Durante i trekking “Urbafricani”, a Roma (© Collettivo Tezeta)Viale Libia, Somalia, Etiopia come via Assab, Cheren e Massaua del cosiddetto quartiere Africano – parte della più ampia zona Trieste di Roma – rimandano a un passato coloniale della storia italiana ancora oggi poco conosciuto e discusso dall’opinione pubblica. Lo sa bene il collettivo Tezeta – in tigrino “nostalgia, memoria, desiderio” – che attraverso il progetto “Harnet Streets, contro-mappe eritree” mette al centro memorie di donne e uomini eritrei appartenenti a diverse generazioni, giunti in Italia a partire dagli anni Settanta. Voci restituite alla cittadinanza attraverso i trekking Urbafricani con l’obiettivo di favorire la conoscenza e far riscoprire il legame tra Italia ed Eritrea. Il progetto è finanziato dalle Politiche giovanili della Regione Lazio ed è sostenuto da molte realtà, prima tra tutte l’Archivio Memorie Migranti.

Roma, via Asmara (© Collettivo Tezeta)

La toponomastica del quartiere Africano venne attribuita tra il 1920 e il 1937 con intenti meramente celebrativi da parte del regime fascista che, qui come in tutto il Paese, volle alimentare la macchina del consenso esaltando la politica espansionistica in Africa e proclamare la propria superiorità sulla vecchia Italia liberale di fine Ottocento da cui la colonizzazione prese le mosse. Lo stesso viale Eritrea, per esempio, venne inaugurato nel 1932 dal duce in persona.

Negli stessi anni la propaganda agì in modo incisivo anche nelle scuole e nelle università, introducendo il tema coloniale nella didattica e formando le prime classi dirigenti per la gestione d’oltremare con appositi corsi di studio. Nuove generazioni vennero così plasmate dalla presunta superiorità della razza bianca e dalla legittimazione della violenza, sopraffazione e repressione dei ribelli e della popolazione locali in nome di un “impero” portatore di libertà e civiltà laddove esistevano ancora le catene della schiavitù. L’occupazione avviata dallo Stato liberale anni addietro, si diceva, continuò nei territori delle odierne Eritrea, Somalia e Libia, e si aggiunsero l’Etiopia e l’Albania, per una superficie totale di 4 milioni di chilometri quadrati, più di dieci volte quella della sola Italia. Possedimenti che vennero mantenuti fino al 1943.

Trekking “Urbafricani” (© Collettivo Tezeta)

«I trekking Urbafricani sono percorsi che costruiamo utilizzando tracce audio fruibili attraverso qr-code e pannelli di contestualizzazione storica» spiega Giulia Zitelli Conti del collettivo. «L’idea è riempire i nomi di queste strade di nuove storie, racconti, significati – continua –. Percorrendo via Asmara, i testimoni ci raccontano le bellezze della “piccola Roma”: una città fiorita, il cinema, i dolci della pasticceria italiana. Ma anche ricordi decisamente amari legati alla segregazione, come i posti a sedere in autobus riservati ai bianchi, non poter attraversare il centro città senza scarpe».

Per “madamato” si designava prima in Eritrea e successivamente nelle altre colonie italiane, una relazione temporanea more uxorio tra un cittadino italiano (prevalentemente soldati, ma non solo) e una donna nativa delle terre colonizzate, chiamata appunto dispregiativamente “madama”

Il popolo eritreo, come tutti quelli colonizzati nel Corno d’Africa, fu inserito nel progetto coloniale come classe inferiore con funzioni subalterne e servili. Con il fascismo, la segregazione razziale da pratica divenne legge: nel 1933 si autorizzarono discriminazioni basate su caratteristiche fisiche e nel 1937 si impedirono le relazioni “fra cittadini italiani e sudditi” perseguendo penalmente i matrimoni misti e il madamato. Si trattò di una novità assoluta, visto che la propaganda si era da sempre servita di allusioni sessuali per rendere entusiasmante l’avventura imperiale. E ancora, nel 1939 si istituì il reato di “lesione del prestigio della razza” che, ben al di là dei rapporti sessuali, proibiva a un italiano di lavorare per un africano o di frequentare un locale riservato alla popolazione locale. Nel 1940, inoltre, venne negata la piena cittadinanza ai “meticci”, come venivano chiamati con disprezzo i figli di militari e avventurieri italiani di passaggio nelle colonie che lasciavano alle donne eritree, etiopi e somale, abbandonate generalmente appena rimaste incinte.

