Alluvione del Polesine del 1882

La boje! La boje! De boto la va fora! (Bolle, bolle! Fra poco trabocca!) è il grido che nel giugno 1884 corre per la campagna solcata dai tratti terminali dell’Adige e del Po. Tra gli organizzatori del grande sciopero bracciantile ci sono i fratelli Luigi ed Eugenio Doralice che, con il circolo anarco-socialista “Spartaco” di Castelbaldo, nella Bassa padovana, sono in costante collegamento con Badia Polesine. In queste terre non valgono i confini geografici: i dialetti, le parlate si mescolano e si contaminano, identiche sono le condizioni di vita, o meglio di durissima sopravvivenza, e il malessere sociale finisce ovunque per “traboccare” con le devastazioni provocate dalla terribile alluvione del 1882. Nonostante le opere per la messa in sicurezza idraulica e la bonifica di vaste aree, resta infatti molto diffusa la miseria e anzi le profonde trasformazioni nella conduzione delle terre hanno fatto crescere la disoccupazione e il lavoro a giornata per migliaia di braccianti, costretti a spostarsi ogni mattina per contrattare la paga. L’alternativa all’emigrazione verso l’America meridionale di quasi un terzo della popolazione è accettare lo scontro diretto tra proprietari fondiari e lavoratori.

La carta d’identità di Clara Doralice

Ancora negli anni Trenta del Novecento Clara Doralice ascolta i racconti delle donne di Castelbaldo che “pattugliavano gli argini per scontrarsi col padrone, con grande coraggio e spregiudicatezza, per ottenere un salario che non fosse da fame” e assiste all’arrivo dei “camion delle mondine, alcune ancora bambine, altre con i figli piccoli, altre ancora anziane, i loro canti, la tristezza dei loro volti invecchiati dalla fatica, ma anche la loro dignità: il tutto per un sacco di riso e qualche soldo” e coglie “la miseria terribile di cui le donne subivano quasi tutto il tragico peso”, ma anche l’esperienza delle dure lotte per la sopravvivenza di cui sono protagoniste. Anche il canapificio aperto a Montagnana nel 1920 da Stanislao Carazzolo per cercare di liberare le donne dalla situazione di semischiavitù nella quale si trovano, dura solo fino al 1941, quando l’autarchia imposta dal regime blocca le forniture del cotone necessario per tessere la trama dei tessuti.

Nicola Badaloni

Un tentativo di dare risposta al dramma profondo di queste terre viene da alcuni socialisti come Nicola Badaloni, “il medico della pellagra” impegnato a debellare la malattia provocata da una alimentazione inadeguata, e dai fratelli Matteo e Giacomo Matteotti che, pur provenendo dalla borghesia colta e agiata, comprendono le ragioni di chi si ribella e già come amministratori tentano di proporre delle soluzioni per la loro emancipazione. E a separare di pochi chilometri Castelbaldo da Badia Polesine, dove Matteotti è consigliere comunale, c’è solo il corso dell’Adige.

Castelbaldo

Giuseppe Doralice (1901-1977), discendente dei due fratelli Luigi ed Eugenio, a causa della malattia del padre Antonio (1872-1932), è costretto a interrompere gli studi per gestire l’attività di osteria e commercio vini avviata dalla famiglia, che riesce ad ampliare, dando lavoro a molti operai del paese. A Castelbaldo fonda una cassa rurale, una cooperativa e una biblioteca, che poi sarà data alle fiamme dai fascisti. E sarà proprio a partire da quell’esperienza di cooperazione in vari ambiti (risparmio, produzione e commercio) che poi crescerà l’attiva solidarietà della Resistenza sia maschile sia femminile così forte in quelle terre. Giuseppe fa anche il meccanico, il carrettiere, coltiva “i pochi campicelli di casa” e insieme a sua madre, “una donna di ferro”, tiene in piedi la famiglia, colpita anche da un altro grave lutto, la morte della sorella di Giuseppe, Clara, stroncata dalla spagnola nel 1920. Nel 1919 inizia l’attività politica e già nel 1920 è segretario della federazione giovanile socialista di Padova. Entra nelle formazioni rivoluzionarie armate “Arditi del Popolo” e, nei drammatici anni del primo dopoguerra, nel suo paese fonda il gruppo di giovani chiamato “Rauss” (fuori i fascisti!) per contrastare le irruzioni devastatrici di fascisti romagnoli ed emiliani nel Veneto meridionale di cui è spesso direttamente oggetto la stessa famiglia Doralice. La madre Elisa Zanarotti (1874-1953) è costretta ad assistere alle incursioni in casa, di notte, quando per intimidazione i fascisti sparano contro i mobili e bastonano il marito e i compagni, costringendoli a bere olio di ricino.

Livorno 1921. Nasce il Partito comunista d’Italia (PCd’I)

Dopo il congresso di Livorno Giuseppe entra nel Partito Comunista ma, colpito presto da mandato di cattura, il 14 luglio 1921 è costretto alla fuga. Nei due anni di latitanza si mantiene con diversi lavori, girando le regioni del centro-nord Italia e a Belforte, nel Senese, conosce Assunta Buccianti (1905–1991) la futura compagna, di famiglia socialista. Nell’agosto 1922 si presenta al tribunale di Este per rispondere, con altri sedici compagni, di associazione a delinquere contro i poteri dello Stato: viene condannato a più di 4 anni di galera, all’interdizione dai pubblici uffici e a 5 anni di sorveglianza speciale, ma, con il ricorso in appello, il 10 marzo 1923 viene assolto. La sera stessa del rilascio è aggredito alla stazione di Badia Polesine.

