Come è possibile che ideologie che credevamo sepolte sotto le macerie della Seconda guerra mondiale tornino a circolare con tale disinvoltura, raccogliendo consensi e conquistando parlamenti? Come è possibile che il linguaggio del nazionalismo aggressivo, del capro espiatorio, della nazione assediata riacquisti una tale capacità seduttiva?

È attorno a questa domanda che si costruisce “Le Marce del Fascismo”, un ciclo di cinque conferenze pubbliche che affronta il tema non come relitto museale ma come processo storico vivo, capace di rigenerarsi e trovare nuovi vettori. Un’iniziativa che vuole offrire ai cittadini — non agli specialisti — strumenti di lettura critica per orientarsi in un presente sempre più difficile da decifrare.

(Imagoeconomica, Leonardo Puccini)

Il punto di partenza è una diagnosi senza mezzi termini: l’ordine liberaldemocratico occidentale attraversa una crisi strutturale che tocca la legittimità stessa del sistema. Decenni di politiche neoliberiste hanno smantellato i meccanismi di protezione sociale, acuito le disuguaglianze, finanziarizzato ogni aspetto dell’esistenza. Il risultato è una vasta fascia di popolazione impoverita e precarizzata, che ha perso fiducia nelle istituzioni. In questo vuoto si sono insediate forze populiste e reazionarie, abili nel costruire nemici immaginari e nel proporre ordine in cambio di diritti. Comprendere come questo sia già accaduto è il primo passo per riconoscerlo in tempo.

Prima conferenza. Perché il fascismo?

Lo storico Giorgio Pagano, co-presidente Comitato provinciale unitario della Resistenza di La Spezia, autore anche a Patria, relatore del primo incontro

Il primo incontro risponde a una domanda apparentemente semplice: come fu possibile che il fascismo si affermasse in Italia? La risposta non si trova in un’unica causa ma in una costellazione di fattori che si intrecciano e si potenziano. Il punto di partenza è il nazionalismo italiano di fine Ottocento, un’ideologia che trovò negli ambienti industriali, nelle élite militari e in parte della borghesia i sostenitori più convinti. Un nazionalismo che serviva a proiettare all’esterno le tensioni sociali interne, convogliando il malcontento verso un nemico esterno piuttosto che verso le strutture di potere. Su questo sfondo, l’Italia liberale del primo Novecento mostrava una fragilità strutturale acuta: uno Stato incapace di modernizzarsi davvero, un sistema parlamentare percepito come corrotto, un divario enorme tra Nord industriale e Sud agricolo.

La Prima guerra mondiale non fece che esacerbare queste contraddizioni. Al termine del conflitto, i nazionalisti costruirono il mito della “vittoria mutilata” — ma occorre essere precisi: non si trattò di un trauma collettivo spontaneo, bensì di una costruzione ideologica deliberata, elaborata strumentalmente per alimentare il risentimento nazionale e mobilitare le masse verso obiettivi politici ben precisi. Fu propaganda, non storia.

Ciò che fu reale, invece, fu la crisi profonda che la guerra aveva prodotto: un’economia in ginocchio, milioni di reduci senza prospettive, inflazione e disoccupazione dilaganti. E soprattutto il “biennio rosso” del 1919-1920, con le fabbriche occupate dagli operai e le terre dai braccianti. Fu in questo contesto che il fascismo trovò la sua funzione storica più autentica: quella di strumento di reazione.

Spedizione punitiva fascista contro una sede sindacale

Le squadre d’azione fasciste distrussero sistematicamente le organizzazioni operaie e contadine, con il tacito appoggio di industriali, agrari, banchieri e di larghi settori dello Stato liberale. Il fascismo fu lo strumento con cui le classi dominanti fecero pagare alle classi subalterne il costo della crisi — un meccanismo che si sarebbe ripetuto più volte nel Novecento.

Lo storico Saverio Ferrari, relatore del secondo incontro

Seconda conferenza. Perché i fascisti?

Se la prima conferenza si occupa della genesi storica, la seconda affronta una domanda altrettanto scomoda: perché, dopo la sconfitta del 1945, il fascismo non è davvero scomparso?

