
Milano, città Medaglia d’Oro della lotta di Liberazione, continua ad abitare la propria storia trasformandola in impegno civile. “80 voglia di libertà”, l’iniziativa dell’ANPI provinciale ospitata il 14 luglio al Castello Sforzesco, ha riannodato il filo che da ottant’anni unisce memoria e partecipazione: un tutto esaurito che ha raccolto generazioni diverse nell’anniversario della Repubblica, dell’Assemblea Costituente e del voto delle donne. Con il presidente provinciale dell’associazione, Primo Minelli, ripercorriamo il senso di un appuntamento molto atteso.
Presidente Minelli, cominciamo dalla data scelta, perché il 14 luglio?
Il 14 luglio è una data importante per Milano, un giorno simbolico. Nel 1945, l’allora sindaco Antonio Greppi, partigiano e con un figlio, Mario, ucciso nell’agosto ’44 dai brigatisti neri, promosse una festa per celebrare la Liberazione, per invitare la cittadinanza a guardare avanti, a ricostruire e ricominciare. Scelse l’anniversario della presa della Bastiglia. Così, come ANPI Provinciale, abbiamo fatto un patto non scritto con il Comune per un appuntamento annuale nel prestigioso Castello Sforzesco. Con Bella Milano, la scorsa edizione dell’iniziativa è stata dedicata alla vittoria della lotta di Resistenza. Nel 2026 l’abbiamo voluta intitolare 80 voglia di libertà perché ricorrono ben tre grandi ottantesimi della storia italiana e abbiamo voluto celebrarli al meglio: la nascita della Repubblica con il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea Costituente e il voto delle donne.
Avere registrato un tutto esaurito.
È stata una serata bellissima e coinvolgente con musica, spettacoli, recitazioni, tutto al femminile. Era una iniziativa a cui si poteva partecipare per invito, in centinaia ci hanno chiesto di poter esserci. Avevamo a disposizione ben 1.500 posti a sedere ma oltre 100 persone sono rimaste in lista d’attesa. Per l’occasione è stato con noi il presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, che ha fatto un discorso molto applaudito, richiamando la straordinaria storia di una città Medaglia d’Oro della Resistenza, la capitale della Liberazione, e invitando ad attuare pienamente la Costituzione antifascista del 1946 — fondata sulla sovranità popolare, l’uguaglianza di genere, sul lavoro e il ripudio della guerra — attraverso una nuova forma di resistenza civile, pacifica, democratica.
E in chiusura avete tutte e tutti intonato Bella ciao.
Con il presidente nazionale e io che abbiamo cantato dal palco, insieme all’intera platea del Castello. La memoria dell’antifascismo si rinnova, è questo l’impegno dell’associazione. L’auspicio è che Milano abbia sempre al governo una amministrazione che si riconosce nei valori democratici dell’antifascismo. Considerala una scaramanzia in vista delle elezioni del prossimo anno e del desiderio di continuità di un buon rapporto tra l’istituzione cittadina e l’ANPI, come è stato finora. Abbiamo aperto recentemente l’ultima sezione, la 124ª, proprio dentro il Comune di Milano, alla presenza proprio del sindaco Sala.
Quanti sono iscritti all’ANPI nel territorio di Milano? E giovani?
Le adesioni all’associazione sono in crescita del 7%, sfiorando i 14mila iscritti, di cui molti sono giovani, 700 under 35. Non a caso abbiamo realizzato degli striscioni, che hanno campeggiato anche alla festa, con scritto: “Guardando al futuro”. Preserviamo la storia e la memoria, per impedire una ignominiosa riscrittura come alcuni pensano di fare, ma guardiamo al futuro. E andiamo nelle scuole, incontrando ogni anno oltre 38mila alunni e studenti, dalle medie alle superiori. Credo profondamente che i semi distribuiti in classe abbiano inciso positivamente nella difesa della Carta costituzionale durante il referendum. I giovani iscritti milanesi e del territorio provinciale si sono riuniti in una prima assemblea per poi ritrovarsi a Limena, Padova, a fine giugno, alla Festa Nazionale. Ed è già in cantiere un’altra assemblea tra ottobre e novembre, in occasione dell’avvio della campagna congressuale dell’ANPI. Abbiamo inoltre aperto un canale con la prestigiosa Università Statale. La rettrice, Marina Brambilla, è intervenuta in occasione del 25 Aprile e in seguito è entrata a far parte del comitato provinciale antifascista.
Quindi avete già un bel calendario di impegni. Non che sorprenda a Milano, ma quali sono i prossimi, principali appuntamenti sui quali state già organizzando iniziative?
Tra gli imminenti programmi c’è la Pastasciutta antifascista con 16 iniziative già lanciate a cura delle sezioni, molte accorpando quelle tra loro più vicine. E il numero è in crescita, per un calendario in continuo divenire. Ma sarà importante anche commemorare il partigiano dei GAP Giovanni Pesce, il comandante “Visone”, e sua moglie Onorina Brambilla “Nori”. Un ennesimo, tradizionale appuntamento nel cuore dei milanesi. Quest’anno sarà venerdì 24 luglio al Cimitero Monumentale. E si proseguirà come sempre ad agosto, quando ricorre una data terribile per la memoria democratica della città e del Paese.

La Strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944?
Stiamo lavorando all’81° anniversario dell’eccidio: quindici partigiani furono fucilati da militi della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, e i loro cadaveri vennero oltraggiati ed esposti al pubblico. Un patrimonio morale, ferita viva nella coscienza cittadina. Non smetteremo mai di vegliare sulla loro memoria, su quel sacrificio per la nostra libertà. Lo ha voluto ricordare anche il presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, in quel discorso che ha attraversato decenni di storia e fronti di lotta della città, restituendo il volto corale di donne, uomini, ragazze e ragazzi, che hanno costruito la nostra democrazia, e che proprio per questo ha guardato avanti, indicando nel futuro il luogo in cui quella stessa eredità deve continuare a vivere. Un impegno di tutti noi ANPI.
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Ed ecco l’intervento integrale del presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, dal palco di 80 voglia di libertà.
Beh, dovrei dire: “Che la festa continui!”. Già. Ma che festa è? È festa di un compleanno. Anzi tre. La repubblica compie ottant’anni. La conquista del voto delle donne compie ottant’anni. L’assemblea costituente compie ottant’anni. Facciamo un gioco campato in aria, come che non ci fosse mai stato il 1946. Oggi saremmo sudditi del regno d’Italia col re Emanuele Filiberto. Voterebbero solo gli uomini, perché le donne – si diceva un secolo fa – sono inadatte alla vita pubblica. E la legge fondamentale? Ma ovviamente lo Statuto albertino di Carlo Alberto, per la grazia di Dio re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme. Il cielo ce ne scampi!

Invece col 1946 rompemmo sia con lo Stato fascista che con quello monarchico liberale, con quel re che aveva consentito nel 1922 la marcia su Roma e nel 1943 era fuggito lasciando un esercito allo sbando e un Paese inerme sotto il tallone di ferro dei nazisti.
80 voglia di libertà. Facile parlarne oggi, io davanti a un microfono, tante gente, gli artisti pronti allo spettacolo.

Ma pensiamo a quei tempi, per esempio il 1943, quando il 25 luglio cade il fascismo. Allora Umberto Eco aveva 11 anni. Ricordando, nel 1995 scrive: “Stavo scoprendo che nel mio Paese ci potevano essere diversi partiti allo stesso tempo. Il messaggio dei giornali celebrava la fine della dittatura e il ritorno della libertà: libertà di parola, di stampa, di associazione politica. Queste parole, libertà, dittatura – Dio mio – era la prima volta in vita mia che le leggevo”.
A 11 anni Eco scopriva la libertà. L’8 settembre iniziava la Resistenza. Allora tante donne, le partigiane, le staffette, le donne che provvedevano alla logistica dei partigiani, avviano la conquista della libertà, attraverso un processo di liberazione e emancipazione. Donne. In gran parte giovani o ragazze, come pure i maschi. I protagonisti e le protagoniste della Resistenza – non dimentichiamolo mai – furono in grandissima parte una nuova generazione cresciuta sotto il fascismo che si ribellò al fascismo.
Milano. Il 10 agosto 1944, a Piazzale Loreto, quindici antifascisti fucilati per rappresaglia. A Gorla, il 20 ottobre 1944, la strage di 184 bambini di una scuola elementare sotto le bombe americane. Il 24 febbraio 1945 a piazzale Baracca l’assassinio fascista del comunista Eugenio Curiel, teorico della democrazia progressiva.

