Teresa Vergalli nel 1944, aveva 17 anni quando entrò nella Resistenza

Le donne, spiegava la partigiana Vergalli, “avevano paura di sbagliare, di stropicciare la scheda, di rovinare la piega nel gesto di chiuderla. Perché avevano mani forti da contadine, mani callose abituate alla vanga e alla zappa più che ai manufatti di carta. E molte erano analfabete, non distinguevano un simbolo dall’altro. Le più vecchie non si fidavano degli occhi stanchi, le lenti erano un lusso riservato ai ricchi. E io dicevo loro: andate tranquille, e siate libere di scegliere. La scelta questa volta è solo vostra”.

La comunista Clelia Manelli, di Modena, parla di “emozione incredibile: mi tremavano le mani, le gambe, le braccia, non sapevo come reggere mio figlio, avevo paura di sbagliare, di sporcare la scheda, di rendere nullo il mio primo, importantissimo, utilissimo voto”.

Dina Benati, di Cento (Ferrara) ricorda di essere entrata in cabina “tutta tremante per l’emozione e mentre ho fatto quella croce ho sentito come se avessi conquistato un pezzo di mondo e che fosse proprio mio”.

C’è chi chiude il negozio per andare a votare. Chi – e sono casi non rari – si dissocia dal voto di padri, mariti, fidanzati: “Io ho scelto la Repubblica in contrasto col mio fidanzato che era per la monarchia e poi quello stesso giorno ci siamo fidanzati”, racconta Maria Luisa Biagini di San Marcello Pistoiese.

Istantanee del 2 giugno 1946 visti con gli occhi dell’altra metà del cielo. Fotogrammi di un riscatto di genere, quello delle donne, che è anche riscatto sociale e culturale. Non una semplice cronaca di un giorno di voto, ma il racconto di un cambiamento antropologico, vissuto una scheda alla volta.

Di racconti così se ne trovano tanti in Voto alle donne! (Einaudi, 2026, 440 pagine), il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, con il sottotitolo “La storia di una battaglia dalle suffragette alla Costituente”.

Il saggio – pubblicato in occasione degli ottant’anni dal referendum istituzionale e dal voto per l’Assemblea – racconta qualcosa che sentiamo di sapere già e invece non sappiamo abbastanza. Non sappiamo quanto fu lungo quel cammino. Quante donne furono ignorate, derise, zittite prima che qualcuno ascoltasse.

È un libro che intrecciando sapientemente rigore storiografico e vivacità narrativa racconta la storia di una rivoluzione culturale, sociale e politica che attraversa l’Ottocento, il Novecento e che interroga il Terzo millennio e il nostro modo di pensare la cittadinanza, l’uguaglianza e la partecipazione democratica.

Quel 2 giugno di ottant’anni fa l’Italia tutta (dopo il voto amministrativo del marzo in una parte del Paese) raggiungeva finalmente il suffragio universale, estendendo la possibilità di esprimere le proprie preferenze elettorali anche alle donne. Avagliano e Palmieri raccontano quella lunga attesa. Descrivono come, per la prima volta, le donne entrano nello spazio pubblico della cittadinanza politica. E come con quel gesto semplice e rivoluzionario della scheda nell’urna smentiscono anche tanti luoghi comuni sull’influenzabilità e la non razionalità dell’universo femminile.

Nel dipinto di Domenico Induno, la proclamazione del Regno d’Italia nella prima riunione del Parlamento Italiano

Il capitolo dedicato al referendum istituzionale è indiscutibilmente il cuore pulsante del volume, il punto di arrivo di tutta la narrazione precedente ma quello dei due storici è un lungo viaggio che parte dall’Unità d’Italia senza madri e arriva fino alle Madri costituenti del 1946.

