
Sono stato sempre convinto che le storie, non tutte, ma quelle che vogliono essere raccontate, vagano attorno a noi alla ricerca, talvolta anche sgomitando, di un’occasione, di un’opportunità per farsi conoscere. Quella di Angela Di Giuseppe, la partigiana siciliana che nell’astigiano da staffetta trasportava bombe e cartucce sul corpicino del proprio bambino non ancora nato, sembrava destinata a restare nei ricordi del figlio Ferruccio e magari diventare leggenda all’interno della sola famiglia, da tramandare da padre in figlio.
C’era stato un primo tentativo attraverso Ferruccio, in cui Angela aveva provato a farla venir fuori, ma il caso, causa un mal funzionamento del sistema informatico, aveva fatto perdere senza la pur minima possibilità di recuperarle, le quasi duecento pagine già scritte, non senza difficoltà data la riluttanza al ricordo di una stagione della sua vita così densa di vicissitudini dolorose, di violenze, tradimenti e abbandoni, già pronte per essere rese pubbliche.

Tutto sembrava perduto, persino la speranza, ma il filo rosso che lega i destini degli uomini non aveva smesso di tessere la propria rete, così Angela e la sua storia, sempre tramite il figlio, che aveva scelto di essere dalla parte dei deboli con la militanza politica nell’ambito delle forze sociali di sinistra, durante un incontro politico e la conoscenza col nostro Ottavio Terranova, presidente dell’ANPI provinciale di Palermo, coglie l’occasione per ripresentarsi. Di certo il favorevole ambiente, la presenza del presidente dell’Associazione a cui la madre avrebbe avuto tutto il diritto di appartenere, senza tralasciare l’evidente immediato interesse del nostro Ottavio al solo accenno di una possibile scoperta di una staffetta partigiana palermitana, spinse Ferruccio a fare cenno di quanto aveva appreso dai ricordi rubati alla madre.

Quale migliore occasione per condividere quel suo segreto orgoglio che voleva da sempre gridare al mondo, aveva avuto una madre straordinaria e sebbene non ancora nato con lei aveva partecipato alla Resistenza; finalmente il grumo di emozioni che gli ribolliva dentro poteva manifestarsi, essere disvelato e liberarlo da quell’ossessione di “figlio di nessuno”. Il contesto affollato, il solito trambusto, la limitata possibilità di un dialogo più intimo, i sempre più continui flutti di lacrime e singhiozzi inghiottiti a fatica, permisero a Ferruccio solo un racconto per accenni che commosse lo stesso presidente, e comunque fece intuire la straordinarietà della vita di Angela Di Giuseppe; si lasciarono con la promessa di rivedersi per cercare e fissare i particolari, ma come spesso accade ai propositi non seguirono gli incontri promessi.
Ancora una volta la storia di Angela tentava di emergere ma l’oblio era sempre in agguato, pronta a riportarla nei soli ricordi, senza la possibilità di diventare memoria. Malgrado il presidente non mancasse occasione per ricordare quel giorno e quella partigiana, la cui vita aveva dentro tutte le contraddizioni di un periodo storico fatto di guerra, disgregazione, di lutti e distruzione, in cui le sopraffazioni, le violenze, la brama di potere piegavano il diritto alla libertà, i fondamenti del vivere civile e democratico con la stessa dignità di cittadini calpestata, con il possesso a guidare le azioni della marmaglia fascista specie nei confronti delle donne relegate a fattrici o ad amanti, la storia di Angela continuava a rimanere invisibile. Ma il tempo è galantuomo; occorreva qualcuno che le cercasse queste storie o che fosse nelle condizioni di intercettarle o ancora che certi accadimenti si allineassero perché il filo rosso potesse creare nuovi nodi nella sua rete.

Un compagno dell’ANPI che raccoglie, un po’ alla rinfusa, 1.900 piccole biografie di partigiani siciliani, un editore che non si convince a pubblicarle; il presidente ANPI che invece ritiene, data la unicità del lavoro, che comunque vada fatto e infine uno a cui piace scrivere che si prende la briga di sistemare il sistemabile; è proprio nelle pieghe dei questo lavoro di ricerca che, anche se con ritardo, si rifà viva Angela con la sua storia. Oltre a un sorprendente e impagabile lavoro di ricerca, che dava ancor più tangibile vigore alla verità di una straordinaria attiva partecipazione dei siciliani alla Resistenza, tra quei nomi, contrariamente al comune sentire, era nascosta un’altra più sorprendente verità: 55 partigiane siciliane regolarmente riconosciute che in varie regioni avevano partecipato alla lotta della Resistenza. Come prima cosa nel libro da pubblicare si sono evidenziati i rispettivi nomi con un elenco a parte, ma a seguire si è pensato e deciso di stampare un apposito opuscolo.

