Bari, palazzo di giustizia. In aula ad attendere la sentenza Eleonora Forenza, parlamentare europea; Marco Milillo suo avvocato difensore; Sabino Scaringello, vicepresidente comitato provinciale ANPI Bari,, una delle parti civili (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

A Bari, in tribunale, quando il presidente del collegio Ambrogio Marrone deposita il dispositivo, è già mezzogiorno. Dentro l’aula, silenzio. Poi la lettura. Dodici condanne. Cinque imputati a un anno e sei mesi. Sette — quelli che il 21 settembre 2018, nel quartiere Libertà, hanno inseguito e picchiato i manifestanti antifascisti di ritorno dal corteo contro Salvini — a due anni e sei mesi. Per tutti, privazione dei diritti politici per cinque anni. Per tutti, risarcimento alle parti civili: le vittime Eleonora Forenza, Antonio Perillo, Giacomo Petrelli, Claudio Riccio. E poi Rifondazione Comunista, il Comune di Bari, la Regione Puglia. E l’ANPI.

Rosaria Lapedota, presidente comitato provinciale ANPI Bari (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Fuori, il vento di febbraio sbatte le bandiere. Ma non si sente più. Si sentono solo loro. I volontari attivisti dell’Anpi. Quelli che da otto anni, udienza dopo udienza, sono stati qui. Con il freddo, la pioggia, il sole che d’estate è cocente. Oggi si guardano, si stringono le mani, si abbracciano. Qualcuno piange.

Eleonora Forenza abbraccia Pasquale Martino, comitato provinciale ANPI Bari, (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

“Il dispositivo è quello che conta”, dice il procuratore Roberto Rossi. Le motivazioni saranno depositate tra novanta giorni, ma il cuore della sentenza è già scritto. Gli imputati sono colpevoli di aver violato gli articoli 1 e 5 della legge Scelba. Articolo 1: chiunque riorganizza il disciolto partito fascista è punito. Articolo 5: chiunque manifesta pubblicamente i caratteri propri di quel partito è punito.

Roberto Rossi, Procuratore della Repubblica, Tribunale Bari dopo la lettura della sentenza (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

È la prima volta in Italia che un tribunale applica l’articolo 1 a militanti di CasaPound. Non è più il gesto a finire sotto accusa. È l’organizzazione. È la struttura. È il tentativo, riconosciuto dai giudici, di ricostituire sotto altra forma quel partito che la Costituzione ha messo fuori legge. Tra i condannati Giuseppe Alberga, all’epoca coordinatore provinciale di CasaPound. La sede di via Eritrea venne sequestrata nel dicembre 2018. Non ha mai più riaperto.

Elenora Forenza e Rosaria Lopedote per immortalare un bel momento di giustizia e democrazia (Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

A Ragusa, era già successo qualcosa. Ma era diverso. Nel 2021, in via Sergio Ramelli alcuni militi di CasaPound avevano deposto una corona di fiori. Braccio teso. “Camerata Sergio Ramelli presente”. La chiamata ripetuta tre volte. L’Anpi aveva filmato e denunciato. Nel 2024, le Sezioni Unite penali della Cassazione hanno chiarito che il saluto romano collettivo in pubblico non è folclore, non è rievocazione storica: è “fisiologicamente” riconducibile al disciolto partito fascista. È reato. Il giudice di Ragusa, l’anno successivo aveva applicato la pronuncia della Suprema corte. Ma a Ragusa si giudicava e condannava un gesto. A Bari si è giudicato ciò che il gesto produce: organizzazione, struttura, coordinamento. Lì era l’articolo 5. Qui è l’articolo 1. Due sentenze. Uno spartiacque.

Il vicepresidente nazionale ANPI avv. Emilio Ricci

Spiega con soddisfazione il vicepresidente nazionale ANPI avv. Emilio Ricci: “Con la sentenza del tribunale di Bari vengono riconosciute le nostre ragioni e il valore della memoria antifascista sancita dalla Costituzione. La decisione rappresenta un segnale chiaro contro ogni forma di apologia e propaganda fascista e riafferma il principio che l’ordinamento repubblicano non è neutrale di fronte a tali condotte. In questo quadro assume particolare rilievo il recente intervento delle Sezioni Unite che ha ribadito l’effettività degli strumenti penali a tutela dei valori costituzionali, rafforzando un orientamento volto a contrastare organizzazioni e simboli che si richiamano al fascismo”.

(Imagoeconomica, Livio Anticoli)

Prosegue Ricci: “La legge Scelba e la legge Mancino costituiscono presidi fondamentali per impedire la riorganizzazione del disciolto partito fascista sotto qualsiasi forma e per prevenire fenomeni di odio e discriminazione. La costituzione di parte civile conferma l’impegno dell’Associazione nelle aule di giustizia, accanto alle istituzioni democratiche e alla società civile”. E conclude: “Bari dimostra oggi che la vigilanza antifascista è un dovere attuale e condiviso”.

La sede nazionale di CasaPound, in via Napoleone III a Roma (imagoeconomica, Livio Anticoli)

Dall’aula la notizia vola in Parlamento. E le opposizioni attaccano all’unisono. Da Avs al Pd al M5s, la richiesta è la stessa di quella che da tempo chiedono gli eredi dei partigiani: sciogliere CasaPound, sgomberare lo stabile di via Napoleone III a Roma, occupato dal 2003. La sentenza di Bari ha stabilito che l’organizzazione è illegale, fuori dalla Costituzione. Dopo una sentenza di primo grado, nel 1973 il ministro Taviani sciolse Ordine Nuovo per violazione della Scelba.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Fuori dal tribunale di Bari il vento continuava a sbatacchiare le bandiere. Ma loro sono restati lì a lungo a vivere insieme un momento tanto atteso. Gli attivisti dell’ANPI, con la presidente provinciale, e il suo predecessore, tante ragazze e tanti ragazzi che hanno vegliato per otto anni e non hanno mai smesso di presidiare la democrazia sotto quelle aule di giustizia. A ogni udienza. Bari ha scritto che quell’organizzazione è illegale. La strada è segnata. Le sentenze ci sono. Ora toccherebbe al governo. Perché la vigilanza antifascista, ha detto Ricci, non è una scelta.

La strada è segnata. E non si torna indietro. Ditelo a Piantedosi.