Mario Novellini, “I sette Fratelli Cervi davanti al plotone di esecuzione”, quadro a olio (Archivio forografico ANPI nazionale)

Sette uomini, sette
Sette ferite e sette solchi
Ci disse la pianura
“I figli di Alcide non sono mai morti”
E in quella pianura
Da Valle Re ai Campi Rossi
Noi ci passammo un giorno
E in mezzo alla nebbia
Ci scoprimmo commossi
La pianura del sette fratelli, Gang

 

E in mezzo alla nebbia ci scoprimmo commossi è un verso di La pianura dei sette fratelli, uno dei brani più iconici tra quelli composti sulla Resistenza, nato dalla geniale penna di Marino Severini con i marchigiani Gang, a ricordo della strage dei sette fratelli Cervi. Una canzone che si fa espressione di un sentimento vivo oltre che di memoria, di quelli che lasciano segni profondi, che incidono nelle vite di chi davanti a quel lutto ha continuato a commuoversi.

Un verso che è stato scelto, a ragione, quale titolo di un saggio dedicato alle canzoni resistenziali, a sottolineare la straordinaria vocazione della musica nel rievocare momenti storici cristallizzati nell’intreccio di testi e melodie, capaci di suscitare inevitabili suggestioni. Certe canzoni, poi, cronache di eventi fondanti il sistema democratico del nostro Paese, come la lotta partigiana, meritano uno studio accurato. Perché non si tratta di argomentare su un semplice esercizio estetico, ma di un potente strumento di difesa della memoria collettiva e dei valori dell’antifascismo.

Così, analizzando come la canzone d’autore e i linguaggi della cultura popolare abbiano saputo mettere in sicurezza le storie della Resistenza, in un arco temporale che va dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, il saggio di Renato Paganotto, che ha come sottotitolo Storie e personaggi nella canzone antifascista italiana, uscito recentemente per i tipi di Arcana, si rivela strumento di indiscutibile validità. La ricerca di Paganotto, architetto e autore di saggi tra musica e storia, non è una semplice raccolta di canti, dimostra come la musica si sia fatta “staffetta”, passaggio di testimone che ha trasformato il sacrificio dei singoli in un patrimonio condiviso, necessario per comprendere la profonda realtà umana di chi scelse di non restare indifferente.

(Archivio fotografico ANPI nazionale)

Nell’approfondita disamina l’autore compone una mappatura quantitativa e qualitativa, a opera di 289 musicisti (cantautori, gruppi, esecutori, bande, orchestre), di oltre 280 brani che diventano 461 includendo cover e riedizioni, esecuzioni prodotte dal dopoguerra ai giorni nostri, dalle quali emerge come la canzone non sia solo un oggetto artistico, ma un veicolo di educazione collettiva e di affermazione identitaria. L’indagine delinea anche una geografia della canzone antifascista, individuando le regioni del Nord e del Centro come rappresentanti il fulcro della produzione di canti (65% del totale), con la Lombardia in testa (21%), mentre altre regioni rilevanti si rivelano: Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna, mentre il Sud Italia offre un contributo più esiguo (meno del 5% del totale), eccezion fatta per la Campania. La mappatura della produzione musicale riflette fedelmente la capillarità dei valori resistenziali sul territorio italiano, con le differenze regionali legate alla storia dei movimenti partigiani.

Il gruppo di Cantacronache

Emerge inoltre quanto la produzione di canzoni a tema resistenziale non sia diminuita nel tempo, ma anzi abbia mostrato un incremento in anni recenti: il decennio 2010-2020 è infatti quello di massima produzione (34%), scendendo al 3% negli anni 50, il periodo pionieristico con il gruppo Cantacronache, mentre la soglia più bassa si tocca negli anni Ottanta (2%), la fase del disimpegno e del ripiegamento nel privato, nella quale spiccano però due capolavori: Nicolò di Pierangelo Bertoli del 1981, che ha per tema la delusione di chi dopo la Resistenza immaginava un mondo migliore, e Il passaggio dei partigiani di Ivano Fossati del 1986, ispirata all’eccidio avvenuto su Monte Sant’Angelo nel comune di Arcevia (Ancona).