Attraverso diari, lettere, memorie, articoli di giornale e documenti d’archivio è ricostruita una battaglia durata decenni. Una storia fatta di petizioni ignorate, di proposte di legge mancate per un soffio, di promesse cancellate dal fascismo e poi rilanciate durante la Resistenza. Una battaglia combattuta contro un sistema politico e culturale profondamente segnato dal patriarcato, che per lungo tempo ha escluso le donne dalla sfera dei diritti.

Il nuovo Stato unitario nasce già segnato da un’esclusione strutturale: le donne non esistono come soggetti politici. Il diritto di voto è riservato a una ristretta élite maschile, censitaria e alfabetizzata. Le donne – qualunque sia la loro istruzione, il loro rango, il loro contributo alla causa risorgimentale – restano fuori. Il libro affronta questa fondazione monca della democrazia italiana, mostrando come le appassionate patriote che avevano partecipato alle guerre d’indipendenza, cucito bandiere, ospitato patrioti, talvolta combattuto, vengano ricacciate nella sfera privata non appena la battaglia è vinta.

E l’Italia liberale non farà meglio.

Maria Montessori

Maria Montessori deve essere accompagnata all’università perché l’ambiente universitario – professori ma anche studenti – la boicotta. Nel 1896 diventerà la prima “medichessa” della Sapienza. Nel 1897 al Congresso mondiale sui diritti della donna, che si tiene a Berlino, presenta una mozione per la parità dei salari con gli uomini.

Lidia Poët, laureatasi in Giurisprudenza nel 1881 potrà indossare la toga di avvocata “solo nel 1920 dopo che il Parlamento, l’anno precedente, aveva finalmente approvato la legge Sacchi, che autorizzava le donne a entrare nei pubblici uffici, a esclusione della magistratura e dei ruoli militari”.

Scorrendo le pagine del libro si ripercorre un rosario di ingiustizie e sopraffazioni come quelle appena citate ma si trova anche la determinazione delle donne nel conquistare spazi di libertà e di piena cittadinanza.

Durante la Prima guerra mondiale le donne avevano sostituito gli uomini in fabbrica, nei campi, negli ospedali, reggendo interi nuclei familiari per anni. A guerra finita c’è però un deciso salto all’indietro. Nulla cambia sul piano dei diritti. Anzi, il clima politico si incupisce. Gli autori documentano come in questo periodo alcune proposte di legge per il voto alle donne sfiorino l’approvazione parlamentare, per poi naufragare per ragioni tattiche o per l’ostilità trasversale di una classe politica maschile che non intende condividere il potere.

Le promesse vengono cancellate dal fascismo. “Come avviene per gli altri oppositori politici, anche le donne protagoniste della battaglia emancipazionista sono costrette al silenzio e molte di loro decidono di ritirarsi dalla lotta, rinunciando alle rivendicazioni che nel nuovo corso politico non hanno più speranza di realizzazione”. Nel 1935 la Federazione italiana per il suffragio e i diritti civile e politici delle donne (Fisedd) viene commissariata e la presidente – la mantovana Ada Sacchi – che pure era stata interventista e non ostile al regime, viene destituita. L’accusa alla Fisedd è di essere un “relitto massonico” dal “carattere essenzialmente antifascista”. Qualche mese dopo Mussolini iniziava la guerra d’Etiopia.

La cappa d’oppressione del regime investe potentemente le donne. Nella famiglia – scrivono Avagliano e Palmieri, il marito continua a essere il capo. Anzi, “l’autorità maritale, contro cui il femminismo degli inizi del Novecento lottava con forza, è inasprita dal Codice Rocco che prevede il pieno controllo del marito sui beni di famiglia”. Per non parlare del Codice penale, fortemente discriminatorio: “Il sesso fuori dal matrimonio è considerato un ‘delitto contro la moralità familiare’, ma le norme riaffermano la ‘doppia morale’: l’adulterio della donna infatti è un crimine (articolo 559) punito con la reclusione fino a un anno”. Molto più allentate le maglie nei confronti dell’uomo che commette reato d’adulterio “solo allorché costringe la moglie a vivere sotto lo stesso tetto con la sua amante”.

