Si è svolta a Roma la due giorni Libere di essere – Donne: dal voto alla rappresentanza. Potere, modelli, linguaggi, che il Coordinamento donne ANPI ha organizzato nella ricorrenza degli ottanta anni del voto alle donne in Italia. Appuntamento, quello del voto, al quale il nostro Paese arriva con il consueto ritardo fisiologico sul resto d’Europa, dove in alcuni paesi le donne cominciano a votare già nell’ultima decade dell’Ottocento.
Tante le voci che si sono susseguite in dialoghi a due come spazi di informazione, ma nel contempo anche di denuncia per forme di discriminazione e violenza che si perpetuano nel mondo del lavoro femminile, ma anche nella famiglia con i sempre poco intellegibili dati sui femminicidi e i suicidi indotti o forzati in Italia.

Ad aprire i lavori Tamara Ferretti, componente della segreteria nazionale ANPI e responsabile del Coordinamento nazionale donne, secondo la quale: «Le barriere che le donne hanno abbattuto in questi 80 anni sono state tante, ma insieme a vecchi ostracismi e tabù sono cresciute anche nuove ostilità e insidie in processi di massificazione, di omologazione, di cancellazione delle diversità che nello stesso tempo promuovono esasperati individualismi e l’ansia del “tutto e subito”, perdendo di vista quelle che sono le reali catene di comando». Quindi «permangono e spesso vengono riprodotti, generati e rigenerati stereotipi di genere».

Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale ANPI, tra l’altro uno dei pochi uomini presenti alla manifestazione, sottolinea il dato relativo alla presenza femminile nell’attuale parlamento italiano: il 31%, quindi addirittura inferiore a quello della precedente legislatura, rilevando come, per esempio, al referendum costituzionale confermativo sulla giustizia «la sensibilità costituzionale si sia manifestata maggiormente non solo tra i giovani, com’è noto, ma anche fra le donne». Pagliarulo si sofferma anche sulla questione palestinese e del genocidio di Gaza, menzionando la giovane attivista irlandese, Cat Graham, che grida Free Palestine! circondata da aguzzini israeliani al guinzaglio di Ben Gvir, leader dell’estrema destra e ministro della Sicurezza nazionale d’Israele nel video che ha sputtanato l’ennesimo e imperdonabile atto di sopruso da parte del suo governo.


Poi, nello stimolante susseguirsi di dialoghi – questa la forma dinamica scelta per affrontare temi come la storia, la comunicazione, la cultura, il lavoro, modelli e linguaggi di-genere, l’intelligenza artificiale, la multiculturalità – tutti rigorosamente al femminile, la storica Patrizia Gabrielli, che dialogando con Francesca Parmigiani, avvocata e scrittrice, ha ricordato le forme spontanee di solidarietà femminile nella Resistenza, forme di resistenza civile, organizzata, impegno che il termine “staffetta” di certo non descrive, anzi riduce. Serena Bersani, giornalista e presidente di Giulia che dialogando con la direttrice di Patria Indipendente Natalia Marino, ha messo in evidenza come, tra le altre cose, fino al Manifesto di Venezia, non esistesse un codice deontologico su come parlare nella stampa di donne, di femminicidi e di violenza di genere.

Lara Ghiglione, segreteria nazionale Cgil, ha sottolineato aspetti come la carenza di strumenti adeguati di misurazione del lavoro e della qualità del lavoro delle donne, di investimenti sulla genitorialità, di un risanamento dei buchi contributivi, quali fattori che contribuiscono a porre la donna in una situazione discriminante; basti pensare, per esempio, che solo il 20% dei posti dirigenziali è ricoperto da donne.

Velia Papa, direttrice artistica del Teatro Ateneo, ha rilevato che quando ci sono donne al comando ci sono più donne che lavorano; nel teatro, nelle maestranze, nel cinema, poche sono le montatrici, le registe, le produttrici.

