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Nel continuo accavallarsi di notizie e dichiarazioni in questa campagna elettorale estiva, ha fatto sensazione più di altro un video dedicato al pubblico straniero in cui Giorgia Meloni punta a far chiarezza su una serie di temi.

Diffuso sui social, include un paio di dichiarazioni sul fascismo che qualcuno ha chiamato “abiure”, e che sono state al centro della polemica. In realtà non c’è niente di nuovo, ma l’uso di questi temi in questa specifica campagna mediatica ha preso un certo spazio. E come replica a un antifascismo meramente elettorale Meloni ha dato risposte della stessa specie.

Di queste “abiure”, insomma, non sappiamo che farcene. Non centrano il punto, anzi lo aggirano. Non sono “abiure”.

Dalla manifestazione contro fascismo e razzismo tenutasi a macerata nel febbraio 2018 (Imagoeconomica)

Giusto per parlare chiaro: il “consegnare il fascismo alla storia” non ne costituisce un giudizio, né tanto meno una condanna.

Quello che Meloni effettivamente condanna sono soltanto la dittatura e il razzismo di Stato, che ovviamente sono alcuni degli aspetti caratterizzanti del regime del ventennio, ma che da soli non lo definiscono. Il razzismo di Stato era presente anche nelle democrazie occidentali e di dittature ne esistono di ogni colore.

Ma non vogliamo allargare il campo d’azione, rimaniamo su dittatura e razzismo. Su quest’ultimo, di antidoti di facciata la destra radicale si è munita da tempo. Sono più di cinquant’anni che i circoli della Nuova Destra l’hanno rielaborato in differenzialismo, sostituendo la parola “razza” con la parola “cultura”, lasciando inalterate le pratiche di separazione e dando argomenti più presentabili ai sentimenti di discriminazione.

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In fin dei conti, nel definire “infami” le leggi razziali non si vede dove stia la novità, se perfino CasaPound ha fatto dichiarazioni del tutto analoghe già un decennio fa. E Giorgio Almirante, l’Almirante che le leggi razziali le aveva sostenute con vigore, anch’egli ripudiò il proprio razzismo e ben prima, nella seconda metà degli anni 60.

Sono parole che avrebbero potuto essere importanti, quelle della leader di Fratelli d’Italia, ma falliscono soprattutto per il contesto. Sono posizionamenti in funzione di altro, sono mosse cioè eminentemente politiche, che non coinvolgono la sfera morale. Si scansano gli ostacoli per arrivare al potere, anche con abilità, ma non con serietà.

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In questa sciatta riedizione del torbido principio del “non rinnegare, non ricostruire” che il vecchio Almirante usava internamente per tenere a sé i nostalgici del regime fascista e al contempo per mostrarsi affidabile all’esterno, alla fine ciò che resta è un senso di rapacità.

Rapacità per il potere, che si percepisce non essere mai stato così vicino. Brama per il ricongiungimento con quel comando delle istituzioni che l’area dell’estrema destra in Italia ha sempre visto come riscatto dalla sentina della storia, dove si era cacciata con le proprie mani più o meno un secolo fa. Anche il ripudio del razzismo di Almirante era dettato dalla necessità di un posizionamento politico internazionale in chiave filo-atlantista.

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E che questi, sia quelli di ieri che quelli di oggi, siano solo tatticismi opachi e non netti rivolgimenti morali lo si misura facilmente nel corpo del partito. Lo si misura egualmente fra i militanti semplici e la dirigenza di ogni ordine, con la nota e lunghissima sequenza di segni di nostalgismo del ventennio. Che il fascismo sia magari anche consegnato alla storia, ma non condannato, è palese nel fatto che anche i massimi esponenti di Fratelli d’Italia possono permettersi qualsiasi cosa, come ad esempio commemorare la marcia su Roma col simbolo del partito e poi vedersi promossi a presidenti di provincia e di regione. O magari continuare imperterriti a rappresentare l’Italia nel Parlamento europeo. Con il fascismo, neppure quello esibito e imbarazzante, nessuna cesura forte. Per qualche dirigente periferico scatta al più la momentanea sospensione.

 

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Infine anche la condanna della dittatura, come quella del razzismo, arriva fuori tempo. Nessuno si immagina una dittatura in Italia oggi, ma quello che si teme è un indebolimento della democrazia liberale, una deriva non astratta ma concretissima come quella vista in Ungheria. I legami forti ed esibiti fra Meloni e Orban, su questo sarebbe stata necessaria una abiura. L’abbraccio con i Repubblicani degli Stati Uniti, che avviene mentre quel partito è dominato da un uomo che lascia correre i propri seguaci all’assalto armato contro il Parlamento, questo avrebbe avuto bisogno di un segno forte di lontananza.

Gianfranco Fini (Imagoeconomica)

 

Le parole dei capi possono essere sospette, sono le determinazioni prese dalle collettività attraverso processi democratici a essere affidabili. E nel nostro caso non c’è stata alcuna riflessione collettiva in Fratelli d’Italia. Quando Gianfranco Fini tentò, seppure anche qui senza esentarsi da ambizioni di potere, è finita come è finita: con il protagonista di quella stagione che è divenuto il traditore della destra per eccellenza.

Magari ci sarà nel prossimo futuro un congresso, soprattutto se le elezioni prossime saranno molto favorevoli a Giorgia Meloni. Magari in quel congresso si affronterà pure una forma di condanna al fascismo, ma sarà una condanna al fenomeno storico, circoscritta agli eventi di un secolo fa. Sarà cioè più una condanna alla forma che alla sostanza.

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Non è il passato remoto che preoccupa, è il presente.

Perché è nel presente che i regimi antidemocratici vecchia maniera si saldano al post-liberalismo, perché sono fenomeni che nel presente conducono narrazioni vincenti e in espansione a livello globale, che si fanno spazio fra le crisi in rapida successione.

Perché la forma fascismo è stata un’incarnazione, archetipale e per un tempo vincente, ma temporanea, di qualcosa che attraversa la storia dell’uomo.

Una cosa è chiara: non sarà certo Fratelli d’Italia a proteggerci da quel qualcosa.