, militari e di intelligence che influenzano e orientano le decisioni politiche indipendentemente (e spesso a prescindere) dai governi.
[12] M. Del Pero, Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump, il Mulino, Bologna 2025, p. 68.