E non sono mancati momenti artistici in questi due giorni di fitte riflessioni sulla condizione femminile. La docente dell’Università di Milano Giuliana Nuvoli e le attrici Susy Sergiacomo e Ilaria Patamia hanno letto e recitato brani dedicati alle 21 donne elette nel ’46 all’Assemblea Costituente, le madri della Repubblica, regalando momenti di intensità e di commozione.
Libere di essere ha tracciato un percorso fatto di testimonianze, di professionalità e di responsabilità, lungo il quale sono emerse le numerose criticità di un mondo che continua a ignorare tra l’altro bambini e anziani, a innalzare muri dove dovrebbe costruire ponti, di sicuro non quello sullo Stretto, ironizzava la studentessa Claudia Cammarata nel raccontare la sua impresa per raggiungere Roma dalla Sicilia e portare il suo contributo alla discussione. Si è sottolineata la necessità di adoperare un linguaggio consono e rispettoso anche da parte di chi, come le operatrici e gli operatori dell’informazione, ha il dovere e l’imperativo morale di raccontare la realtà dei fatti con un linguaggio e una terminologia adeguati.

Discorso ripreso dalla linguista Cecilia Robustelli con la quale si è fatto il punto proprio sul linguaggio di genere, sull’uso della lingua in relazione alla rappresentazione della donna nel dialogo con Alessandra Rea, ricercatrice.
È importante dare anche segnali positivi, cosa che questa serie di sguardi poliedrici ci aiuta a fare già solo grazie alla presenza di così tante donne unite nel voler conquistare o riconquistare e difendere i propri spazi, i propri diritti, le proprie libertà. Georgia Cesarone, esperta di cybersicurity, e Lucia Migliorelli, ricercatrice tenure track nell’Università degli Studi di Teramo, hanno richiamato l’attenzione sull’importanza dei bias, sottolineando come le persone che progettano la tecnologia determinino chi è visibile, chi conta e ha il potere in tutto il mondo digitale. Ma quanto è chiara, palese la distinzione tra digitale e reale? «Il linguaggio e la grammatica sono quelli che ci permettono di immaginare un mondo, l’intelligenza artificiale non nasce neutra, ma si nutre dei dati che noi le diamo, quindi eredita da noi un meraviglioso stereotipo… che propaga».

A scardinare gli stereotipi provvedono iniziative umane, umanistiche e umanitarie come quella del Suq Genova: così Carla Peirolero, responsabile del festival teatrale che da ormai quasi tre decenni coglie spunto dalla preziosa gemma della multiculturalità per «lasciarsi andare e non vederla come un’invasione». Occorre agire nello spazio pubblico, in quello politico, un vago e irrispettoso richiamo al pensiero di Hannah Arendt.
Momenti strutturati di scambio come questi due giorni di riflessioni e racconti di vite e di esperienze tutte al femminile sono fondamentali per fare il punto sulla nostra condizione tra femminicidio, abbandono scolastico – ci si è soffermate tra l’altro sull’inadeguatezza della scuola italiana attuale nel fornire risposte e modelli che riflettano la parità di genere e di generi – prostituzione, rinuncia a cure e benessere e quant’altro all’ordine del giorno in questo universo che sembra faticare a prendere atto della presenza fattiva e costruttiva delle donne.

«Resistenza, resilienza e rinascita», insomma, per chiudere con le parole di Tamara Ferretti, alla quale sono state affidate le conclusioni insieme ad Anna Teresa Arnone, presidente nazionale Cif, che cita santa Caterina da Siena: «Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutta Italia» e a Ilaria Scalmani, responsabile nazionale Udi – associazioni, ricordiamo, tutte e tre nate dalla Resistenza, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra – che ha sottolineato come ci siano segnali importanti di cambiamento nella condivisione nelle sue diverse accezioni: nel lavoro domestico, nella responsabilità educativa, persino nelle battaglie politiche e sociali.
La strada è tracciata ed è quella mai scontata, mai facile da percorrere, della giustizia sociale.
Mariarosaria Sciglitano
Pubblicato venerdì 29 Maggio 2026
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