La trasmissione della memoria, poi, non è rimasta cristallizzata, ma ha adottato linguaggi sonori capaci di parlare a sensibilità diverse. Se nel ventennio fascista l’antifascismo viaggiava attraverso i “Canti della fronda”, brani satirici come Maramao perché sei morto o Crapa pelada che sfruttavano l’ambiguità del testo, il dopoguerra ha visto un’esplosione di generi. Quelli prevalenti, il folk e la musica d’autore, dominano la gran parte delle esecuzioni.

Modena City Ramblers

Gli anni Sessanta e Settanta, infatti, hanno visto l’impegno di interpreti storici come Michele L. Straniero, Fausto Amodei, Milva, Sergio Endrigo, Ivan Della Mea, Claudio Lolli, Francesco Guccini. E di gruppi iconici come Stormy Six, giungendo con i Nomadi alle soglie degli anni Ottanta, con la fase del silenzio e del disinteresse. Gli anni Novanta hanno segnato una decisa ripresa, a partire da Materiale Resistente del 1995, album che ha coinvolto celebri formazioni come Modena City Ramblers, Gang, Yo Yo Mundi, CSI, Disciplinatha, Lou Dalfin, Üstmamò, Mau Mau, Marlene Kuntz. Caratteristica significativa di questa rinascita musicale è la presenza del folk-rock (combat folk), del punk e dello ska (Banda Bassotti, Ashpipe). In particolare, il combat folk ha rappresentato l’anello di congiunzione più efficace: attraverso l’uso di strumenti della tradizione contadina innestati su ritmi serrati, gruppi come i Modena City Ramblers o i Gang hanno saputo combattere l’oblio, attirando un pubblico giovane grazie a una sonorità energica ma storicamente radicata.

Il gruppo napoletano A67

Altre voci autorali contemporanee sono quelle di Vinicio Capossela, Kento, Cesare Basile, Il Teatro degli Orrori, Esterina, gli A67 (questi ultimi attivi nel racconto della resistenza napoletana a Scampia) e si potrebbe aggiungere la cantautrice e storica Letizia Fuochi. Voci raccolte in alcuni degli album, recentemente usciti (Nella notte ci guidano le stelle. Canti per la Resistenza, Tredici canzoni urgenti di Capossela, Con il cuore nella rivolta. Canzoni sulla Resistenza promosso da Archivi della Resistenza. La scelta nei quali cover di canti partigiani e canzoni nuove, hanno rappresentato una straordinaria combinazione tra sperimentazione musicale, memoria storica, operazione culturale e divulgativa di altissimo livello qualitativo. Le cover non sono semplici ripetizioni, ma veri e propri “atti di attualizzazione”. Trasporre un testo storico in una sonorità più sferzante serve, infatti, a caricare il messaggio di una tensione emotiva che parla direttamente ai conflitti del presente.

Basti pensare a Ma mi, classico milanese, reinterpretato in chiave ska dalla Banda Bassotti.

Oppure a Oltre il ponte (testo di Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici) riletto con l’energia punk dagli Ashpipe

o combat fork dei Modena City Ramblers. Ma anche Canto allo scugnizzo realizzata dai Musicanova nel 1978, il gruppo di Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e Teresa De Sio,

riproposta nel 1998 come Scugnizzi dal gruppo napoletano 24 Grana.

L’uso di generi considerabili alternativi e nati come reazione alla musica commerciale risulta particolarmente efficace per veicolare l’intensità di quella che fu la rivolta contro la barbarie nazifascista, riaffermando oggi, con quella stessa vitalità, la necessità di sconfiggere l’apatia e il disinteresse che permeano questo presente spersonalizzato e asettico. Una missione che i musicisti contemporanei hanno fatto propria per contrastare chi si rassegna a restare passivo. Queste versioni ritmicamente seducenti, dalle sonorità più grezze e aggressive, oppure pervase dall’elettronica, ma anche cariche di essenzialità, di voci distintive spogliano il repertorio della solennità museale per restituirgli la vibrazione della rabbia e dell’impegno giovanile, rendendo la Resistenza un tema sempre urgente. Le cover e le reinterpretazioni moderne raggiungono così l’obiettivo di rendere i valori della lotta al nazifascismo fruibili per le nuove generazioni, particolarmente in periodi di disillusione, individualismo o instabilità democratica, in cui queste canzoni riaffermano l’importanza della memoria collettiva, con la musica che funge da presidio contro le derive autoritarie sempre in agguato. “Vivere vuol dire essere partigiani”, scriveva Gramsci, e la musica di oggi traduce questo rifiuto dell’indifferenza in un linguaggio accessibile ai ventenni di questo tempo.

