La campagna di Amendolara (CS)

A distanza di oltre tre anni dal naufragio di Cutro, dove nel febbraio 2023, sono morti 94 migranti ancora in attesa di giustizia; la civiltà e il diritto sono morti un’altra volta nell’amara terra di Calabria. Su una piazzola della statale 106 ad Amendolara, uno degli Comuni calabresi vicini alla Basilicata, in una delle prime notti di estate vera dopo un inverno lunghissimo, le fiamme hanno squarciato la tranquillità apparente del luogo. Non era uno di quei segnali che la ’ndrangheta è solita dare a queste latitudini, ma una fornace in cui sono stati arsi vivi quattro braccianti: tre afgani e un pachistano, ammazzati in modo atroce per essersi ribellati alle dure leggi del caporalato.

Cutro, stele dedicata al naufragio del 26 febbraio 2023

Mentre a Cutro una minima colpa di ciò poteva essere data al fato, ad Amendolara le colpe sono tutte umane. Sono stati già arrestati i due presunti assassini, Alì Raza e Ahmed Safeer, e saranno decisive, per la ricostruzione dell’accaduto, le telecamere di videosorveglianza che hanno ripreso tutte le fasi della strage. Da quanto è dato sapere, i braccianti si erano lamentati per gli scarsi compensi che ricevevano per le lunghe ore di lavoro e per dover dormire in dieci in un’unica stanza. Di una cosa la CGIL di Maurizio Landini è certa: se nel processo la vicenda venisse depenalizzata in una “lite tra stranieri”, l’accaduto perderebbe gran parte della propria gravità.

La baraccopoli di San Ferdinando (foto Medu, Valerio Muscella)

La brutta storia di Amendolara ha un nome preciso quel caporalato che in Calabria ha da decenni un altro scenario della propria gravità: la barracopoli di San Fernando nella piana di Gioia Tauro, nel Tirreno calabrese.

Primo Levi, in un artwork di Monozigote

E per chi, nel fare cronaca, ancora ritiene che la storia debba essere maestra di vita, tornano alla mente le parole di Primo Levi secondo cui ciò che è accaduto può accadere di nuovo e dappertutto. La violenza, ‘utile’ o ‘inutile’, è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato. Ed invece, come in un anticipo dell’inferno dantesco come italiani siamo troppo bravi a rinfrescarci con le acque del fiume Lete, per dimenticare le nostre colpe e auto assolverci.

I migranti bruciati vivi raccoglievano fragole (Imagoeconomica, Carlo Carino by Midjourney)

Ecco perché come dei fatti di Cutro anche per quelli di Amendolara occorrerà continuare a parlare. Anche quando i riflettori delle telecamere saranno spente. L’impressione che si vive, invece, è che i cinquantasei anni dall’approvazione dello Statuto dei Lavoratori siano passati invano, vanificandoli, per i numerosi tagli ai diritti di chi lavora e per il precariato sempre più dilagante, anche per i lavoratori in regola, ma soprattutto per l’assenza di voci autorevoli in difesa degli schiavi di oggi. Che direbbero le voci di Primo Mazzolari, Pier Paolo Pasolini e Danilo Dolci?

Nell’immediatezza dell’accaduto, in occasione dei festeggiamenti per il 2 giugno, ricordiamo le forti parole di Mario Vallone, coordinatore regionale dell’ANPI: “Siamo tutte e tutti impegnati in questa giornata a celebrare con la massima solennità l’80° anniversario della Repubblica. Al centro delle discussioni il primo articolo della Costituzione e poi tutti gli altri che tutelano la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto in Calabria ultima regione d’Europa per povertà. Ci sgomenta quindi ancor di più l’efferato omicidio di quattro braccianti con modalità che nemmeno nei peggiori film horror si sono mai viste, uccisi bruciati ancora vivi. La bella giornata di Festa ci riporta con questo carico di morte ai drammi dei migranti, alla tanta indifferenza, alle sottovalutazioni istituzionali, al lavoro come luogo di sfruttamento, precarietà e sottomissione per tante persone scappate da contesti drammatici in cerca di una vita migliore. Un dolore profondo per tutti noi. Ci auguriamo si arrivi sino in fondo con le indagini alla comprensione del perché si verificano ancora simili drammi e da dove e perché nasce tutto questo odio”.

Maurizio Landini, segretario genrale Cgil (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Nella partecipata iniziativa svolta a pochi giorni dalla tragedia ha chiesto una rivoluzione morale il segretario nazionale della CGIL Maurizio Landini: “Uscendo dall’ipocrisia diciamo basta a questo sistema che trasforma in cenere le persone. Non è un problema che riguarda qualche migrante: qui siamo di fronte a un sistema di fare impresa che non è assolutamente più accettabile, che mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone. Non è il primo caso purtroppo, ci sono altri casi – ha aggiunto –, ma proprio per questo è il momento di dire con forza basta a questa logica. C’è bisogno – sottolinea Landini – di una reazione da parte di tutti i soggetti politici, istituzionali e imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone”.

Ancora una volta come a Cutro, al fianco della società civile calabrese mancava una delegazione della maggioranza della Regione Calabria guidata dal presidente Roberto Occhiuto. Evidentemente, le priorità calabresi per le destre sono diverse.

(Imagoeconomica, Carlo Carino by Ai Mid)

A nostro parere, però, la deriva morale e culturale è ancora più ampia di quanto potrebbe sembrare: spigolando in quei social che sono il termometro dell’idealità della gente comune, a lasciare sgomenti forse come il rogo di Amendolara sono, più numerosi di quanto ci saremo ottimisticamente aspettati, i pensatori della tastiera, che invece di stigmatizzare la tragedia hanno sentito la necessità di criticare la CGIL, chiedendo al maggiore dei sindacati italiani le risposte che, invece, dovrebbero arrivare dal governo.

Francesco Rizza, giornalista, ANPI di Petilia Policastro (KR)