Tornato in libertà, come promesso, va a Belforte a prendere Assunta e la sposa. La figlia Clara ricorda che “Per lei non è stato facile ambientarsi a Castelbaldo, perché allora cambiare regione era come emigrare in un altro stato; comunque un po’ alla volta si è integrata così bene che ha imparato il dialetto veneto”. E si può immaginare quanto drammatiche, alla fine della guerra, saranno state le comunicazioni tra Castelbaldo e il Senese, tra nord e sud rispetto alla Linea Gotica! Il primo figlio (1924–2005) viene chiamato Giacomo in memoria di Matteotti, amico di Giuseppe. Poi arrivano Clara (1926–2022), Antonio (1932 –1987) e Vittorio (1942). Nonostante gli ostacoli nei confronti della sua attività economica da parte del regime, Giuseppe riesce a conservare risorse sufficienti con cui finanziare personalmente la causa dell’antifascismo e poi quella della Resistenza: per aiutare i compagni a nascondersi mette a disposizione 500.000 lire e spesso procura un rifugio a quelli costretti alla clandestinità. Nel 1937 i fascisti distruggono l’ultima cooperativa di braccianti della zona, ma Doralice continua a partecipare ad organizzazioni clandestine in collegamento tra Veneto, Lombardia, Emilia e Roma, fino a quando rinuncia a nascondersi per evitare ritorsioni ai familiari.

Il carcere romano di Regina Coeli dove venne detenuto Giuseppe Doralice

È la sera del 6 maggio 1942. Nonna Isetta raccomanda a Clara e alla cugina di continuare a studiare e scherzare insieme perché non devono mostrare paura. La donna ha visto arrivare i fascisti dell’Ovra e, tentando di salvare suo figlio, lo ha raggiunto prima del rientro, incitandolo a fuggire, ma Giuseppe, per evitare ritorsioni contro i familiari, preferisce rincasare. Clara, dalla finestra della sua camera, vede i fascisti nello studio del padre, mentre rovistano nella cassaforte e tra le carte in cerca di documenti compromettenti e infine restano a dormire a casa Doralice. La mattina successiva Clara, come ogni giorno, sale in corriera per andare a scuola a Montagnana, ma “le belve fasciste” su quella stessa corriera stanno portando in prigione suo padre. Solo loro due lo sanno e, quando i loro sguardi si incontrano, con il sorriso cercano di infondersi coraggio: “Il pianto è dietro quel sorriso, nessuno lo vede, solo noi due, perché non sappiamo se, come o quando potremo rivederci”. Dopo tanto tempo senza notizie, la famiglia viene a sapere che Giuseppe, processato dal Tribunale Speciale, è a Roma, in prigione a Regina Coeli. Il 25 luglio 1943, con la caduta del regime, in famiglia si aspetta che Giuseppe torni a casa, ma “mio padre non uscirà subito, perché Badoglio e il re non liberano gli antifascisti, di loro hanno paura”. Come altri compagni riuscirà però ad evadere fuggendo dalle finestre del carcere.

Tornato a Castelbaldo, in quell’estate sospesa tra la caduta del regime e l’armistizio, Giuseppe accompagna la figlia a Trecenta in bicicletta (“il governo aveva requisito tutte le macchine, mancava tutto, figuriamoci la benzina”) a trovare un anziano medico socialista ormai cieco che invita la ragazza a “prendere come esempio i nostri grandi comuni maestri”. Così Clara, come molte altre, conosce l’antifascismo fin da ragazza con l’esempio del padre e dei compagni che frequentano la casa di famiglia, ma anche con quello di donne fiere come la madre Assunta e nonna Isetta, compagne dei loro uomini consapevoli dei rischi e a loro volta partecipi della stessa cultura politica. In casa “è un via vai di amici” di cui Clara ricorda che “come mio padre, mi rassicurano e mi infondono fiducia; i loro discorsi mi piacciono, mi fanno capire molte cose. Riconosco nei loro volti quel qualche cosa che, in visi così diversi uno dall’altro, è pur tuttavia così uguale: la loro fede e la loro volontà”.

Giuseppe Doralice, secondo da sinistra in prima fila

Dopo l’8 settembre 1943, Giuseppe Doralice deve nuovamente tentare di rendersi irreperibile, mentre tiene i contatti tra la Bassa padovana e il capoluogo, per organizzare la Resistenza nella zona di Castelbaldo, nella quale sono presto coinvolti anche i figli Clara e Giacomo. “Ieri sera c’è stato un grande brindisi a casa mia e alla fine, quando era ormi l’alba, mio padre ha pronunciato un discorso e ha parlato soprattutto a noi giovani perché da loro l’Italia deve aspettarsi la rinascita. Ora è incominciata la nostra guerra”. Giuseppe Doralice è commissario politico della brigata di Castelbaldo la cui forza effettiva è di circa duecentocinquanta uomini: “le squadre […] cominciarono a spostarsi in un territorio più ampio […] sia per motivi di difesa dai rastrellamenti nemici, sia per ragioni logistiche […] non gravando sempre sullo stesso territorio e sulle stesse aziende. La linea preferita per gli spostamenti era quella della cosiddetta Valle del Fratta […] che avendo sponde alte e scorrendo lontano dai centri abitati, si prestava ai trasferimenti diurni e poteva, in caso di necessità, essere guadato spiazzando gli eventuali assalitori” mentre “durante i rastrellamenti i partigiani si rifugiavano nelle gallerie sotterranee scavate nei fossati […]. I rapporti delle formazioni con le popolazioni furono sempre ottimi, anche quando il terrore infuriava sulle loro teste, poiché le azioni partigiane erano sempre ispirate a dei sani principi di giustizia. Tutto il necessario nel campo dell’equipaggiamento e della sussistenza veniva fornito dalla popolazione del posto al prezzo di veri sacrifici […]. Questo “con i conduttori dei fondi, siano essi stati proprietari o agenti o fittavoli. Naturalmente non si gravava mai sui piccoli, talvolta minuscoli fondi, molto diffusi nella zona”.

Giuseppe Doralice, primo da sinistra con il cappello di paglia, come lo ricordava Clara

Castelbaldo “è un piccolo paese”, ma Clara sa che “noi, tranne alcuni fascisti ed alcuni indifferenti, siamo tutti per i partigiani, ognuno di noi è partigiano” […]. Tutti sapevano, nessuno ha fatto la spia […]. Ci sono tanti giovani renitenti alla leva; solo due si arruolano con i repubblichini”. Vengono ospitati con generosità fraterna anche numerosi prigionieri alleati. In un’area compresa tra il Frassine, l’Adige e il Bisatto, i partigiani della zona organizzano sortite veloci messe in atto da squadre di pochi uomini in forma coordinata, spesso grazie all’intervento delle staffette, per mettere a segno azioni di sabotaggio della rete di comunicazione telefonica e di quella viaria (ferrovia, strade carrozzabili, ponti, canali navigabili come il canale Battaglia), con lo scopo di ostacolare i rifornimenti e poi la ritirata degli occupanti. Due ragazzini riescono a sottrarre armi a dei tedeschi mentre fanno il bagno nel fiume. Uno di loro è Inos Corradin che non ha ancora 14 anni e che poi appende alla porta di uno dei pochi fascisti presenti in paese “un grande foglio, con disegnata una bellissima cassa da morto nera” (trasferito poi in Brasile in giovane età, Inos diventerà un pittore di fama internazionale e morirà quasi centenario nel 2025). Sua madre, Noemi, ha due macchine da cucire per cui a casa sua si allestisce un laboratorio di sartoria, con cui si trasformano i paracadute dei lanci alleati in porta caricatori.

