Un carro armato Leopard

Nuovi imperi, vecchie storie. Nuovo fronte del caos e metodi antichi e consolidati per ottenere il controllo. Oggi non serve avere i carri armati in strada per vivere in una dittatura in pieno stile, o almeno non solo. Resta invece fondamentale controllare le menti dei cittadini, controllare le loro parole, vietando quelle sgradite a chi detiene il potere. Come l’ossigeno che pian piano si riduce in una stanza sigillata, così man mano che il diritto alla libera espressione viene cancellato si diventa incapaci di agire, prigionieri, reclusi, ciechi, sordi, muti.

Il poster del film “Yelkow letters”

Al cinema ad aprile è uscito Yellow letters diretto dal turco İlker Çatak premiato con l’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino. Parla di potere, censura, arte, vita. Ambientato nel mondo del teatro, girato in Germania perché parla del sistema di repressione in Turchia, e lì il regime è una vecchia conoscenza che quasi non fa più notizia. Già dall’inizio è brillante la scelta del regista nello scrivere sullo schermo “Berlino nel ruolo di Ankara” e poi via via che la storia prende forma “Amburgo nel ruolo di Istanbul” quasi a voler sottolineare che non è necessario costruire teatri di posa, fingere che siamo in un altro posto. Il film si realizza perché siamo fuori da quel Paese in cui non c’è libertà ed è inutile riprodurre i palazzi della meravigliosa Istanbul o lo skyline di Ankara. Veniamo al dunque, raccontiamo come si sentono le persone, anche quelle privilegiate, intellettuali, artisti di successo, professori universitari. Quando ti arriva una di quelle lettere gialle sei finito. Ti licenziano e ti processano per aver partecipato a una manifestazione, per aver scritto un post sui social, per avere detto una frase “non accettabile” in aula.

I due protagonisti del film: Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer ), una coppia di artisti teatrali turchi che perdono il lavoro a causa delle persecuzioni politiche in Turchia

La vita e la burocrazia prendono il sopravvento. Devi mangiare, pagare le bollette, l’affitto. Resisti ma piano piano ti annulli perché la fatica cresce, sei stanco, sfinito, ma continui a voler fare arte, hai urgenza di esprimerti, di aggirare la censura. Il film si concentra sul rapporto di coppia dei protagonisti che piano piano si sgretola, lui drammaturgo e professore universitario, lei attrice teatrale che mette inscena i suoi spettacoli con in più le ribellioni della figlia adolescente. La splendida fotografia, le musiche e i silenzi, oltre che i dialoghi, raccontano il volto della repressione alla maniera turca contemporanea.

Panoramica di Instanbul

Di recente due signore turche, una che vive a Izmir e l’altra a Istanbul, benestanti e realizzate, mi hanno spiegato la sensazione che si prova a vivere nella loro Turchia oggi. La prima mi ha parlato di una specie di rumore sordo, che giorno dopo giorno si insinua nella tua vita: i divieti aumentano, gli spazi per scambiarsi opinioni diminuiscono, si ha sempre paura di dire la cosa sbagliata. Il potere ti controlla, meglio tenere per sé certi discorsi. L’altra mi ha ricordato la metafora della gabbia: si vede l’Europa, ci si sente vicini ma giorno dopo giorno aumentano gli obblighi religiosi, le imposizioni maschiliste, e non si può scappare, o almeno viaggiare con tranquillità, andare a trovare i parenti all’estero senza tutti quei problemi col visto, poi i prezzi molto più alti al supermercato che anche per la classe media sono una dura realtà e bere un calice di vino in compagnia con le amiche meglio di no. Se agli inizi del potere del Presidente c’era stata un po’ di speranza quello che tante persone in Turchia oggi vivono spesso si avvicina all’ansia o all’angoscia anche per il più piccolo problema amministrativo.

Combattenti curdi

Poi come si sa ci sono gli ultimi, quelli che lottano da sempre. Se parliamo dei curdi di Turchia – la più grande minoranza del Paese – censura e repressione, processi, aule di tribunale, licenziamenti, difficoltà per la più innocente delle azioni sono all’ordine del giorno.

Nudem-Durak, cantante e musicista folk curda, in carcere dal 2015 perché accusata di propaganda terrorista

Doveroso anche ricordare un’artista curda che sta passando la gioventù in carcere solo per aver cantato nella sua lingua madre. Non è nemmeno una storia inaudita lì in Anatolia. Le carceri strabordano di artisti molto più che di assassini o mafiosi. Il suo nome è Nûdem Durak, cantante e musicista folk, in carcere dal 2015 per propaganda terrorista. Proprio come i protagonisti del film di Çatak. Per Durak è in atto una campagna internazionale per la sua scarcerazione (potete seguire l’account Instagram @freenudemdurak per avere informazioni). Inoltre è possibile partecipare a un’altra iniziativa: la traduzione in italiano di un libro sulla sua vicenda scritto da Joseph Andras dal titolo Nûdem Durak: Sur la terre du Kurdistan, edizioni Ici bas. L’autore è venuto in possesso di un memoriale scritto dall’artista in carcere che alcuni dei suoi familiari sono riusciti a portare fuori dalla prigione.

Forse è un piccolo gesto, ma le cose grandi sono fatte di piccoli gesti. Spesso ci sentiamo impotenti ma diffondere le storie perché le persone prendano coscienza di come è fatto il mondo un po’ aiuta.


APPRODI #6

L’articolo è anche sul nuovo social di Patria: Substack, scoprilo e iscriviti alla newsletter. Lo trovi nella rubrica APPRODI