C’erano i gruppi di difesa della donna, c’erano le partigiane, come Stella Vecchio, Gina Galeotti Bianchi, Onorina Brambilla, e naturalmente i partigiani. Consentitemi di citare solo due nomi fra i tantissimi: Aldo Aniasi, Leopoldo Gasparotto.

Dopo i ripetuti attacchi dei GAP guidati dal comandante Giovanni Pesce, dopo gli scioperi del marzo del ’43 e del ’44, dopo lo sciopero generale del 24 aprile 1945, il 25 aprile Sandro Pertini proclama alla radio l’insurrezione generale.

E nel 1946? A Milano il 30% degli edifici era un cumulo di macerie. 300.000 sfollati, la fame, la borsa nera, i contrabbandieri. E c’era la ligera, la malavita di strada, “e con la cicca in bocca la povera ligera”, canta Nanni Svampa.

Inizia allora una faticosissima resurrezione. Occorreva soddisfare i bisogni primari, dall’alimentazione alle infrastrutture alle abitazioni al commercio. Ma occorreva anche ricostruire le relazioni umane, famiglie divise e spesso dissolte dalla guerra, in un Paese distrutto, col lento rientro di centinaia di migliaia di militari prigionieri all’estero, le tensioni legate al separatismo siciliano, le lotte contadine e quelle operaie, i fascisti che si stavano riorganizzando. Fu qui a Musocco che, nell’aprile del ’46, il fascista Domenico Leccisi trafugò la salma di Mussolini.
E proprio ad aprile viene confermato sindaco il socialista Antonio Greppi. Deve ricostruire non solo le case. Il Castello Sforzesco, qui, è mezzo distrutto. Sono colpiti Palazzo Marino, Brera, la Galleria Vittorio Emanuele, il Palazzo Sormani, il Museo Poldi Pezzoli, la Triennale, l’ex Palazzo Reale e l’ex Villa Reale, il vecchio Ospedale Maggiore, il Museo di Storia naturale, l’Acquario, l’Arena, il Teatro Manzoni, il Velodromo Vigorelli. E la Scala.

Ma si rinasce. Penso ad Arturo Toscanini, che nel 1931, dopo il suo rifiuto di eseguire al Teatro Comunale di Bologna gli inni “Giovinezza” e “Marcia reale”, viene aggredito da un gruppo di squadristi, e, indignato, espatria. Non è forse una grande festa popolare l’appuntamento dell’11 maggio 1946, quando Arturo Toscanini alla Scala bombardata tre anni prima, dirige lo storico concerto di riapertura che sì chiama il concerto della Liberazione?

Fra le macerie, un grande fermento culturale. La Casa della Cultura di Milano nasce il 16 marzo 1946 in via Filodrammatici e viene fondata da un gruppo di intellettuali antifascisti, tra cui Antonio Banfi, Elio Vittorini, Giulio Einaudi. Il primo presidente? Pensate un po’! Il grande psicanalista Cesare Musatti che poi a lungo la guidò.

Ma la grande novità fu il voto delle donne alle elezioni amministrative, che sfiorò la percentuale del 90%, circa duemila donne elette in Italia con una dozzina di sindache e – ho letto – nove consigliere comunali a Milano. Fu una rottura con l’arretratezza degli stereotipi del ventennio: la donna come angelo del focolare, sposa e madre prolifica e ovviamente brava massaia. Non funzionava più da qualche anno. Pensate alle donne comandanti partigiane, Walchiria Terradura, comandante a Pesaro Urbino, o Carla Capponi, vicecomandante gappista a Roma, o Gina Borellini, commissario politico a Modena. Altro che angeli del focolare!

