(Imagoeconomica, Sara Minelli)

Le proposte di riforme istituzionali avanzate dal governo Meloni, incluso lo Stabilicum approvato alla Camera con 217 sì e 152 no e che ora approderà in Senato, ripropongono la questione del futuro della democrazia italiana. La posta in gioco non è soltanto una nuova legge elettorale, ma il modello stesso di democrazia delineato dalla Costituzione: una democrazia rappresentativa e parlamentare, fondata sulla sovranità popolare, sul pluralismo politico e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Occorre tuttavia chiedersi se lo Stabilicum costituisca una rottura improvvisa dell’assetto costituzionale, oppure il punto di approdo di un processo politico e istituzionale avviato da tempo, che ha progressivamente spostato il baricentro della democrazia dalla rappresentanza alla governabilità, incidendo sull’equilibrio tra Parlamento, Governo e poteri di garanzia.

Camera dei deputati, voto finale (Imagoeconomica, Sara Minelli)

Per rispondere a questa domanda non basta esaminare l’ultimo progetto di legge elettorale. Occorre invece ricostruire il percorso che ha condotto fin qui e verificare se le trasformazioni intervenute negli ultimi trent’anni siano rimaste coerenti con il modello di democrazia rappresentativa delineato dalla Costituzione, o ne abbiano progressivamente modificato l’impianto.

La sede della Corte costituzionale

Questo percorso conduce all’inizio degli anni Novanta, quando la crisi del sistema politico che aveva guidato la Repubblica dal secondo dopoguerra e il venir meno degli equilibri internazionali al termine della Guerra fredda aprirono nel nostro Paese una stagione di profonde trasformazioni. In quel contesto maturò la convinzione che la causa principale dell’instabilità italiana risiedesse nelle regole della rappresentanza e nella debolezza degli esecutivi. Da questa diagnosi discese una precisa scelta politica: la stabilità dei governi e la governabilità divennero progressivamente i criteri prevalenti ai quali furono ispirate le riforme istituzionali e le leggi elettorali.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

In poco più di trent’anni il sistema elettorale è stato modificato ripetutamente: dal Mattarellum del 1993 al Porcellum del 2005, dall’Italicum del 2015 al Rosatellum del 2017, fino allo Stabilicum, che rappresenta l’approdo più recente di questa traiettoria.

Una successione così ravvicinata di riforme rappresenta essa stessa un’anomalia rispetto alle principali democrazie occidentali e induce a interrogarsi non soltanto sulle singole leggi, ma sul criterio che ne ha ispirato la continua revisione. Non si tratta di riforme identiche, né sarebbe corretto attribuire loro la medesima valenza. Ciascuna nacque in un diverso contesto politico e rispose a esigenze specifiche. Considerate nel loro insieme, tuttavia, esse sembrano seguire una medesima direttrice: assicurare la stabilità dei governi attraverso un progressivo rafforzamento dell’esecutivo, una crescente personalizzazione della competizione politica e una semplificazione della rappresentanza. Per comprendere il significato di questo percorso è però necessario individuare il criterio con cui valutarlo. E questo criterio non può che essere la Costituzione.

(Imagoeconomica, Alessia Mastropietro)

La Costituzione non si limita a disciplinare l’impianto della Repubblica e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Essa delinea un preciso modello di democrazia, fondato sulla sovranità popolare, sulla rappresentanza politica, sul pluralismo e sul ruolo dei partiti quali corpi intermedi fra i cittadini e lo Stato nella determinazione della politica nazionale.

(Imagoeconomica, Carlo Lanutti)

In questa prospettiva, anche le leggi elettorali cessano di essere semplici strumenti tecnici destinati a favorire la formazione di maggioranze di governo. Danno infatti concreta attuazione a un modello di democrazia, incidendo sul rapporto tra cittadini, Parlamento e Governo. Nella nostra Repubblica parlamentare il Governo trae la propria legittimazione dal rapporto di fiducia con le Camere e per questo la legge elettorale non può essere valutata soltanto in base alla sua capacità di assicurare governi stabili, ma anche per la sua coerenza con il disegno costituzionale. A questo punto, alla luce della Costituzione, non si tratta più di chiedersi quale sistema elettorale sia preferibile in astratto, ma di verificare se il percorso riformatore degli ultimi trent’anni sia rimasto coerente con il modello di democrazia rappresentativa da essa delineato.

