
Ci sono date nel calendario civile che non chiedono soltanto di essere commemorate, ma comprese. Il Giorno del Ricordo è una di queste. È una ricorrenza civile importante, che richiama innanzitutto al rispetto per le vittime delle foibe e per il dramma dei giuliano-dalmati, gli italiani costretti all’esodo dalle terre del confine orientale, dove avevano le loro radici storiche, culturali e familiari. Quel dolore va riconosciuto senza ambiguità. Allo stesso tempo, il Giorno del Ricordo richiama a una responsabilità storica più ampia: la necessità di collocare quegli eventi nel contesto in cui maturarono, cioè nel quadro delle guerre nei Balcani, delle occupazioni fasciste e naziste e della violenza diffusa che attraversò l’Europa nella prima metà del Novecento. Contestualizzare non significa relativizzare, ma comprendere storicamente. Quando la memoria viene separata dalla storia, rischia di diventare selettiva o strumentale. Per questo la ricerca storica, condotta con rigore e senza pregiudizi, è indispensabile affinché il ricordo non venga isolato dal contesto complessivo, né piegato a fini politici.
In occasione del Giorno del Ricordo, l’ANPI ritiene necessario richiamare l’attenzione su una pagina spesso trascurata del Novecento europeo: la complessa vicenda del confine orientale e, più in generale, la presenza del Regio Esercito e delle forze fasciste italiane nei Balcani. Una storia che per lungo tempo è stata semplificata o rimossa, nonostante sia parte integrante dei processi che portarono alle tragedie ricordate il 10 febbraio. Il Giorno del Ricordo ha un oggetto preciso, che va rispettato: le foibe e l’esodo giuliano-dalmata. Inserire questi eventi nel loro contesto storico non significa sminuirne la gravità o il dolore, ma sottrarli a letture parziali, restituendo loro un significato storico pieno e coerente. Per questo la memoria del Novecento, che l’ANPI ha il compito di custodire e promuovere, non può essere parziale. Non può isolare singoli episodi di violenza, né concentrarsi esclusivamente sulle vittime di una sola parte, perdendo di vista il quadro complessivo. Deve invece misurarsi con la complessità dei fatti e con l’intero contesto storico e geopolitico in cui essi si produssero.

Il metodo storiografico si fonda sull’analisi critica delle fonti: documenti d’archivio, relazioni ufficiali, testimonianze e stampa dell’epoca, italiane e dei Paesi balcanici. Solo questo approccio consente di ricostruire in modo fondato la storia delle terre del confine orientale e dell’occupazione dei Balcani da parte degli eserciti italiano e tedesco, troppo spesso affrontata in modo frammentario. Quelle occupazioni furono il risultato di aggressioni militari contro Stati sovrani, in violazione del diritto internazionale, e comportarono l’imposizione di apparati repressivi, il controllo dell’informazione e la soppressione del dissenso. La ricostruzione storica consente così di superare la narrazione autoassolutoria degli “italiani brava gente”, che non trova riscontro nella documentazione.

La storia restituisce, inoltre, un elemento essenziale: i territori occupati non furono soltanto teatro di violenze inaudite contro le popolazioni civili, ma anche luoghi di resistenza. Dopo il 1941, e ancor più dopo il 1943, si sviluppò una Resistenza jugoslava che si inserì pienamente nel movimento antifascista europeo. In un contesto in cui non mancano tentativi di riabilitazione del fascismo attraverso la minimizzazione dei suoi crimini e la delegittimazione dell’antifascismo, la conoscenza storica resta uno strumento decisivo. Essa mostra l’infondatezza dell’idea di un fascismo “minore” o “periferico” e richiama alla natura reale del regime.
Il fascismo va giudicato non per l’intensità della violenza, ma per il modo in cui esercitò il potere: dittatura, repressione sistematica, guerra, annullamento delle libertà e della sovranità altrui. Lo dimostrano le esperienze nei Balcani – dalla Grecia al Montenegro, dall’Albania alla Jugoslavia occupata – così come le politiche coloniali italiane in Libia e in Etiopia. Cambiano i contesti, ma non la sostanza del regime. Per questo l’antifascismo non è un’opzione ideologica, ma il fondamento storico e politico della democrazia italiana e della Costituzione repubblicana. Affrontare il Giorno del Ricordo significa dunque tenere insieme il rispetto per tutte le vittime e il rigore storico, senza semplificazioni né rimozioni.

Per l’ANPI non è solo un momento commemorativo, ma un’occasione di conoscenza e di impegno civile. Conoscere il passato non è un esercizio astratto: è una condizione necessaria per comprendere il presente e difendere la democrazia conquistata grazie alla Resistenza.
Rosalba Bonacchi, presidente Comitato provinciale ANPI Pistoia
Pubblicato martedì 10 Febbraio 2026
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