Riflettendo su tale mole così ben ordinata, si comprendono, inoltre, le diverse funzioni attribuibili al canto. È noto come durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, il medium musicale abbia agito come strumento di disciplina e coordinamento, fornendo un ritmo comune all’azione politica e militare, per poi, nelle fasi di ricostruzione, operare come collante sociale per le comunità che riconoscevano nei valori costituzionali la propria radice fondante, rafforzando il senso di appartenenza. Per arrivare alle produzioni più recenti, dove la canzone ha assunto una funzione testimoniale necessaria a proteggere la verità storica dai tentativi di revisionismo e dall’ingiuria del tempo.

Di ogni canzone l’autore offre un corredo descrittivo impeccabile, specificandone collocazione discografica, genere, interprete, inserendo informazioni dettagliate sulla genesi del testo e della musica, il compositore, le motivazioni sottostanti la sua origine, le innumerevoli versioni, le fonti e le ricerche attraverso le quali il canto è sopravvissuto al tempo (il fondamentale Canti della Resistenza taliana a cura di Michele L. Straniero e di Virgilio Savona, e il più recente La Resistenza in 100 canti di Alessio Lega, insieme agli archivi digitali, tra cui Ildeposito.org e Antiwarsong.org). Ma anche documentandone la presenza in alcune scene di film, come il brano Io ero Sandokan in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e Fischia il vento intonato in Buongiorno Notte di Marco Bellocchio.

Non mancano riferimenti a romanzi, graphic novel, saggi utili a collocare, insieme alle canzoni, le coordinate di un evento, sempre presentato nella sua cornice storica, nel contesto geografico e temporale. Focalizzando sul tema chiave, l’antifascismo, ed escludendone altri benché limitrofi, questo ricco apparato fa del libro una straordinaria guida sul tema, perfettamente organizzata e utile a chiunque ricerchi fatti, eventi, storie, personaggi e significati riguardanti il canto resistenziale, da utilizzare per motivi scientifici, didattici o divulgativi. Perché questo potente canzoniere, osservato nella sua interezza, rende espliciti temi salienti, momenti cruciali della lotta al nazifascismo, come la traiettoria umana dei partigiani, protagonisti di vicende tragiche o vittoriose, che compirono la scelta radicale di abbandonare la vita ordinaria per combattere l’oppressore. O come gli eccidi, che costituiscono spesso il fulcro dell’ispirazione. Numerosissime, infatti, sono le canzoni che li descrivono con immagini potenti, con parole di cordoglio.

Il racconto cronologico ha come punto di partenza l’evento noto come Barricate di Parma (Agosto 1922), quando la popolazione dell’Oltretorrente respinse diecimila squadristi di Italo Balbo al grido di Da qui non si passa! “Balbo t’è pasè l’atlantic mo at pasarè miga la Perma”, la scritta di scherno sul lungoparma, mentre L’Oltretorrente degli Atarassia Gröp (2006)

e Alle barricate dei The Gang (2015), scandiscono i momenti della resistenza contro le camicie nere, scontro anticipatore di quello che sarebbe arrivato poco dopo.

Altro evento cardine di cui la canzone ha fissato il ricordo è la fucilazione dei sette fratelli Cervi avvenuto all’alba del 28 dicembre 1943 presso il Poligono di Tiro di Reggio Emilia. Con parole cariche di umanità Alcide Cervi, il padre, nell’autobiografia I miei sette figli, ha raccontato la loro epopea, descrivendoli come rami di una quercia falciata, e ha invitato a guardare il “seme” ovvero l’ideale. Da questa immagine potente sono scaturire opere di eccezionale valore etico e morale come, tra le altre, La pianura dei sette fratelli di Gang e il poema Sette fratelli di Gianni Rodari messo in musica da Marco Paolini e i Mercanti di Liquore.