L’educandato San Benedetto di Montagnana

Clara frequenta l’Educandato San Benedetto di Montagnana, dove conseguirà il diploma magistrale, ma “molte volte nella mia cartella, al posto dei libri, ho il materiale clandestino da portare al notaio [Giuseppe] Redetti a Montagnana”. E’ amica di Rita, la figlia del notaio, che frequenta lo stesso Istituto. A scuola Clara trova sostegno e protezione nella professoressa Maria Dazzi Vasta (1901-1990) di origine emiliana e che partecipa alla Resistenza, scrivendo manifesti che incitano i cittadini a sostenere la lotta partigiana. “Noi studentesse facevamo attività antifascista anche all’interno dell’Educandato di Montagnana, col rischio di non poter prendere il diploma perché la preside era simpatizzante fascista, mentre il personale di segreteria era dalla nostra parte. Noi non entravamo in classe durante le ore di Cultura fascista e se ci davano dei temi di carattere fascista sabotavamo il tema, non andando a scuola o prendendo nello scritto posizioni antifasciste. E poi, siccome quando ci si iscriveva a scuola bisognava anche iscriversi al Partito fascista, dopo la caduta di Mussolini siamo andate a chiedere la restituzione dei soldi della tessera alla segreteria della scuola. Non avevo tanto tempo per studiare, ero troppo impegnata in altre attività. La professoressa di Filosofia, che era comunista – ma io l’ho saputo solo anni dopo – non sembrava trovare mai il tempo per interrogarmi. Aveva capito perché io andavo a scuola senza studiare e lo tollerava”.

Da sinistra, Clara Doralice, Enrica Vaccari, e una loro amica

L’attività antifascista di Clara, oltre che all’interno dell’Educandato, si svolge anche a Castelbaldo dove “molte ragazze del nostro gruppo, siccome non c’era lavoro, stavano in casa o facevano le mondine e le spigolatrici. La maggior parte delle mie amiche aveva smesso di andare a scuola dopo le elementari, solo io e le mie cugine eravamo studentesse, ma questa differenza culturale e sociale non ha mai influito sulla nostra amicizia. Tra i loro compiti c’è la raccolta di denaro (40 ragazze versano ogni settimana 20 centesimi) e di medicinali, confezionano indumenti per i partigiani combattenti, occultano i paracadute dei lanci, fanno proselitismo e propaganda scritta. Una delle compagne di Clara è Enrica Vaccari (figlia di Luigi, il primo sindaco socialista di Castelbaldo, che, eletto il 12 settembre 1920, viene presto sostituito da un commissario prefettizio e muore il 16 settembre 1929 per le gravi conseguenze del pestaggio subito nel giugno 1921). Ernestina Zanarotti, coetanea di Clara e staffetta dello stesso battaglione, ricorda che “nel gruppo si parlava anche di questioni politiche e di che tipo di società ci sarebbe stata dopo la guerra”; e che “le partecipanti erano tutte molto affezionate le une alle altre. I loro incontri sono quindi occasioni di accesso a idee e dibattiti politici da cui molte di loro erano state escluse nel periodo fascista, non solo a causa della repressione politica, ma anche perché spesso non erano ammesse nelle reti clandestine. Tra loro è particolarmente sentito “questo bisogno di stare insieme, che era determinato proprio dalla volontà e il bisogno di capire quello che non sapevamo”.

Clara Doralice, Enrica Vaccari, con una loro amica

Le ragazze si incontrano in mezzo ai campi “come fosse una gita fra amici” per discutere e prendere accordi. Insieme leggono i fogli dei Gruppi di difesa della donna. Quando rientrano a tarda sera mettono i volantini contro il fascismo sotto le porte delle case. Hanno tutte profondi legami di amicizia e di solidarietà con i loro coetanei maschi, a loro volta attivi in vario modo. “I ragazzi sono buoni e gentili, ci accompagnano a casa. Molto spesso ci attardiamo a discutere o a cantare le nostre canzoni. Abbiamo anche paura, ma siamo contente per quello che facciamo. Durante il coprifuoco, dopo la ronda dei carabinieri, sono i giovani che fanno la guardia, quando non sono impegnati in azioni di disturbo contro i fascisti”. Tra di loro Clara ricorda bene quel Paride Cervato (nato in Francia da genitori di Castelbaldo emigrati per lavoro) a cui Giuseppe Doralice, nonostante la giovanissima età, affida un ruolo di comando, e che, colpito a morte nel corso dell’assalto alla caserma dei carabinieri di Merlara del 6 luglio 1944, sarà il primo caduto della Resistenza montagnanese, a cui verrà intitolata la Brigata. Ferito gravemente, come il compagno Angelo Valmorbida, Paride viene portato a casa Doralice, dove, poco dopo, muore. Per non lasciare il corpo di Cervato nelle mani dei fascisti, Giuseppe Doralice lo nasconde in una botte riempita di anidride solforosa che poi sotterra in un campo. Dopo la Liberazione, il corpo viene recuperato intatto e sepolto con tutti gli onori e grande concorso di popolo.