E pensate poi alle centinaia di migliaia di donne i cui uomini erano assenti da anni perché al fronte, e quindi le donne dovevano provvedere alla famiglia, ai figli, ai genitori anziani, e si trovavano di fatto ad essere le reali capofamiglia e magari andavano in fabbrica a lavorare. Ecco perché le donne hanno conquistato il diritto di voto e con la loro emancipazione hanno contribuito alla emancipazione di tutti.

Furono le donne della Repubblica, e fu Repubblica democratica, e poi fu la Costituzione che consegnava la sovranità, cioè il potere supremo ed indipendente, al popolo, e non più a un qualsiasi Savoia.

Bastano queste ragioni per festeggiare? Mi pare proprio di sì. Ma alla festa aggiungerei un pensiero. Allora, dopo la guerra, dopo la Shoah, dopo Hitler e Mussolini, dopo Hiroshima, gridarono: mai più. Diciamocelo: sembra un messaggio dimenticato. Oggi viviamo in un mondo irriconoscibile, che sembra aver perso la memoria, un mondo in cui ai mostri del passato si sono sostituiti i mostri del presente.

C’è una specie di fascismo nuovo, ipertecnologico, razzista e misogino. Guarda caso, i CEO delle multinazionali high-tech sono tutti maschi. Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, ha affermato: “Non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà”. Poi c’è Trump. Si ripudia la democrazia di tutti a vantaggio della libertà di pochi.

E poi c’è un tintinnar di sciabole, o meglio di missili ipersonici, di droni, anche di armi nucleari mai visto in passato. C’è un parlare costante di guerra prossima ventura come un appuntamento imperdibile, come un destino ineluttabile. E naturalmente tutti dicono che la colpa è degli altri, che dobbiamo attrezzarci a una guerra di difesa.
Prima guerra mondiale: un grande antifascista, forse il più famoso, Giacomo Matteotti, scrisse nel 1915: “E non veniamo fuori con le ipotesi della guerra di difesa o di una minacciata invasione straniera, a meno che non vogliamo intorbidire le acque”. E aggiungo le parole del 1914 di Bruno Buozzi, allora Segretario della FIOM: “A noi pare che il proletariato italiano abbia il dovere assoluto di lottare con ogni mezzo perché l’Italia si mantenga neutrale; è compito nostro intervenire per la pace e non per la guerra”.

Eppure imperversa la guerra in Ucraina, si riaccende il conflitto in Iran e in Medio Oriente, continua nel silenzio il massacro di palestinesi a Gaza e la loro cacciata dalla Cisgiordania, per non parlare delle tante altre guerre in corso. E intanto al vertice della NATO ad Ankara si è detto che l’Italia raggiungerà il 5% del PIL in investimenti militari entro il 2035. Una cifra immane sottratta agli investimenti sociali. Basta, grazie. È tempo di tornare alla ragione. La guerra è una pazzia. Lo ha detto Francesco. Ce lo ricorda Leone XIV.
Flashback. 2500 anni fa. Erodoto: “In pace i figli seppelliscono i padri, mentre in guerra sono i padri a seppellire i figli”.
Basta guerra, basta armi, basta propaganda, basta isterismi. L’Italia ripudia la guerra. Tutto il resto non è noia. È molto peggio.
Ma si può fare? Sì! Come? Si chiama diplomazia, trattativa, negoziato, composizione pacifica dei conflitti.

Cogliamo segnali: la straordinaria mobilitazione popolare che si è manifestata in mille forme davanti ai mostruosi massacri a Gaza; il NO alla riforma della magistratura per difendere la Costituzione, il 25 Aprile di quest’anno la cui partecipazione non ha avuto precedenti in questo secolo. Segnali, in particolare delle giovani generazioni, il presente e il futuro.
È tempo di resistenza, nuova, pacifica, per attuare, finalmente la Costituzione antifascista che ripudia la guerra e fonda l’Italia sul lavoro.
Si può fare. Restiamo umani.
Che la festa continui!
Pubblicato martedì 21 Luglio 2026
Stampato il 21/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/milano-dove-il-vento-del-nord-soffia-ancora-e-canta-liberta/






