La libera militanza. Una storia, una vita, un pezzo della vita. Quegli anni 70 e 80 che sono anche la nostra storia e la nostra vita.
Con Ettore Bambi abbiamo condiviso il clima culturale di quegli anni, la passione politica di quegli anni. In luoghi diversi, al sud e in Emilia, ma l’autore del volume è andato a studiare a Padova, profondamente immerso nel clima politico di quegli anni.

Io, da Parma, ero alla Cattolica, a Milano. Non ci conoscevamo, però eravamo quella generazione. La stessa Italia, al sud e al nord, le stesse letture, le stesse frequentazioni di esperienze politiche ed ecclesiali.

Dagli anni giovanili fino a questo libro, Bambi resta in ricerca di sé e del mondo, senza steccati, senza confini. È cultura, è vita sociale, è spiritualità, è politica. Dal collettivo del Liceo di Lecce all’Università di Padova, alle ricerche delle radici del cattolicesimo democratico di Dossetti e La Pira.

Ho in casa anch’io l’edizione anastatica di Cronache Sociali 1947-1951. In una edizione dell’Istituto per le Scienze Religione. Fino alla stagione del Manifesto dei cristiani per il socialismo. Idee, vita, storia, partecipazione, militanza.
Una scelta che forgia una vita, che coinvolge una generazione. Ettore va anche a Bologna a incontrare Achille Ardigò, un maestro di tanti di noi, redattore di Cronache sociali e animatore di cultura e di politica.

E poi incontra un altro testimone di Resistenza e di impegno politico con l’anima emiliano romagnola, Benigno Zaccagnini. Nel 1923, a 11 anni, preso per mano da suo padre, Zaccagnini partecipa ai funerali di Don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, ucciso a bastonate dai fascisti.

Negli anni solo alcuni giovani della parrocchia Santa Maria al Porto di Ravenna andavano sulla sua tomba, tra questi Zaccagnini e Arrigo Boldrini. Si troveranno poi, uno democristiano e l’altro comunista, a capo della stessa brigata partigiana con i nomi di Tommaso Moro e di Bulow.

I confini erano quelli della libertà e su quei confini Bambi ha sempre camminato.
Gli mancherà invece l’incontro con Aldo Moro, rapito, ucciso, sottratto a tutti noi, all’Italia e al mondo.
La tragedia ha accompagnato sempre la nostra storia e la nostra vita. Da Portella della Ginestra in poi, fino a Moro e alla Strage della stazione di Bologna. Decenni di stragi, di strategia della tensione, di terrorismo.

Andiamo alle radici. Don Minzoni educava i giovani con lo scoutismo all’insegna dell’I Care, mi importa. I fascisti di Balbo inculcavano il “me ne frego”. La sfida della formazione delle coscienze tra fascismo e antifascismo è tutta lì. È la radice dell’impegno politico, della testimonianza che permea la vita.
La Resistenza è la radice da cui veniamo, è l’orizzonte del tempo presente. Cambiano le forme e i contesti, la sostanza è sempre la stessa. Bambi tornerà nel Salento da Padova con la tesi di laurea su fascismo e antifascismo nella sua terra.

È la tesi del ritorno. Le pagine, così definite nell’arco storico di quegli anni, rimandano all’oggi. Ha senso oggi parlare di antifascismo? Così i fascisti definivano gli avversari: antifascisti. Il potere dei pochi, malvagi, violenti, oggi vuole dominare i popoli.
Come non essere antifascisti? Cioè coloro che proteggono l’umanità dalla disumanità. Oggi su scala globale, ma anche allora era così. Eravamo aperti, inquieti, in ricerca. Alla fine in ricerca di una unità tra tutti coloro che lottavano per il cambiamento, per la liberazione, perché il 25 Aprile continuasse con il suo sogno.