Partigiani del III Battaglione garibaldino “Paride” – il secondo da sinistra è Giuseppe Doralice. Alle sue spalle con il braccio alzato Pietro Colturato, comandante della squadra di Castelbaldo

A volte Clara accompagna il padre a Padova per incontri con altri membri della Resistenza, come quando, nella bottega del barbiere comunista Attilio Galvani, sa di dover fingere di avere “un appuntamento per la permanente”. Attilio Galvani, nato a Padova il 7 maggio 1898, nei primi mesi del regime durante un’irruzione squadrista a casa sua, viene selvaggiamente pestato e infine viene ucciso a Padova, in Riviera Mugnai, il 10 agosto 1944. Come Clara ed Enrica, donne di ogni età, nella quotidianità di tanti gesti, tessono la rete del preziosissimo e rischioso lavoro di cura che, superando i confini delle mura domestiche, si allarga ovunque ci sia chi, anche senza chiederlo, ne abbia bisogno. Senza di loro a Castelbaldo e in ogni luogo dove si combatte una Resistenza silenziosa e disarmata, ma essenziale per l’esito di quella in armi, l’azione partigiana non sarebbe possibile, come riconoscerà il comandante Bulow, anche dove, nelle aree di pianura, non è possibile trovare il riparo più sicuro delle montagne. Così solo poche donne, dopo la Liberazione, avranno il riconoscimento di “partigiane combattenti”, quando torneranno agli impegni familiari, convinte di non aver fatto nulla di straordinario. Ma la Resistenza, appunto, non avrebbe avuto lo stesso esito senza donne come Ella Frison che, con figli e marito lontani, dava rifugio a prigionieri e renitenti alla leva nella sua trattoria, privando se stessa del cibo, o come la professoressa Maria Dazzi che riuscì a proteggere i suoi studenti (come il rettore Marchesi quelli dell’Università di Padova), o Fridda Ballini che mise il suo ottimo inglese al servizio dei collegamenti con gli Alleati, facendo la spola tra Bergamo e Montagnana.

Il 30 giugno 1944 Castelbaldo subisce un rastrellamento e a casa Doralice viene compiuta una retata, ma tutti riescono a fuggire attraverso i tetti e fanno in tempo a nascondere ogni cosa compromettente, comprese le armi del deposito ricavato sotto la cantina. Poco giorni dopo, il 12 luglio, i partigiani di Castelbaldo riescono a sottrarre alla requisizione nazifascista circa 3000 quintali di grano che poi fanno arrivare alle formazioni di montagna. Intanto, mentre dall’Italia centrale via via liberata arrivano nella Bassa padovana dei fascisti irriducibili, “i perugini”, a Montagnana la sezione locale del Fascio viene assegnata al medico sessantenne Giuseppe Pisanò e a Este, nell’edificio del Collegio Vescovile, si insedia il Comando della Polizia di Sicurezza Tedesca Padova Sud agli ordini dell’ufficiale della Luftwaffe, Willy Lembcke, con funzioni analoghe a quelle delle SS.

Ed è in quell’estate di fiamme e di sangue del 1944 che su Castelbaldo precipita la tragedia. Tutto inizia con il rastrellamento messo in atto il 23 luglio nella vicina Montagnana quando, nella sala del cinema Impero gestito dal partigiano socialista Bruno Branzo, dove si proietta il Titanic, venti militi della Brigata Nera cittadina, mascherati da soldati tedeschi, caricano su due camion circa sessanta giovani che vengono indicati uno per uno dai Pisanò come disertori da avviare alla deportazione in Germania. Il giorno successivo i vertici del partigianato locale, compreso il commissario garibaldino Giuseppe Doralice, decidono di “rispondere alla retata sequestrando alcuni fascisti, tra i quali Giuseppe Pisanò e i suoi due figlioli, da scambiare” con i prigionieri. Intanto, dal 24 luglio tutte le squadre armate di Castelbaldo sono impegnate nella complessa operazione di smistamento e occultamento del materiale frutto degli aviolanci del 19 e del 23 luglio “per trasferirli nella soffitta dell’asilo infantile d’accordo colla Madre”. Il 25 luglio, nel corso di un secondo convegno, al quale partecipano anche i partigiani della Brigata “Garemi”, vengono programmati il sequestro di Giuseppe Pisanò e dei due figli e il loro trasferimento ad Asigliano, nel Vicentino. Giorgio Daissé vuol dare all’operazione un valore altamente simbolico, facendola coincidere con il primo anniversario della caduta del fascismo, e quindi insiste perché si proceda immediatamente. Ma, per la fretta, dopo la cattura Pisanò viene subito portato a Castelbaldo, nella fattoria Duzzi, nonostante le raccomandazioni di Doralice, che ritiene rischioso richiamare l’attenzione dei nazifascisti su Castelbaldo, mentre sono in corso le complesse operazioni di smistamento del contenuto degli aviolanci. E infatti, appena viene informato dell’accaduto, Doralice rifiuta di interrogare Pisanò dicendo che il sequestrato in realtà deve essere trasferito immediatamente nel Vicentino, mentre è costretto a nascondere in tutta fretta le armi e l’esplosivo in varie fattorie della zona.

I territori dell’Italia attraversati dalla Linea Gotica

Iniziano così degli scontri nell’area tra Merlara e Castelbaldo lungo il Fratta, in cui vengono feriti mortalmente due partigiani, mentre Pisanò viene trasferito più lontano dal paese. Interviene il comando di polizia tedesco con Lembcke che fa affiggere il manifesto con il quale minaccia la fucilazione degli ostaggi nella piazza di Montagnana, se Pisanò non verrà liberato entro le ore 18 del 26 luglio. Giuseppe Doralice viene informato confusamente di quanto accaduto solo quando uno dei compagni raggiunge Castelbaldo. Allora affida alla figlia Clara e ad Enrica Vaccari la consegna di munizioni ai partigiani posizionati sul Fratta e un messaggio da consegnare al comandante della “Garemi”. Enrica ed io, in bicicletta, siamo partite con le sporte piene. Lungo la strada, nei fossi, c’erano i giovani nostri amici armati per cui noi siamo andate avanti sicure. Ma alla fattoria De Toni era nascosto un camion di fascisti. Ci hanno fermate. Dapprima sembrava che ci lasciassero andare, ma poi hanno voluto vedere dentro le nostre borse e hanno trovato le armi. Ci hanno fatto vedere le foto delle persone che avevano ucciso e ci hanno chiesto se le conoscevamo. Per fortuna erano fascisti e non tedeschi, altrimenti ci avrebbero uccise immediatamente! Abbiamo cercato di dar da intendere che eravamo sfollate, ci siamo finte toscane, utilizzando tutte le notizie che avevamo sulla famiglia di mia mamma, che era al di là della Linea Gotica. Ci hanno picchiato tanto che io, che avevo diciassette anni, e la mia amica, che ne aveva diciannove, siamo rimaste col collo contuso per mesi […]. Ci hanno gettate nel loro camion, stese sul pavimento ventre a terra a suon di insulti e lì siamo rimaste per tutta la durata del combattimento. Sparavano come folli per tutto il paese e i bossoli di rimbalzo ci hanno tutte bruciacchiate.