Dalla ballata intonata da Giovanna Daffini, Compagni fratelli Cervi alla Canzone per Delmo di Filippo Andreani con Marino Severini che compie uno scarto etnomusicologico fondamentale: il brano non è un’ode al martire Aldo Cervi, ma un dialogo intimo e biografico tra un figlio, Adelmo, e il padre scomparso, spostando l’attenzione sul dolore del distacco e sulla “traiettoria di un’esistenza” interrotta.

E poi Campi rossi del gruppo folk aretino La Casa del Vento, concludendo con Cervi di Paolo Benvegnù incisa nell’album del 2023 Nella notte ci guidano le stelle.

Sull’eccidio di Cefalonia (Settembre 1943), ovvero il massacro della Divisione Acqui da parte dei tedeschi dopo l’armistizio, tra le canzoni simbolo, I banditi della Acqui, reinterpretata dagli Yo Yo Mundi, nata sui monti dell’isola greca tra i superstiti. Dello stesso gruppo anche Il silenzio del mare.

La rappresaglia nazista a Roma dopo l’attacco di Via Rasella, con l’uccisione di 335 persone, ha prodotto numerose testimonianze in musica. Dalle ballate di cronaca oggettiva di Giovanna Marini, (Le Fosse Ardeatine), che elenca nomi e cognomi per preservarne la memoria,

alle canzoni più intime come Roma occupata di Giacomo Lariccia, che recupera la storia personale del bisnonno Renzo Giorgini ucciso nella strage.

Non mancano gli eroi dimenticati come Michele Bolgia, il ferroviere che apriva i vagoni diretti ad Auschwitz, salvando migliaia di ebrei che altrimenti sarebbero stati deportati nel campo di sterminio, identificato grazie al suo orologio Roskopf, celebrato in L’orologio del ferroviere di Alberto Marchetti.

E poi Via Rasella di Gabriella Ferri che, sulla musica composta da Ennio Morricone, ha tradotto nel dialetto romano l’enormità dello strazio che colpì la città intera.

Se la cantautrice Ginevra Di Marco in Madre severa ha trasformato l’eccidio di Montalto in una riflessione sulla memoria che “ci veglia e ci consegna intatti alla nostra storia”,

alla strage della Benedicta YoYo Mundi ha dedicato l’album Partigiani Sempre, tra i cui brani spicca Sai che vai su (Nei boschi della Benedicta).

L’unica superstite dei Modena City Ramblers e Fiamma è la storia di Liliana Del Monte, una bambina di undici anni, unica sopravvissuta della strage della Bettola di Vezzano sul Crostolo.

Numerosi altri massacri sono revocati dalle canzoni, come quello di San Severo e San Polo in Notte di San Severo, di La Casa del Vento,

ma anche la rivolta delle donne di Carrara, l’eccidio di Piazzale Loreto, Sant’Anna di Stazzema (Girotondo a Sant’Anna, La Casa nel Vento),

l’eccidio di Vinca (Nuvole a Vinca, Stormy Six).

E poi Monte Sole, a cui sono legate diverse incisioni: da Montesole, di Per Grazia Ricevuta con la voce di Ginevra Di Marco,

a Monte Sole di Alessandro Colpani e Francesco Brianzi, a partire da una poesia di Luciano Gherardi.

E poi Elide (Girotondo a Montesole) di YoYo Mundi.

Qui si affronta l’orrore della strage nazifascista evocando immagini strazianti, come quella delle bambine e dei bambini che giocavano al girotondo un istante prima del massacro. È questo contrasto tra l’innocenza e l’atroce crudeltà a rendere questi brani monumenti sonori necessari.

E poi c’è Napoli e il racconto delle Quattro Giornate, immortalate attraverso una linea di continuità da Sergio Bruni fino agli A67. La canzone Napule nun te scurdà del gruppo di Scampia è, infatti, una reinterpretazione di un brano del 1976 del maestro Sergio Bruni, scritto su poesia di Salvatore Palomba. Bruni, partigiano ferito in guerra, ha consegnato il testimone ai giovani che oggi lottano contro l’abbandono e l’incuria che colpisce lo stesso territorio, la medesima città. La memoria storica delle Quattro Giornate di Napoli viene, infatti, a essere utilizzata per denunciare il degrado e l’emarginazione contemporanea. Attraverso questa traslazione, la musica cessa di essere semplice ascolto per diventare uno strumento di educazione collettiva, trasformando il passato in un’arma contro l’ingiustizia sociale odierna.