L’inaspettato successo e la successiva richiesta di altre copie hanno inevitabilmente portato a una nuova edizione con le caratteristiche di un vero e proprio libro, che però nel frattempo si è arricchito, in un primo momento di altri 10 nomi in attesa che irrompesse Angela Di Giuseppe – nome di battaglia Lina – ultima ma non ultima per la sua eccezionalità, ancora una volta attraverso il figlio Ferruccio Di Giuseppe. Chissà, forse in tutto quel tempo aveva solo atteso di trovarsi in compagnia. Dopo l’ulteriore sollecitazione del nostro presidente, la ricerca di un contatto quasi del tutto perso, l’incontro nella nostra sede, alla presenza di un nutrito gruppo della Segreteria, con Ferruccio visibilmente emozionato che ha permesso finalmente di conoscere bene e di apprezzare il coraggio di questa straordinaria donna.

Angela Di Giuseppe, nasce a Palermo l’8 marzo 1926. Non risulta alcun riconoscimento documentato sul suo ruolo nelle file della Resistenza, ma la sua storia va oltre il merito di poter essere annoverata tra quelle donne più che audaci che scelsero di schierarsi dalla parte giusta combattendo contro il nazifascismo per la libertà e la democrazia. Per lei, che aveva vissuto in un ambiente fascista, attorniata da gerarchi di più alti livelli, la scelta consapevole, lo sprezzo del pericolo hanno un valore diverso e più denso di significativi travagli interiori. Dalle parole di Ferruccio che a volte hanno avuto il sapore di una confessione, accompagnate da una naturale e profonda sincerità si evince una storia così vera da sembrare un romanzo, fatta di ingenuità e abusi in un ambiente dominato dalla marmaglia fascista ai più alti livelli, di cui per pudore e rispetto verso Angela e la sorella Rosa si vuole evitare di evidenziare i particolari; per questo ci limiteremo ai fatti più in superficie.

Angela. gemella di Vincenzo, è la seconda femmina, dopo Rosetta e prima di Iolanda, della famiglia di Francesco Di Giuseppe, brigadiere dell’Arma dei Carabinieri in servizio a Palermo che, rimasto vedovo, per motivi di servizio viene trasferito alla Legione Territoriale Carabinieri di Roma. Non è facile ipotizzare se per volontà o per il contesto in cui vive la famiglia, ma la giovane e bella Rosetta viene a contatto con esponenti di un certo livello della più bieca nomenclatura fascista e, conseguenza più che prevedibile, Rosetta, la cui bellezza viene più volte decantata dallo stesso Ferruccio, suscita le bramosie di un gerarca che ne approfitta e che, bontà sua o perché costretto, la sposa.
Marito che, dopo la cattura e la deportazione del suocero da parte dei nazisti, per una non certa ma probabile partecipazione all’arresto di Benito Mussolini, dato il suo essere in servizio il 25 luglio nella Caserma Podgora – luogo dove transitò il duce subito dopo l’arresto – e la successiva firma dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, sente l’aria cambiare e si trasferisce a Firenze insieme al figlio e a Rosetta che, come sempre porta con sé la sorella Angela, mentre il fratello Vincenzo e l’altra sorella Iolanda rimangono a Roma insieme alla matrigna già convivente.
A Firenze l’unione familiare inizia a manifestare i primi sintomi di una crisi a causa di una più che prevedibile crepa dettata dall’insistente corte di un amico di famiglia, anch’egli potente fascista, e dell’aggravarsi delle condizioni di menomazione del marito stesso; la conseguenza quasi scontata, con il continuo avanzare delle truppe di liberazione, fu l’abbandono di Firenze verso la più “protetta” Milano da parte dei due amanti, e con loro ancora una volta Angela al seguito. Dopo l’arresto di Mussolini e nel tentativo di riorganizzare il regime con l’istituzione della Repubblica di Salò, l’amante di Rosetta, forse anche spinto dal desiderio di liberarsi della presenza della cognata, propone o impone ad Angela di trasferirsi a Torino come centralinista in un centro di intercettazione per trascrivere messaggi e comunicazioni.

È proprio a Torino che Angela nel fiorir della sua bellezza e nella crescita come donna ha gli incontri che le avrebbero cambiato la vita; il primo con Ferruccio Zanni, anche lui fervente militante del partito fascista, che la illude seducendola e mettendola incinta, per poi abbandonarla e sparire facendo perdere del tutto le proprie tracce, e il secondo con Maria Novara, già partigiana attiva che l’aiuta restandole accanto in quello stato e finendo col coinvolgerla nell’attività di resistente clandestina.
Sarà proprio una sua intercettazione di un imminente rastrellamento di partigiani, di cui informa subito l’amica Maria Novara, che permette di sventare il pericolo, ma con la conseguenza di costringerla per sicurezza a lasciare Torino e con l’intervento di Maria, di trovare una più sicura sistemazione come inserviente in una osteria situata in riva al fiume Tanaro nelle vicinanze della città di Asti.