(Archivio fotografico Anpi nazionale)

Il punto di partenza è il 1946, quando una parte degli eredi del regime fondò il Movimento Sociale Italiano, forza esplicitamente neofascista che rivendicava la continuità con il regime mussoliniano. Per decenni rimase ai margini del sistema politico, ma operò come serbatoio ideologico e canale di trasmissione di una cultura politica che rifiutava i valori fondativi della Repubblica nata dalla Resistenza. La sopravvivenza della destra radicale italiana non può però essere compresa senza affrontare il suo rapporto organico con la NATO e con gli apparati di sicurezza atlantici. L’Alleanza Atlantica operò di fatto come struttura di controllo geopolitico sui Paesi dell’Europa occidentale, garantendo che nessuno si discostasse dalla linea di Washington.

In Italia, ciò significava sorvegliare e contenere il Partito Comunista Italiano. È in questo quadro che si colloca la Strategia della Tensione — dalla Strage di piazza Fontana nel 1969 alla Strage di Bologna nel 1980 — un periodo di attentati terroristici di matrice neofascista il cui obiettivo era duplice: impedire al PCI di accedere al governo e creare un clima di paura favorevole a una stretta autoritaria.

Milano, 12 dicembre 1969. Piazza Fontana. I rilievi dopo la bomba nella Banca nazionale dell’Agricoltura (archivio fotografico Anpi nazionale)

A rendere possibile questa strategia fu una rete di poteri occulti: la struttura paramilitare Gladio, la Loggia P2 di Licio Gelli, i settori deviati dei servizi segreti — uno “Stato nello Stato” con il comune obiettivo di condizionare l’ordinamento democratico. L’eredità di quella stagione si proietta sul presente nel riemergere di un nazionalismo forte, declinato nel linguaggio del sovranismo e della difesa identitaria. I movimenti odierni ne ripetono la struttura retorica: la nazione assediata, la necessità di un potere esecutivo forte, la svalutazione delle istituzioni democratiche di mediazione, la costruzione del “noi” attraverso la definizione dell’“altro” da escludere.

Terza conferenza. Perché i fascismi?

La terza conferenza allarga la prospettiva alla dimensione internazionale, affrontando una questione che la narrazione dominante preferisce lasciare nell’ombra: il ruolo che le grandi potenze — in particolare Stati Uniti e NATO — hanno svolto nel sostenere e finanziare regimi autoritari nel corso del Novecento.

La giunta militare argentina

Il ciclo distingue tra fascismi delle origini nati da spinte ideologiche interne — come quello italiano o il nazismo tedesco — e regimi autoritari “eterodiretti”: dittature militari sostenute, finanziate e in certi casi direttamente installate da potenze straniere per ragioni geopolitiche. In questi casi l’ideologia locale è strumentale: serve a dare legittimità interna a regimi il cui scopo è garantire l’allineamento agli interessi della potenza egemone.

La radice di questa logica affonda nella Dottrina Monroe del 1823 e nel Corollario Roosevelt del 1904, con cui gli USA si arrogarono il diritto di intervenire militarmente nelle nazioni latinoamericane. Con la Guerra Fredda, questo principio si estese a tutto il pianeta: qualsiasi governo che mostrasse simpatie socialiste o cercasse una politica estera autonoma veniva percepito come una minaccia. La CIA rovesciò Mosaddegh in Iran nel 1953, Árbenz in Guatemala nel 1954, sostenne il golpe di Pinochet in Cile nel 1973 e innumerevoli altre dittature militari. In tutti questi casi, le spinte autoritarie locali furono dotate di mezzi finanziari, logistici e militari dall’esterno, in funzione di obiettivi geopolitici che nulla avevano a che fare con il benessere delle popolazioni. L’autoritarismo di destra fu uno strumento deliberato per mantenere il controllo sulle aree di influenza e reprimere i movimenti di liberazione sociale.

Quarta conferenza. Perché il tecno-fascismo?