Monumento ai caduti di Montagnana

Eravamo noi due sole, giovani ed indifese, in balia della loro ferocia quando la sera ci hanno scaricato alla casa del fascio di Montagnana. Lì alcune persone ci hanno riconosciute. Allora ci hanno messo in carcere, dove c’erano anche altre persone con cui abbiamo solidarizzato. Quando hanno tolto la luce, Allegro il mancino, Rossato e soci erano lividi di paura armi in mano. Noi eravamo tranquille, senza paura per noi stesse, ma mia madre, mio padre, i miei fratelli, i nostri compagni? Sono partiti i fascisti, non so se in cento o in mille, per distruggere ed uccidere ancora, e nella notte dalla cella li ho sentiti cantare”. Allarmato dal mancato ritorno delle due ragazze, Giuseppe Doralice organizza la distribuzione di armi fra due squadre del battaglione “Paride”. Riprendono gli scontri tra fascisti e partigiani che hanno ancora la meglio, ma la doppia sconfitta dei fascisti induce Lembcke e il comando della Brigata Nera di Padova a reagire in maniera pesantissima, chiamando “rinforzi” di militi e tedeschi da tutta la provincia, ma anche da Rovigo e da Legnago, nel Veronese.

Il fiume Adige

Il paese di Castelbaldo viene circondato da ogni lato. Per le strade sfilano due auto blindate e carrarmati tedeschi. Vengono saccheggiate e poi date alle fiamme le case di Giuseppe Doralice, di Pietro Colturato e di molte altre famiglie legate alla Resistenza. Inizia quindi la strage di civili, collaboratori della Resistenza e partigiani. I primi a cadere sono Pietro Cavaletto e il figlio Nerino, i “custodi del Passo” sull’Adige, che, accusati di transitare i ribelli e trovati in possesso di armi, sono colpiti personalmente dal fascista Primo Cattani, davanti ai familiari. I loro corpi vengono poi straziati con lancio di bombe. Lungo le rive dell’Adige è colpito a morte il giovanissimo Marco Franceschi di cui non verrà più ritrovato il corpo: la madre Efra in novembre ancora non sa nulla del figlio, mentre il maggiore è deportato in Germania e la figlia malata in attesa di essere operata in ospedale. In via Roma le giovanissime sorelle Adelina e Norina Panziera, entrambe del Battaglione “Paride”, vengono sorprese e colpite con armi da fuoco dai nazifascisti mentre stanno portando munizioni ai partigiani disposti lungo il Fratta. Adelina muore in quello stesso giorno nella sua casa di Castelbaldo, mentre Norina muore all’ospedale di Badia Polesine dove viene trasferita nel tentativo di salvarla. Una delle due sorelle uccise “era incinta di cinque mesi”, come riferirà Clara Doralice.

Procede il rastrellamento in tutto il paese: i giovani catturati sono fatti sfilare in via Garibaldi e ammassati in piazza Rovere. I tedeschi ne prelevano cinque, tutti partigiani del Battaglione “Paride” poco più che ventenni: Gino Da Come, Severino Salandin, Alcide Segantin, Diego Terrin, Lino Gianesello. Vengono condotti sulla sponda sinistra dell’Adige nei pressi del mulino Menato, dove vengono fucilati e i loro corpi, con mani e piedi legati, sono gettati nel fiume. Sulla strada tra Piacenza d’Adige e Masi intanto vengono catturati e uccisi, perché trovati in possesso di armi, altri due partigiani dello stesso battaglione: Florindo Romani Fiore e il figlio Romanin. Chi al momento è risparmiato viene trasferito nel carcere di Montagnana presso la Casa del Fascio. Il padre di Clara non sa ancora nulla della figlia e della sua amica, perché nessuno ha il coraggio di dirglielo, ma per entrambe le ragazze l’imputazione è “appartenenza a banda armata”, per cui vengono condannate alla fucilazione da eseguire la mattina successiva.

Intanto sua moglie, Assunta Buccianti, cerca invano di proteggere gli ultimi giovani, ma insieme a quattro di loro viene arrestata. La donna non cade nel tranello teso da un tenente fascista che, tentando di infiltrarsi tra i partigiani, le chiede di scrivere un biglietto per rassicurare il marito, in realtà per entrare in rapporto con Giuseppe Doralice. Grazie ai documenti falsi che riesce a procurarle in tempo un amico del marito, viene poi identificata come volontaria e non come politica. Viene rinchiusa per alcuni mesi nel carcere annesso al Comando di Polizia di Sicurezza tedesco di Este dove “i tedeschi torturavano ininterrottamente i prigionieri, tanto che non ce la faceva più a sentire gridare continuamente, senza sapere nulla” dei figli e del marito, su cui pende una grossa taglia. Per farla parlare le dicono di aver catturato il marito perché uno dei partigiani lo ha tradito, ma lei risponde: “il mio Beppi non lo prenderete mai perché è più svelto e più furbo di tutti voi“.