Da una parte il regime propaganda un ideale di donna, tutto “moglie e madre prolifica, florida nelle forme, rurale e buona patriota”, una donna fattrice e macchina a riproduzione per dare soldati al regime, dall’altra lo stesso Mussolini si rende conto “che la sua strategia del consenso richiede un contributo anche da parte femminile e che le donne, soprattutto le studentesse e le borghesi, possono essere, oltre che angeli del focolare, anche vestali del regime fascista e dei suoi valori”. Assistiamo in questi anni a un inquadramento di massa delle donne: dalle Figlie della lupa ai Fasci femminili. Mobilitazione ed esclusione insieme. Una contraddizione che alla lunga non può reggere.

Col fascismo la determinazione non si spegne del tutto: ci sono donne che continuano a scrivere, a organizzarsi in segreto, a mantenere vive reti di solidarietà. Le fonti diaristiche ed epistolari restituiscono questa sopravvivenza silenziosa della coscienza femminile anche negli anni peggiori. Una presenza che si legge anche sfogliando i numeri della macchina della repressione fascista: “tra i 15.806 antifascisti deferiti dal Tribunale speciale” figurano “784 donne e 124 tra i 5.620 processati. Ancora più numerose, ben 5.005, sono le donne schedate nel Casellario politico centrale”.

Subito dopo l’armistizio le donne “si mobilitano in modo spontaneo per aiutare i militari sbandati a nascondersi e indossare abiti civili per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti che li braccano per deportarli nel Reich”. “Se non ci fossero state loro” come spiega la scrittrice bolognese Renata Viganò, autrice del romanzo L’Agnese va a morire, “l’esercito partigiano avrebbe mancato di una forza viva, necessaria, spesso determinante”.

Partigiane nel bosco del Cansiglio, nella baita sede del comando della brigata Fratelli Bandiera, divisione Nannetti (Archivio fotografico ANPI nazionale)

Ma le donne non furono solo questo, furono anche altro: furono “combattenti armate nelle campagne e in montagna, membri attive dei Gap e delle Squadre di azione patriottica in città e nelle fabbriche, agenti segrete”, protagoniste di veri e propri atti d’eroismo. L’esperienza collettiva nella Resistenza trasforma la coscienza di moltissime di loro: chi ha rischiato la vita per liberare il Paese non è disposta ad accettare di tornare invisibile. Il suffragio, in questo senso, non è una concessione: è un debito che la Repubblica deve saldare.

21 madri costituentiLe Madri costituenti porteranno quella lunga storia dentro l’Aula di Montecitorio. Ventuno donne fecero parte dell’Assemblea Costituente, tra cui Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Teresa Noce (tutte del PCI), oltre a numerose esponenti DC e PSI, e alcune di loro facevano parte della decisiva Commissione dei 75. Ma vinta la battaglia del voto per le donne ne inizia un’altra: quella, scrivono i due storici, “contro gli ostacoli di una cultura patriarcale, maschilista e sessista dura a morire”.

Al centro Teresa Mattei all’uscita di una riunione dell’Assemblea costituente

L’accoglienza di Montecitorio, come ricorda Teresa Mattei “fu un misto di paternalismo, dileggio, stima. Imbarazzo soprattutto. E interesse per le più giovani e carine, tutto un chiedere con chi erano state al letto per essersi potute guadagnare quel posto”. Eppure a dispetto delle maldicenze e dei luoghi comuni le donne contribuiranno in maniera rilevante ai lavori della Costituente. Lo fanno, come ricorda Nadia Gallico Spano “con un forte senso di responsabilità dei confronti delle donne, che avevano votato per la prima volta e per la prima volta delle donne le rappresentavano. Noi lo sentivano ed eravamo conscie di dover esprimere le speranze di tutte le donne anche al di là degli orientamenti dei singoli partiti”.