Ed è proprio in questo periodo che si manifesta tutto il coraggio e la determinazione di Angela. Affrontando a viso aperto e guardando in faccia i militari nei posti di blocco dei fascisti e dei tedeschi, sfruttando il suo evidente stato di gravidanza, simulandone talvolta le sofferenze, rischiando l’arresto e la vita, attraversa quasi giornalmente il ponte sul fiume, con messaggi segreti e trasportando bombe e cartucce nascoste sotto le vesti ben gonfie dal protuberante pancione.

Poi finalmente l’arrivo del 25 aprile 1945, la Liberazione e il ritorno alla vita normale, ma non per Angela che si ritrova madre di un figlio senza padre e a cui dà il proprio cognome. Anche in questi tristi momenti si ritrova l’amica Maria che l’aiuta a sistemare il figlio in un brefotrofio – Angela non si sente pronta ad affrontare il suo stato di ragazza madre – permettendole di fare ritorno a Roma e ricongiungersi con le sorelle e il fratello e ritrovarsi così nella famiglia ricomposta, che scoprirà presto senza la figura del padre, deportato nel campo di concentramento di Dinslaken dove maltrattato, torturato, aveva trovato la morte, passato per le armi per essersi ripetutamente rifiutato di collaborare con i tedeschi, spingendosi financo alla sfida e alla derisione.

Angela saprà più in là nel tempo e a seguito di testimonianze dirette le cause e le modalità della morte del padre e non è da escludere se in cuor suo non abbia pensato con orgoglio di essere figlia di cotanto padre. Ma il pensiero di Angela corre sempre al figlio nascosto lasciato ad Asti, anche se l’amica Maria non smette di aggiornarla sulla sua salute e sulla crescita come testimonia una bella foto. È facile immaginare la tormentosa quotidianità di questa giovane madre tra la normalità del vivere e il suo segreto di donna madre, o i tanti viaggi fatti, sognati o immaginati, nella capitale piemontese e poter stringere tra le braccia il suo bimbo. Ma come talvolta accade, la vita sa essere benigna e l’incontro e la relazione duratura con un noto legale della città natale le darà il coraggio di rivelare il suo segreto e ricongiungersi con l’amato Ferruccio. So bene che questa storia può apparire intrisa di stucchevole retorica e magari, come si suol dire, essere fine solo a sé stessa, ma io credo che dalle piccole storie scaturiscono e si evidenziano questioni che ancora oggi trovano motivi di riflessione e terreno di confronto politico e sociale anche aspro.
È proprio nell’evidente contrasto tra le due Angela che emergono il coraggio, lo spregio del pericolo, la sua determinazione e la sua consapevole scelta da che parte stare: quella che cresce all’interno di una famiglia in cui le leggi non scritte dell’etica e della fedeltà sono i paradigmi della buona educazione, che frequenta la scuola in un istituto di suore, che vive stretta tra la tradizione cattolica e il dilagante predominio della cultura fascista e pure vittima della ingannatrice seduzione del solito “esuberante” camerata fascista, e l’Angela invece che nei momenti più importanti e determinanti della sua giovane vita non si sottrae a scelte che recidono alla base i rapporti col suo passato e optano invece per i nuovi valori che la Resistenza attraverso l’amicizia con Maria Novara le fa intravedere.

Scelte libere e atti concreti che disvelano un coraggio e una forza caratteriale fuori dal comune, continuata ancora nel proseguo dell’intera vita, se è vero come è vero che sebbene sollecitata difficilmente voleva parlare di quel periodo senza mai esaltare i ripetuti momenti di autentico eroismo come nell’occasione di una possibile perquisizione, mentre ancora incinta è carica di bombe e cartucce, e come invece riesce a tenere la calma e fingendo un dolore alla schiena cattura l’attenzione di un graduato che l’aiuta a sedersi evitandole il palpeggiamento che le sarebbe stato di certo fatale. Quello che sappiano di Angela e della sua vita lo dobbiamo agli incontri con Ferruccio nei quali con commozione ha aperto i cassetti della sua memoria dove teneva ben conservate le immagini e le parole dei rari momenti in cui la madre e la zia si lasciavano prendere dalla nostalgia dei ricordi. Angela Di Giuseppe, Lina, muore a Palermo il 6 marzo 2013.
Non possiamo concludere questa biografia di Angela Di Giuseppe, La partigiana siciliana che trasportava le bombe sul corpicino del suo bimbo non ancora nato, senza ritornare a ringraziare il figlio per averci permesso di conoscerla e raccontarla. Grazie Ferruccio.
Vincenzo Muscarella, componente Segreteria ANPI Palermo
Pubblicato sabato 18 Luglio 2026
Stampato il 18/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/angela-di-giuseppe-la-partigiana-che-sfido-il-fascismo-con-un-bambino-in-grembo/







