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Chiedono alle forze governative di mettere al centro la giustizia sociale nella lotta ai cambiamenti climatici: sono i ragazzi del movimento Fridays for Future, che si battono per riaffermare il ruolo pubblico nell’economia affinché “la transizione possa difendere l’ambiente e la salute”.

Le nuove generazioni erediteranno un pianeta in cui nell’ultimo anno sono state registrate le temperature più alte in assoluto, come attesta quanto sta avvenendo in Canada e negli Stati Uniti, dove si sfiorano i 50º C.

I giovani, sempre più attenti alla questione climatica, reclamano a gran voce l’impegno di ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 55 % entro il 2030, come previsto dall’Accordo di Parigi siglato anche dall’Italia, e di azzerarle entro il 2050, ma il rapporto Onu 2021 sul finanziamento dello sviluppo sostenibile sottolinea il fallimento delle politiche in questa direzione: “Le concentrazioni dei principali gas serra hanno continuato ad aumentare, mentre la temperatura media globale è stata di circa 1,2°C al di sopra dei livelli preindustriali, pericolosamente vicina al limite di 1,5°C stabilito dall’Accordo di Parigi”.

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Con l’emergenza sanitaria le agende politiche nazionali e internazionali hanno messo in secondo piano i problemi climatici, trascurando tuttavia quanto questa pandemia affondi le sue radici nelle scellerate azioni dell’uomo contro l’ambiente, come dimostrano numerosi studi condotti in tutto il mondo.

Michela Spina da Fridays for Future Italia.it

“La pandemia – afferma Michela Spina, portavoce di Fridays for Future Italia – avrebbe potuto essere l’occasione per ripensare il modo in cui viviamo ma non è andata così. In particolare – continua l’attivista – il Piano nazionale di ripresa e resilienza non consente l’avvio di nessuna rivoluzione verde. Per esempio vengono stanziati molti fondi per l’alta velocità, ma sappiamo che il 50% degli spostamenti avviene entro i 50 chilometri. Manca un approccio olistico alla questione ambientale: si devono prendere in considerazione più campi di azione, perché il clima abbraccia tutte le problematiche e tutti i temi, dall’agricoltura ai combustibili fossili, dalla situazione idrogeologica alla cementificazione”.

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Questo approccio di ecologia integrale è divenuto il paradigma capace di tenere insieme fenomeni e problemi ambientali (riscaldamento globale, inquinamento, esaurimento delle risorse, deforestazione) con diversi livelli sociali interdipendenti che normalmente non sono associati all’aspetto ecologico: ricchi e poveri, imprenditori e lavoratori, nuove e vecchie generazioni, aziende e consumatori, vivibilità e trasporti pubblici.

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Su questa base, le ragazze e i ragazzi del movimento ispirato dall’attivista svedese Greta Thunberg propongono, attraverso la campagna “Ritorno al futuro”, linee guida stilate con il contributo di scienziati ed economisti, i principi a cui credono debbano ispirarsi la ripartenza post covid e la transizione ecologica inglobando molteplici problematiche: ambiente e biodiversità, investimenti per il Sud, economia circolare, sistema bancario, occupazione, creazione di una democrazia delle risorse per il riconoscimento dell’energia come bene pubblico la cui “produzione e distribuzione deve essere diffusa e partecipata dai cittadini”, supportata da fonti rinnovabili necessarie “affinché si raggiunga l’indipendenza energetica nazionale”.

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“Da studenti e studentesse – si legge ancora nel documento – chiediamo un’istruzione che sia libera da interessi di privati e da paradigmi dannosi, per l’ambiente e per le persone. È necessaria una riforma della didattica che stimoli il pensiero critico e quello ecologico. L’educazione ambientale non può essere relegata a poche ore settimanali e la formazione agli insegnanti deve sfuggire al controllo di aziende inquinanti come Eni”. Infatti da diversi anni Eni, a seguito di un protocollo di intesa stipulato con i ministeri dell’Istruzione e delle Politiche sociali, propone iniziative e progetti regolarmente svolti all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, soprattutto nei territori nei quali l’attività e il profitto della multinazionale sono maggiormente intensi e impattanti: Basilicata, Puglia, Sicilia, Toscana. La società fondata da Enrico Mattei nel 1953 è inoltre oggetto di processi giudiziari in Italia e all’estero che la vedono imputata di disastro ambientale e corruzione internazionale.

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“Chiediamo piuttosto un maggiore coinvolgimento di esperti e scienziati nell’elaborazione della programmazione didattica – aggiungono gli attivisti di Fridays for Future Italia –. Chiediamo di interrompere qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca con aziende private estrattiviste che utilizzano i canali della formazione per legittimare il proprio modello di produzione. La creazione di una società nuova non può che iniziare dai luoghi della formazione”.

Mariangela Di Marco