In questo passaggio, inoltre, la canzone viene ad assumere enorme portata civile. L’intervento di celebri artisti come Sergio Bruni e successivamente dei napoletani A67 è stato fondamentale dal punto di vista socioculturale. La loro operazione etnomusicologica ha mirato a scardinare il folklore oleografico, abbattendo gli stereotipi dei “lazzaroni”, dei “franceschielli” e dei “Pulcinella”, per svelare la cruda cronaca della dignità di uomini e donne. Nelle Quattro Giornate di Napoli la musica non celebra l’immagine cartolinesca della città, ma l’autonomia di un popolo che si libera spontaneamente dall’oppressione.

È la Liberazione, successivamente a offrire una grande quantità di spunti per la composizione dei canti. Da Festa d’aprile di Giovanna Daffini alla versione agrifolk delle De Soda Sisters,

fino ad Antonello Venditti che ricorda il 25 aprile in Ma che bella giornata di sole

e a Francesco Guccini in Quel giorno d’aprile.

Altra sezione corposa è quella dei canti composti nel dopoguerra che affrontano il tema della Resistenza tradita. La cantano, tra gli altri, Sergio Endrigo in La ballata dell’ex, sul senso di disillusione provato dagli ex partigiani che avevano creduto in una grande rivoluzione che invece non ci fu.

Fausto Amodei nella sua ironica ma amara Se non li conoscete

e poi in Non è finita Piazza Loreto, avvertiva l’esistenza di un fascismo che come erba grama continua a crescere,

per arrivare a Resistenza Globale di Modena City Ramblers incisa nel 2023 insieme ai Punkres.

La narrazione della Resistenza nelle canzoni origina anche dalle vicende biografiche individuali e dalle sterzate improvvise che hanno segnato la vita dei protagonisti. Così, emerge il fatto che i partigiani non furono solo militari professionisti, ma un corpo eterogeneo composto da studenti, contadini e operai. Viene evidenziata l’irrazionalità e l’incoscienza insita nella scelta che questi uomini e queste donne – oltre ai combattenti in prima linea, un supporto logistico cruciale venne fornito da giovani donne, le staffette, e bambini, che operavano nelle retrovie – fecero, di mettere a repentaglio la propria vita. Colpisce l’irrazionalità di quella scelta: persone che non avevano mai impugnato un’arma decisero improvvisamente di rischiare tutto. Per i militari, la decisione era spesso legata a una posizione già occupata, ma per i civili si trattava di un distacco totale dalla vita ordinaria. I canti rivelano l’estrema giovinezza dei combattenti. Molti di loro potevano somigliare ai ragazzi di oggi, m con uno sguardo più assorto e pensoso. Quando si osservano le fotografie di questi giovani partigiani, colpisce la loro normalità, sottolinea l’autore: qualcuno indossa i calzoni corti e mostra le ginocchia sbucciate, altri combattono con l’acne giovanile sul volto. Somigliano incredibilmente agli adolescenti di oggi che sfrecciano su uno skateboard o controllano lo smartphone; solo che loro, per la prima volta, imbracciavano un fucile carichi di angoscia per l’abbandono delle famiglie e per l’incontro con un destino fatto di sacrificio e di privazioni.

Questa profonda umanità è il nucleo che la musica preserva, trasformando il mito in una storia di persone reali che hanno scelto di non restare “alla finestra”. Ed è grazie alle vicende narrate in musica che si può maggiormente comprendere la Resistenza, spogliando l’iconografia partigiana dalla sua fredda staticità monumentale per riscoprirne l’aspetto vitale. I protagonisti della Liberazione erano coetanei degli attuali ventenni ai quali molti canti sono destinati, eredi di una memoria da tenere in vita.