Una seduta dell’Assemblea costituente, sugli scranni Teresa Mattei

Tra le battaglie più significative quella sull’articolo 3. La bozza iniziale recitava infatti che “gli uomini, a prescindere dalla diversità di attitudini, di sesso, di razza, di classe, di opinione politica e di religione sono eguali di fronte alla legge”. Grazie a Lina Merlin diventerà quello che noi conosciamo. E sarà per merito di Teresa Mattei che sarà aggiunto il secondo comma, secondo cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli” che limitano l’eguaglianza davanti alla legge.

(Imagoeconomica, Luigi Mistrulli)

Tralasciando le questioni relative alla famiglia e al matrimonio, dove solo per tre voti non passò l’indissolubilità del matrimonio, cosa che consentirà venticinque anni dopo di avere la legge sul divorzio, una delle battaglie su cui le Madri costituenti faranno fronte comune – e che Avagliano e Palmieri ricostruiscono con accuratezza – è il dibattito sull’accesso alle donne a tutti gli ordini e gradi della magistratura. Chi non vorrebbe donne togate arriva perfino ad agitare l’argomento delle mestruazioni. Quando Teresa Mattei si sente dire “signorina lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?” gela “il suo interlocutore con un lapidario “ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese”.

(Imagoeconomica, Sergio Oliviero)

Quel drappello di “madri costituenti” seppe trasformare una presenza numerica ancora limitata in una presenza politicamente incisiva. Non furono comparse della nuova Italia repubblicana, ma interpreti consapevoli della sua rifondazione, portando nel cuore della Costituzione temi allora tutt’altro che scontati: il lavoro, la famiglia, la dignità sociale, la tutela della maternità, l’eguaglianza sostanziale. La loro forza fu duplice: simbolica, perché rompeva un monopolio maschile secolare; e sostanziale, perché contribuiva a dare forma a una democrazia più moderna e più giusta.

Eppure sarebbe un errore leggere quel passaggio come l’inizio lineare di una marcia trionfale. Il libro ricorda che il cammino delle donne incontrò barriere molto forti, e non solo nei tradizionali ambienti conservatori. Anche nei grandi partiti di massa, pur capaci di mobilitare settori ampi della società, la questione femminile restò spesso subordinata, se non marginale. Le donne erano chiamate a sostenere, a votare, a militare; molto più raramente erano davvero messe nelle condizioni di decidere. La loro presenza nei partiti veniva frequentemente tollerata come forza di appoggio, non riconosciuta pienamente come soggetto dirigente.

La battaglia per i diritti delle donne è tutt’altro che conclusa. La mano di quelle donne che il 2 giugno 1946 entrarono nella cabina elettorale tremava di emozione e di paura. Oggi la nostra dovrebbe tremare di urgenza. Perché differenze e discriminazioni in molti casi non sono superate. Perché quella parità sancita dalla Costituzione non si è ancora realizzata “in modo pieno e spedito e molte discriminazioni di genere resistono in diversi ambiti”, sostengono giustamente i due autori. I numeri spiegano bene il passo da tartaruga della politica: “Sono necessari trent’anni per eleggere più di cinquanta donne in Parlamento, mentre quota cento viene superata solo nel 1987 e centocinquanta nel 2006. Nei primi trent’anni di vita della Repubblica i Consigli dei ministri sono composti esclusivamente da uomini, fino al 1976.

E, uscendo dal periodo storico della ricerca di Avagliano e Palmieri si ha l’amara sensazione che ottant’anni dopo i conti ancora non tornino. Per dire, il gap retributivo complessivo in Italia, secondo elaborazioni Inps, arriva intorno al 28%. Il Global Gender Gap 2025 risulta colmato solo al 68,8%, con un progresso minimo di appena +0,3% rispetto all’anno precedente. Al ritmo attuale, serviranno 123 anni per raggiungere la parità totale.