Ottant’anni dopo è la stessa cosa. Ricordo che acquistai con trepidazione i primi numeri del Manifesto di Magri, Pintor, Castellina. Erano l’incrinatura della fortezza, la rottura di schemi superati. Con quanta sofferenza! ma la nuova storia voleva nascere. Rimasero a lungo quei numeri del giornale sulla credenza della cucina della mia povera casa.
Particolarmente illuminanti sono nel libro le pagine del risveglio ecclesiale a Lecce con il vescovo Michele Mincuzzi, con quel settimanale Rosso di sera vera animazione culturale per la città.

Era la lunga stagione del Concilio, per la nostra generazione un esodo e un cambiamento radicale di mentalità, di esperienze, di scambio. Dall’isolotto di Firenze alle riviste del dissenso fino al convegno di Roma del 1976, vescovi in Italia che aprivano nuove strade, la domanda di pace che percorreva il mondo. La stessa domanda di oggi, lo stesso bisogno di unità del mondo.
Dove sono oggi le energie dal basso per mettere in discussione la deriva della politica internazionale che mette la forza al posto del diritto e il volere dei pochi sopra quello dei popoli? Di nuovo è necessaria la militanza, la partecipazione, lo slancio delle coscienze.

Poi Ettore Bambi racconta del suo impegno amministrativo per Lecce, del Piano Urban, simbolo di una progettazione innovativa partecipata ben diversa dai deliranti piani di Trump per Gaza. Le pagine del volume, la vita di Bambi, la nostra storia sono una spinta formidabile per l’impegno di ciascuno di noi oggi.
La passione e l’entusiasmo di allora sono così necessari oggi di fronte alle sfide del nostro tempo, della dignità umana, dell’uguaglianza, della democrazia, della pace. Alla fine essi vengono dallo Spirito.

Solo lo Spirito può affrontare, oggi come ieri, il duello sfolgorante, come recita la Sequenza Pasquale, tra il bene e il male, la vita e la morte, la luce e le tenebre. Il monaco Bernardo di Chiaravalle, originario delle mie parti, nell’undicesimo secolo diceva: “Questo nostro mondo ha le sue notti e non sono poche”.
E un altro monaco contemporaneo, Giuseppe Dossetti, nel 1994, commemorando a Milano Giuseppe Lazzati citava Isaia, guardando i segni dei tempi di allora. “Sentinella, quanto resta della notte?” E aggiungeva Dossetti: “La notte va riconosciuta per notte”.
Lasciatemi dire che nella notte la cosa più importante è tenere accesa la luce. In Romagna dicono: “Sl’e’ not us fara’ de’”, Se è notte verrà il giorno. Ettore Bambi ha tenuto accesa la luce.
E il dialogo continua anche insieme all’ANPI, che tiene sempre aperta la stagione della Resistenza e della Liberazione, la stagione di una militanza continua. La vita ci consegna i solchi che abbiamo tracciato, il terreno che abbiamo seminato. Finiscono le stagioni, ne arrivano altre. Diceva papà Alcide Cervi: “Dopo un raccolto ne viene un altro”.

E noi chi siamo? Quelli che la vita e la storia la vivono con intensità, non per noi, ma per gli altri e con gli altri. Siamo quelli che conoscono la forza morale della Resistenza, in ogni tempo. Agostino nel 500 dopo Cristo diceva: “Tempi cattivi, tempi difficili, questo dicono gli uomini. Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi. Quali siamo noi, tali sono i tempi”.
Raccontare, trasmettere le esperienze, scrivere e fare memoria, cioè è consegnare da una generazione all’altra il testimone. Significa fedeltà alla vita, a quello che siamo, alla storia, a quello che siamo stati prima, che sono stati prima di noi, a quelli che saranno dopo di noi.
Lasciatemi dire che nella notte la cosa più importante è tenere accesa la luce. In Romagna dicono: “Sl’e’ not us fara’ de’”, Se è notte verrà il giorno. Ettore Bambi ha tenuto accesa la luce.
Albertina Soliani, vicepresidente nazionale ANPI
Pubblicato venerdì 12 Giugno 2026
Stampato il 12/06/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/la-luce-nella-notte-il-destino-civile-di-una-generazione/