Litvinov

Il 26 ottobre Assunta verrà deportata nel campo di lavoro di Brik in Cecoslovacchia, dove lavorerà nello stabilimento chimico di Litvinov. Dal campo il 12 dicembre 1944 riesce a inviare una cartolina, per cercare di rassicurare i familiari: “Carissimi Salute sempre buona e voi come state? Spero bene pure tutti voi. Spero avrete ricevuto almeno qualcuna delle mie cartoline o lettere. Non pensate a me ch’io sto benissimo. Lavoro leggero e al sicuro. Scrivete presto. Saluti e bacioni a tutti. Assunta”. Al ritorno racconterà di essersela cavata non troppo male e di non aver patito troppa fame anche perché la sua razione giornaliera comprendeva 5 sigarette che barattava in cambio di patate e che, quando durante i bombardamenti le sorveglianti scappavano, le prigioniere cecoslovacche distruggevano le attrezzature della fabbrica. Mentre moglie e figlia sono agli arresti e la sua casa viene perquisita, Giuseppe Doralice rimane bloccato presso il ponte delle Gradenighe proprio nelle ore in cui il suo paese subisce la feroce rappresaglia che colpisce anche direttamente la sua famiglia, anche se “la gente tardava a dirmelo”. Informato poi che i partigiani con gli ostaggi si stanno dirigendo verso il Veronese, nel bosco di Nichesola, sulla riva sinistra dell’Adige, nel primo pomeriggio del 26 luglio raggiunge i compagni “in Coraleto sifoni, sull’Adige”, dove viene a sapere dell’arresto di Clara e che è iniziata la trattativa per lo scambio degli ostaggi, mentre Lembcke ha lanciato l’ultimatum: Pisanò libero entro la mattina seguente o a fuoco l’intero paese.

Squadristi fascisti di una Brigata nera

Nonostante gli ultimi tentativi delle Brigate Nere per boicottare l’accordo, grazie alla mediazione di due monaci benedettini (Cornelio Biondi, cappellano della Brigata Nera, e Germano Lustrissimi, che conosce bene la zona e le persone), il 27 luglio a metà giornata vengono liberati i diciassette ostaggi di Montagnana e le due ragazze di Castelbaldo. Clara ed Enrica trovano un primo ricovero in canonica “da dove non potevamo muoverci perché i tedeschi facevano rastrellamenti continui, andavano in tutte le case, prendevano gli uomini, li caricavano nel camion e li portavano via. Poi quando siamo uscite, io sono andata a casa, ma dopo aver visto che c’era solo mia nonna, e segni di orgia, ho preso il mio fratellino e sono andata a dormire a casa della mia amica. Intanto un compagno di Badia mi ha consegnato alcune carte d’identità false e così la mattina dopo, mentre in paese stavano ancora sparando, ho preso la bicicletta e con il bambino [il fratellino Vittorio] ho corso lungo i filari, sotto l’argine li ho visti e il cuore mi è uscito dal petto: mio padre col cappello di paglia e il viso stanco, e Piero [Colturato] e Mario e Giacomo, Ezio, Enos e tutti, anche quelli che non ci sono più. Ho consegnato le carte d’identità false. Sono stati felici, ma li ho dovuti lasciare troppo presto. Mio padre mi ha chiesto senza parlare, ciò che il mio essere si rifiuta di accettare. Il mio tenero Vittorio, venti mesi, con la madre in carcere e il padre alla macchia ha solo me, sua sorella che non deve farsi più vedere se non vuole essere uccisa, eppure anche questo accetto perché solo questo ora posso fare”.

Antonio, l’altro fratello dodicenne, viene affidato al maestro Giacomo Rosa, amico di Giuseppe Doralice. Clara, Vittorio ed Enrica restano nascosti prima a Padova, presso i monaci di Santa Giustina, poi dalle suore del Sacro Cuore “che ci hanno accolto e dato da mangiare”, e una settimana nell’abitazione padovana dell’antifascista montagnanese Sebastiano Giacomelli dove “venivano a portarci da mangiare i frati”. Poi sono ospitati a Megliadino San Fidenzio nella casa di una famiglia di mezzadri dell’ingegnere socialista Giuseppe Carazzolo, dove spesso ricevono le visite di Ella Frison. Stanislao Carazzolo, noto antifascista di Montagnana e da tempo in contatto con il padre, accompagna Clara e Vittorio in auto a Vicenza e poi a Noventa Vicentina presso conventi di suore dove si trovano “assieme a delle ebree veneziane, ed ungheresi: agonia, e non posso scrivere perché la carta non può contenere la mia angoscia”. Infine sono ospiti di Ella Frison Pavan che “aveva tre figli e il marito prigioniero in Russia. Gestiva una piccola trattoria, ma non so come vivesse perché era molto generosa e ospitava tutti quelli che poteva, senza avere abbastanza risorse, per cui il marito quando è tornato non ha trovato più niente. Spesso i compagni partigiani facevano le riunioni da lei durante il coprifuoco. Quando dovevano uscire, lei faceva saltare i tappi e così mancava la corrente e non potevano esser visti […]. Io stavo sempre nascosta al piano di sopra. Mio fratello invece poteva andare giù insieme ai suoi figli, perché lei diceva che era suo nipote. Solo quando chiudeva la trattoria potevo andare un po’ giù anch’io e parlare con qualcuno. Per questo isolamento deperivo costantemente e soffrivo di forti dolori alla testa”.

La povertà. Quadro a olio di Thomas Beniamin Kennir

Per Clara è il “primo vero contatto con la classe contadina povera: miseria e fame, fame e miseria, lunga e lenta fame, da non riuscire più a riconoscere cosa essa sia, come l’abito che ti si incolla sul corpo quando è bagnato; ce l’hanno negli occhi cupidi di cibo, nel corpo scarno, nel linguaggio rassegnato, nell’ignoranza […] non posso che soffrire con loro. Ho visto mio padre in campagna a casa di Guarise e mi ha promesso che un giorno potrò tornare con loro”. Giuseppe Doralice, con i compagni di Castelbaldo, sta cercando di ricostituire una formazione nella zona di Begosso, con la quale in settembre partecipa ad alcune azioni di sabotaggio: “Vita da partigiani in squadra, con tende prese al magazzino idraulico di Maio”.