La quarta conferenza affronta il tema forse più inedito del ciclo: l’emergere di una nuova forma di autoritarismo incarnata da una ristretta élite di capitalisti della tecnologia con risorse sconfinate e visioni del mondo apertamente antidemocratiche. Per comprendere come singoli individui privati abbiano accumulato un potere tale da condizionare le istituzioni democratiche dei principali Paesi del mondo, occorre partire da un dato strutturale: l’estrema finanziarizzazione dell’economia globale. Il neoliberismo ha prodotto una concentrazione di ricchezza senza precedenti, trasferendo enormi risorse dalle mani pubbliche a un numero sempre più ristretto di grandi detentori di capitale. La finanziarizzazione ha moltiplicato questa tendenza, consentendo ai grandi patrimoni di crescere a velocità esponenziale indipendentemente dall’economia reale. È su questa base materiale che si è sviluppato il potere dei nuovi padroni della tecnologia.

Nella grafica, da sinistra: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andeersen

Figure come Elon Musk, Peter Thiel e Marc Andreessen non sono semplicemente uomini d’affari di successo: sono soggetti politici con una visione del mondo coerente e radicalmente antidemocratica, che finanziano think tank e movimenti politici per plasmare il sistema in funzione dei propri interessi.

La loro visione — spesso definita “neoreazionaria” — si basa sulla convinzione che la democrazia sia un sistema inefficiente destinato al declino, e che solo una élite tecnologicamente superiore possa guidare l’umanità. Una struttura logica che ripete nella sua essenza quella fascista del capo necessario e della massa incapace di governarsi. A questo si aggiunge il potere di sorveglianza e condizionamento garantito dal controllo delle grandi piattaforme digitali: un potere che nessun regime autoritario del Novecento avrebbe potuto nemmeno immaginare.

Quinta conferenza. Capire la Costituzione

Il ciclo si chiude con un ritorno alle fondamenta: la Costituzione italiana del 1948, scritta da chi aveva vissuto sulla propria pelle cosa significava il fascismo e la perdita della libertà. La Costituzione non si limita a definire le libertà formali, ma impone alla Repubblica un compito attivo: rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono ai cittadini di essere davvero liberi e uguali. L’articolo 3 sancisce il principio di uguaglianza sostanziale; gli articoli 4 e 38 garantiscono il diritto al lavoro e alla protezione sociale. Non promesse vaghe, ma mandati precisi.

La tesi del ciclo è che uno dei compiti fondanti della Carta è la deterrenza verso forme di governo autoritario. Il loro riemergere è causalmente legato alla sistematica disapplicazione di questi principi. Non un fallimento della Costituzione — la cui visione rimane straordinariamente attuale — ma un fallimento politico: la mancanza di volontà di attuarne i precetti sociali più impegnativi. Le disuguaglianze sono cresciute, la precarietà si è diffusa, i servizi pubblici sono stati depotenziati. Quando lo Stato non garantisce un’equità reale, la promessa democratica si svuota: il malcontento si trasforma in rancore, e il rancore trova sfogo nelle forze che sanno costruire nemici semplici e soluzioni semplicistiche.

Un progetto di divulgazione aperta

Questo progetto è stato realizzato mediante la collaborazione di cinque sezioni ANPI: Varano de’ Melegari, Salsomaggiore, Bardi, Bore nella provincia di Parma, e Castell’Arquato nella provincia di Piacenza. Non un esercizio accademico autoreferenziale, ma uno strumento di consapevolezza critica offerto a chiunque voglia guardare il presente con occhi più attrezzati. Le conferenze saranno accompagnate da mostre fotografiche tematiche, integralmente filmate e diffuse sulle principali piattaforme online per raggiungere un pubblico ben più ampio dei partecipanti fisici. L’obiettivo è costruire un archivio vivo di analisi e riflessione, accessibile nel tempo, che diventi un riferimento per chiunque voglia approfondire questi temi in un momento storico che non consente il lusso dell’indifferenza. I filmati sono disponibili sul canale YouTube digitando il titolo della conferenza specifica.

Per la sezione ANPI di Bore (PR), Emanuele Flacco