Balilla in Eritrea

Durante i percorsi Urbafricani si scoprono sfumature educative di chi ha vissuto quel tempo che resterebbero altresì ignote. «Incrociando il plesso scolastico di quartiere – illustra Giulia – i testimoni ci narrano le loro esperienze formative, magari presso le scuole italiane, con aneddoti sull’imparare che le stagioni sono quattro in un Paese che conosce solo quella secca e quella delle piogge». Vale la pena aggiungere che i governi italiani non permisero mai agli autoctoni delle colonie di frequentare oltre la quarta elementare: troppo rischioso creare una élite istruita che nel tempo avrebbe potuto alimentare un sentimento anti coloniale. L’unica prospettiva loro consentita era l’impiego come bassa manodopera.

Batha Hagos, martire della resistenza eritrea di fine 800

La toponomastica che attraversa il trekking snocciola “storie in controluce”, come vengono definite sul sito del collettivo. «In via Senafè si condensano racconti legati alla figura di Batha Hagos, eroe di Segeneity» aggiunge Zitelli Conti, ricordando uno dei leader della Resistenza eritrea, morto nel 1894 contro l’esercito italiano in difesa della propria terra. “Impossibile scolpire nella pietra i nomi di tutti i patrioti uccisi. Soltanto i libici sono centomila. Trecentomila gli etiopici” scriveva il partigiano e storico del colonialismo Angelo Del Boca.

Relitto di un gommone naufragato nel Mediterraneo (Imagoeconomica)

Via Sanafè rievoca altro ancora. «È una strada chiusa da una sbarra che ne regola l’accesso e che diventa stimolo per ascoltare storie di attraversamenti, viaggi, approdi – conclude l’attivista –. Molto spesso sofferti, storie così dure che qualcuno è riuscito a raccontarcele solo in tigrino».

(© Collettivo Tezeta)

Mentre nel Paese è tutt’altro che chiusa la lunga stagione delle amnesie, delle rimozioni e del revisionismo, braccandosi dietro il mito degli “italiani brava gente”, diversi, più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri, e perciò incapaci di atti crudeli, dimenticando le esecuzioni sommarie, le pene corporali, le persecuzioni, i massacri che la storiografia ha portato alla luce, il dramma eritreo non si è istinto con la fine del colonialismo. Basti pensare al naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (divenuta dal 2016 Giornata della Memoria e dell’Accoglienza) dove su 366 morti ufficiali, 360 erano eritrei fuggiti da una feroce dittatura dove la tortura è pratica ordinaria, dove gli “arcipelaghi gulag” sorgono esattamente dove un tempo erano posti i campi di concentramento del colonialismo italiano.

“Parlando in inglese con un profugo – raccontava il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande ne ‘La frontiera’ – mi sono accorto del ricorrere di alcune parole italiane come ‘ferro’, ‘otto’ o ‘Gesù Cristo’. Poi ho scoperto che si tratta dei nomi di alcune pratiche di tortura, rimaste lì dal tempo del colonialismo italiano! E ho capito come gli oppressi di ieri sono diventati i nuovi oppressori”.

Il trekking Urbafricano può essere un momento in cui prendere coscienza di quanto le ansie afrofobiche e islamofobiche di oggi rievochino alcune delle paure più profonde degli italiani, fomentate da una retorica molto simile a quella fascista e agitata dallo spauracchio dell’invasione e della sostituzione etnica.

Mariangela Di Marco