Ma il 6 agosto 1944 i nazifascisti, ancora alla ricerca del materiale bellico custodito dai partigiani di Castelbaldo, lanciano un nuovo proclama: la consegna di quel materiale entro cinque giorni o la distruzione dell’intero paese, tuttavia anche in questo caso, la mediazione del padre benedettino Germano Lustrissimi, che si reca personalmente nella sede della Polizia di Sicurezza Tedesca di Este, riesce a evitare una nuova strage. Un’ultima volta, il 16 ottobre, tedeschi e Brigate nere, effettuano un rastrellamento nella zona di Castelbaldo, sulla base delle rivelazioni di Mario Polato che, catturato, fa i nomi dei compagni e conduce i nazifascisti alla fattoria Guarise. Viene quindi arrestato Mario Guarise, Marione, a seguito del ritrovamento di armi ed esplosivi nella sua fattoria. Per questo, e per aver dato ospitalità ai “banditi”, viene fucilato da un plotone di esecuzione formato da italiani e poi impiccato per essere esposto davanti alla chiesa del paese. Le due figlie di Guarise, Maria e Teresa, vengono deportate in Germania, il figlio maschio bastonato a sangue e seviziato, infine viene incendiata la stalla. E per altri venti giorni proseguono le violenze, i furti e i saccheggi in tutto il paese.

Corrado Bonfantini, socialista, fu responsabile delle Brigate Matteotti

Giuseppe Doralice, sulla cui testa pende ancora la taglia di due milioni per la cattura “vivo o morto”, “dopo aver sciolto, come da ordine superiore, le nostre squadre armate per renderle ausiliarie, data l’impossibilità della loro esistenza nell’inverno, in campagna”, decide di lasciare la zona. Il 6 novembre 1944, con carta d’identità falsa, parte quindi per Milano per un primo tratto in macchina, aiutato dal benedettino padre Angelo Marincich, che lo protegge quando “a Vicenza la macchina fu fermata per il controllo delle persone. Il Doralice fu svelto a passare al Padre la pistola di cui era armato, altrimenti sarebbero stati guai poiché venne perquisito”. A Milano, entrato in contatto con il socialista Corrado Bonfantini, responsabile delle Brigate Matteotti, viene inquadrato nel battaglione 208^ attivo tra Saronno, la Valle Olona e l’area industriale a Nord di Milano, tenendo anche i collegamenti con le formazioni garibaldine della zona.

Nel febbraio 1945 Giuseppe Doralice va a prendere i figli a casa di Ella Frison e, acquistati due posti in un camion, li porta fino Sesto San Giovanni: “per fortuna era un camion che trasportava uova, così ho potuto rifocillarmi un po’”. Clara e Vittorio in città cambiano spesso rifugio: prima sono ospiti di amici del padre e poi per due mesi, fino alla Liberazione, a casa di una cugina di Giuseppe a Cesano Maderno, dove ha sede il Villaggio SNIA destinato ai lavoratori della fabbrica di Varedo, tra i quali molti operai e operaie provenienti dal Veneto. Clara (che forse è ospite della parente proprio nel villaggio di Varedo) ricorda “tanta fame fino a far annebbiare la vista e tanto dolore” conosce “una compagna operaia, una donna meravigliosa, Rina, instancabile e generosa. Non avevo mai visto come si vive da classe oppressa, in una grande, meravigliosa e terribile città come Milano. Eppure ci hanno ospitati e nutriti: non so cosa hanno potuto mangiare lei e il marito dopo aver sfamato noi. C’era la tessera su tutto, e a mercato nero comprava solo chi aveva soldi […]. Ogni tanto vedo mio padre, che è ispettore del C.L.N. per la Lombardia e comanda la piazza di Saronno”. La formazione di Doralice, poco prima della Liberazione, ferma una colonna di soldati tedeschi diretti verso Como e riesce a salvare tutto quello che stanno portando via “Tutti i giornali hanno parlato di questa impresa e del suo comandante, cioè di mio padre”, che per questa azione riceve in prestito una Mercedes tedesca ridipinta di rosso, con cui tornare a casa.

Ingresso dei partigiani a Milano (Archivio fotografico ANPI nazionale)

E “vennero i giorni della Liberazione in cui diressi il moto insurrezionale che ci diede nelle nostre mani senza colpo ferire Saronno e paesi limitrofi […] scrivemmo giornate di fulgida gloria partigiano-social-comunista. Organizzai subito dopo l’insurrezione immediata assistenza ai familiari dei caduti, feriti ed a tutti i volontari della libertà”. “25 aprile ’45: i partigiani hanno liberato tutto, fabbriche, officine e città. Qui a Milano è meraviglioso! […] Il ruolo che mio papà aveva avuto è stato riconosciuto da tutti! Uomini, donne, ragazze, bandiere lacere, divise stracciate, tutti, tutti fra ali di popolo esultante, fiori e lacrime, in mezzo a rovine recenti, siamo passati con Longo, Secchia, Moscatelli ed altri figli del popolo, conosciuti ed applauditi dal popolo”. All’inizio di maggio, Giuseppe Doralice con i tre figli parte per Castelbaldo a bordo della Mercedes rossa, dopo che gli operai della Snia Viscosa, prima della partenza, gli hanno affidato un camion pieno di tessuti da portare a Castelbaldo che verrà ricambiato con derrate alimentari, frutta e verdura inviate a Milano. I Doralice arrivano a Montagnana accolti da una processione di persone festanti, provenienti da tutti i paesi della Bassa padovana che li accompagnano fino a Castelbaldo, dove Giuseppe è nominato sindaco per acclamazione.

Clara e Vincenzo Morvillo nel 1946, sullo sfondo la sezione ANPI

Dopo la Liberazione, Clara deve occuparsi di una famiglia numerosa: il padre, i tre fratelli e la nonna che ha più di 70 anni. “All’inizio è stato difficile, perché mancava tutto […]. Quando mia mamma è tornata, era molto provata, per mesi aveva mangiato solo quello che trovava nei prati e negli orti. Intanto noi avevamo già recuperato il recuperabile delle cose che i tedeschi non ci avevano portato via e lei ha trovato perfino la camicia da notte sul cuscino. Perché io me la sentivo che lei stava per tornare. Erano giorni che ero inquieta, anche se nessuno mi dava retta”. Assunta torna molto provata solo nell’agosto del ’45, quando Vittorio, il figlio più piccolo, nemmeno la riconosce più: per lui la mamma è sempre Clara. Padre e figlia continuano il loro impegno politico anche nel dopoguerra. Giuseppe Doralice, sindaco di Castelbaldo dal 1946 al 1963, svolge la sua funzione cercando di realizzare, a livello di amministrazione comunale, i programmi di emancipazione sociale e civile delle classi subalterne, per i quali aveva sempre combattuto: “Mio padre organizzava gli scioperi alla rovescia, cioè consigliava chi era disoccupato di andare dove c’era tanto da fare per costruire o ricostruire opere pubbliche, strade, fognature, estensione della corrente elettrica, poi riusciva a trovare i soldi per pagare queste persone”. Con il piano urbanistico del 1961 avvia la costruzione di case popolari per i braccianti agricoli “per eliminare 105 tuguri”, un centro comunale polifunzionale con il nuovo Municipio, le scuole elementari, l’ambulatorio medico, un campo sportivo e istituisce corsi di studio serali.