La storia della Repubblica induce a una prima considerazione. Le più importanti riforme di attuazione della Costituzione – dall’istituzione della Corte costituzionale e delle Regioni ordinarie allo Statuto dei lavoratori, dai decreti delegati sulla scuola alla riforma sanitaria e alla legge Basaglia – furono tutte approvate in una fase nella quale la stabilità degli esecutivi era assai inferiore a quella oggi ritenuta indispensabile.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

Ciò dimostra che la capacità di realizzare importanti riforme non dipende esclusivamente dalla durata dei governi, ma anche dalla qualità della rappresentanza politica, dalla forza dei partiti e dalla loro capacità di interpretare e organizzare la domanda sociale.

Silvio Berlusconi (Imagoeconomica, Carlo Carino)

La rilettura di quella stagione suggerisce inoltre una diversa interpretazione della crisi che esplose all’inizio degli anni Novanta. Essa appare infatti riconducibile non tanto alle regole della rappresentanza e alla debolezza degli esecutivi, quanto alla progressiva crisi dei partiti, alla loro perdita di rappresentatività, alla mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e all’indebolimento del rapporto tra cittadini, società e istituzioni.

(Imagoeconomica, Sara Minelli)

Se così è, anche il lungo ciclo di riforme che si apre nel 1993 può essere osservato da una prospettiva diversa. Più che intervenire sulle cause della crisi, esso sembra concentrarsi sui suoi effetti. Mentre rimanevano sostanzialmente irrisolti i problemi della partecipazione democratica, della vita interna dei partiti e della loro capacità di rappresentare la società, l’attenzione del legislatore si è progressivamente spostata sulle regole della competizione politica e sulla formazione di maggioranze sempre più stabili.

(Imagoeconomica)

In questo modo la governabilità ha cessato di essere uno strumento per la realizzazione dei programmi di governo, per diventare il fine prevalente dell’azione politica, al quale sono state subordinate la rappresentanza dei cittadini e, in seguito, lo stesso equilibrio tra i poteri dello Stato. È in questo quadro che si colloca la legge elettorale chiamata Stabilicum.

(Imagoeconomica, Giulia Palmigiani, dettaglio)

La domanda dalla quale siamo partiti trova così una risposta: lo Stabilicum appare non una rottura dell’assetto costituzionale, con il passaggio improvviso dalla Repubblica parlamentare al premierato, ma l’approdo coerente di un processo avviato oltre trent’anni fa, nel quale le riforme istituzionali e le leggi elettorali hanno progressivamente assunto come finalità principale la governabilità.

Composizione grafica da una foto di Imagoeconomica, Giuliano Del Gatto)

Alla luce delle considerazioni che precedono, come contributo personale in vista del dibattito congressuale, propongo che l’ANPI, con l’autorevolezza che le deriva dalla sua storia e dalla sua autonomia, si rivolga a tutte le forze politiche che riconoscono nella Costituzione il fondamento della Repubblica. Oltre a proposte puntuali per la sua attuazione in materia di diritti civili e sociali, i programmi delle coalizioni e dei partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche dovrebbero contenere un progetto di legge elettorale coerente con il modello di democrazia rappresentativa delineato dalla Carta e una legge di attuazione dell’articolo 49 che disciplini la vita interna dei partiti secondo il metodo democratico, come prescrive la Costituzione.

Ciò contribuirebbe a ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e politica e a favorire una più ampia partecipazione al voto e alla vita democratica.

Rosalba Bonacchi, presidente ANPI Comitato Provinciale di Pistoia