Se da una buona parte delle canzoni emerge il tema del distacco vissuto da questi giovani dagli affetti, da padri, madri, fidanzate, dal lavoro, da una vita ordinaria, numerose sono anche quelle che narrano vicende terminate tragicamente: le imboscate, le stragi, le rappresaglie, le ultime parole pronunciate a un compagno prima di morire, con un filo di voce. Infine le grandi imprese, le vittorie, le azioni rocambolesche, le gesta inimmaginabili figlie dell’incoscienza, del coraggio o della voglia di riscatto. I personaggi che animano questo ampio canzoniere raccontano un’infinità di modi per essere partigiani: sono esponenti politici uccisi dai fascisti o morti in carcere (Matteotti, Gramsci, Malatesta), oppure sono giovani caduti durante la lotta, come Dante di Nanni (Dante Di Nanni, Stormy Six)

sono donne staffette come Nunzia Cavarischia, come Teresa che voleva cambiare il mondo ma restò uccisa (Compagna Teresa, Il Teatro degli Orrori)

sono interi battaglioni, come il Gino Lucetti che ha come inno Dai monti di Sarzana, dalle varie e numerose versioni (con Giovanna Marini e il Quartetto Urbano diventa Il battaglion Lucetti)

sono coppie che la lotta partigiana non ha diviso, come Nori e Giovanni (Sai com’è, testo di Claudio Lolli e musica di Marino Severini),

sono partigiani combattenti come Licio Nencetti, (Il comandante Licio di La Casa nel Vento),

come Bruno Neri, Ugo Forno, Nuto Revelli, Germano Nicolini (Al dievel, Modena City Ramblers con il Coro delle Mondine di Novi).

Imprese leggendarie sono quella del partigiano D’Artagnan, raccontata da Claudio Lolli in Poco di buono, che fece saltare il ponte d’Ivrea per evitare un bombardamento alleato e salvare la città senza spargimento di sangue.

Sono le azioni di Louis Chabas (Lulù) e di Silvio Corbari, caratterizzate da travestimenti e mimetismo per spiazzare il nemico, contando sul favore della popolazione oppressa. Episodi cantati in Radio Rosa dal gruppo folk-rock veneto Marmaja

e in Corbari dei Black Mirrors.

È la vicenda di Luciano Tondelli che morì in uno scontro a fuoco dieci giorni prima della Liberazione. Il cantautore emiliano Ligabue, in I campi in aprile, restituisce dignità a questo giovane come ce n’erano tanti, trasformando la sua fine tragica in un simbolo di libertà negata a un passo dal traguardo.

Dalle figure più identificate, che hanno lasciato la firma delle loro imprese, si celebra anche il partigiano indistinto, di cui sono ignote le generalità, figura simbolo di cui la storia non ci tramanda chi fosse, ma che racchiude in sé le esistenze di tutti coloro, uomini e donne, i quali si trovarono uniti nella stessa identica missione di liberare il Paese. Partigiani sempre di YoYo Mundi è rappresentativa dei numerosi canti di questa sezione.

Ecco che la panoramica della produzione di canti resistenziali qui solo in parte menzionata, non può che portare alla luce il peso etico e politico di cui il canzoniere è pervaso. Perché attraverso le canzoni, la storia smette di essere statistica e diventa narrazione emotiva, salvando figure ed episodi dalla dimenticanza. Come sottolineato dallo scrittore e giornalista Daniele Biacchessi nello spettacolo L’Italia liberata. Storie partigiane realizzato con le musiche dal vivo dei Gang, nel rievocare la scelta di Giovanni Pesce (Visone) e Onorina Brambilla (Nori) di essere partigiani: “Vi abbiamo raccontato questa storia per metterla in sicurezza, per salvarla dall’oblio, per curarla dall’ingiuria del tempo, per consegnarla spero indenne alle nuove generazioni, perché la memoria e soprattutto la memoria della Resistenza non vadano mai smarrite”.

Ecco che, in un’epoca di velocità estrema e frammentazione, la musica resta l’antidoto all’indifferenza. Ci ricorda che la nostra libertà non è un dato scontato, ma il risultato della scelta “irrazionale” e coraggiosa di ragazzi che, con le ginocchia sbucciate, sognavano un mondo più giusto. E questa varia creazione artistica e musicale esiste per preservare la storia dall’oblio, offrendo alle nuove generazioni gli strumenti per interpretare le nuove forme di intolleranza. La memoria della Resistenza, così, rimane una traiettoria vitale nell’identità civile italiana e ben venga l’antologia, pensata e curata da Renato Paganotto, quale strumento operativo e di pronto intervento, per la tutela e la messa in salvo dei principi, oltre che delle storie e dei personaggi, che questo patrimonio porta sulle proprie spalle.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli; autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno4, 2021; e per i tipi di Unicopli del libro appena uscito in libreria Quando la musica era anche lotta