Un’altra foto di Clara e Vincenzo

Anticipando pratiche di partecipazione democratica, che solo di recente si sono diffuse, convoca assemblee pubbliche per le Consulte popolari “per rendere tutti i cittadini responsabili dell’operato del Comune, per avere il conforto dei suggerimenti, delle critiche”. A fine mandato apre a tutta cittadinanza l’assemblea per “il consuntivo dell’Amministrazione comunale”. Clara sostiene le donne delle leghe nelle loro rivendicazioni per l’aumento del salario. “Mediavo fra i miei compaesani e i funzionari di partito, fra cui Rosetta Molinari e Enzo Morvillo, il mio futuro marito, che venivano dalla città per fare delle riunioni: non conoscevano l’ambiente e non sapevano come parlare alla gente. Poi ho contribuito con altri ex partigiani e staffette ad organizzare una bella colonia estiva per le bambine… Per avere il Patronato scolastico e per garantire che tutti i bambini avessero lo stesso corredo scolastico”.

Un manifesto dell’Udi del 1979

Clara è tra le fondatrici dell’Udi (Unione donne italiane) di Padova. “Non ho mai smesso di svolgere attività politica. Con le altre donne abbiamo fatto le lotte per il divorzio e l’aborto e altre campagne. Abbiamo anche aperto un consultorio autogestito. Nessuno pagava ma c’era una grande solidarietà, per cui ci sono state molte donazioni e non ci mancava nulla […]. Sia come membri del partito che come donne dell’UDI non ci limitavamo ad organizzare iniziative sociali, cercavamo anche di tenerci aggiornate, soprattutto attraverso la lettura dei giornali”. Clara frequenta il gruppo Rinascita a casa di Andrea Redetti, fratello dell’amica Rita: durante gli incontri si legge e si discute degli articoli della rivista, finché sono in corso i lavori della Assemblea Costituente, anche per raccogliere proposte da far arrivare all’Assemblea. Insieme a lei c’è Vincenzo Morvillo, compagno di studi di Andrea Redetti, che nel 1948 diventa suo marito e che, anche con il camice bianco, prosegue quanto ha iniziato da partigiano, diventando l’amatissimo “medico del popolo” che, nel suo ambulatorio di Pontevigodarzere, curerà sempre tutti, senza distinzioni. Come molti altri che avevano vissuto drammaticamente le vicende della guerra, anche Clara per diverso tempo non riesce a parlarne per ritrosia, perché avrebbe dovuto esprimere sentimenti di cui aveva avuto sempre molto pudore, ma ormai anziana ritiene “giusto che i giovani sappiano che altri giovani sacrificarono la loro giovinezza perché potessero vivere in un mondo più libero” e così accoglie l’invito di parlare della sua esperienza rivolgendosi ai ragazzi nelle scuole per insegnare ai giovani “a battersi per la libertà”, conservando quella fiera dignità che è solo delle persone libere, perché “siamo stati artefici di qualcosa di nuovo e bello e ci siamo sentiti grandi fra i grandi”.

Clara Doralice muore a Padova il 24 gennaio 2022, dieci anni dopo il marito. Irrealizzabile il suo desiderio di raggiungere i compagni nelle acque dell’Adige, riposa accanto al compagno della vita adulta.

 Bianca Tognolo, sezione ANPI “Amleto Rama” – Este (Padova) 


NOTE

Le parole in corsivo o tra virgolette sono tratte dalle testimonianze dei protagonisti, rilasciate e poi trascritte e pubblicate in diversi momenti nel dopoguerra:

  • Testimonianza di Clara Doralice pubblicata da Tiziano Merlin si trova in Materiali di Storia, Padova, CSEL, 1997;
  • Testimonianze di Clara Doralice e Vincenzo Morvillo, in Diego Pulliero, Andrea Redetti, CSEL, 1999;
  • Testimonianza di Clara Doralice, in Voci di partigiane venete, a cura di MARIA TERESA SEGA, Sommacampagna, Cierre, 2016;
  • Testimonianza di Giuseppe Doralice resa a Stanislao Carazzolo nel 1946, e pubblicata da Tiziano Merlin in Materiali di Storia, CSEL, Padova, dicembre 1997;
  • Testimonianza di Assunta Buccianti resa a Stanislao Carazzolo nel 1946 e pubblicata da Tiziano Merlin, in Materiali di Storia, CSEL, Padova, dicembre 1997.
    Per il resoconto dell’attività delle formazioni partigiane attive nella Bassa padovana e poi in quelle lombarde in cui fu attivo Giuseppe Doralice: – Arrigo Pesavento, dattiloscritto Brigata Paride – Corpo Volontari della Libertà di Montagnana, in UNPD – CASREC);
    Relazione del CLN di Castelbaldo pubblicata da Tiziano Merlin in Materiali di Storia, CSEL, Padova, dicembre 1997; Giuseppe Nigro, Fuori dall’officine. La Resistenza nel Saronnese, Biblion Edizioni, Milano, 2025.
  • Opere a stampa, che in parte contengono la trascrizione di documenti e testimonianze d’epoca:
    Giorgio Emilio Fantelli, La Resistenza dei cattolici nel Padovano, Padova, Cleup, 1965:
    Margaret Fraser, Tra la pentola e il parabello. Considerazioni sui rapporti tra privato e pubblico nella Resistenza attraverso le testimonianze di quaranta donne di sinistra, in Venetica, n. 3, 1994;
    Dolores Negrello, Donne venete dalla grande emigrazione alla Resistenza, Centro Studi Ettore Luccini, Padova, 2006;
    Gianni Pasqualin, Giuseppe Doralice sindaco di Castelbaldo (1946-1963), con una breve autobiografia di Doralice, in Terra d’Este, 2010.