Reclus Malaguti “Benassi”, Commissario della IV Brigata Apuana, febbraio 1945 (foto tratta dal libro di Malaguti “Lo scontro di classe”)

Reclus Malaguti, nome di battaglia ”Benassi”, reggiano, arrivò in Alta Lunigiana – provincia di Apuania, oggi Massa e Carrara – il 5 novembre 1944, dopo aver valicato nel punto più alto l’Appennino tosco-emiliano, in direzione di Rigoso. Almo Bertolini “Oriol”, per tutti “il professore”, Comandante della IV Brigata Garibaldi Apuana, si era rivolto ai garibaldini di Reggio Emilia per chiedere un Commissario politico. Nella Brigata accorrevano molti giovani, ma difettavano uomini con esperienza politica e organizzativa.

“Benassi” arrivò a Camporaghena, un villaggio del Comune di Comano. Questo il suo racconto: “Abitato da pastori e boscaioli e completamente isolato dal mondo, mancandovi a quell’epoca qualsiasi strada carrozzabile, a oltre 900 metri di altezza sul fianco sud di un’erta montagna coperta di boschi di castagni, il villaggio mi parve uno di quei luoghi fiabeschi dei racconti che mi venivano fatti nell’infanzia. Esso era interamente composto di bassi abituri di pietra, collegati da strette viuzze pavimentate alla meglio con grossi sassi, alquanto sconnessi. Di notte l’assoluto silenzio dei luoghi poteva essere rotto soltanto dal belato delle pecore e dal latrato di un cane. Era un mondo rarefatto e misterioso” [1].

Panorama di La Spezia

Fu difficile, per un comunista dogmatico proveniente da una terra “rossa”, comprendere una realtà così diversa. Come lo fu per i partigiani comunisti della vicina città operaia della Spezia. Eppure l’incontro-scontro tra comunisti e contadini, pastori e boscaioli, vissuto in un contesto di arretratezza politica, diede vita nel comanese a sperimentazioni democratiche molto avanzate. L’arretratezza era anche economica e sociale. La superficie era coperta in gran parte da boschi, soprattutto castagneti, in parte minore risultava a pascolo e ancora minore a seminato. Ogni famiglia possedeva un piccolo palmo di terra, con sistemi di coltivazione arretrati: era un’agricoltura frammentata e antiquata, in cui mancavano le figure del contadino-mezzadro, come in Toscana, e del contadino bracciante, come in Emilia, l’uno e l’altro ceti non proprietari e quindi inquadrabili in uno schema di contrapposizione di classe. L’attaccamento, sentito o formale, alla religione era molto diffuso, e portava a posizioni politiche spesso conservatrici. Anche se le popolazioni non negarono quasi mai la solidarietà umana.

Torsana

Due ex prigionieri inglesi dell’esercito indiano, Robert Williams e Terry Philipsz, dopo l’8 settembre 1943 furono accolti dapprima nell’area tra Bardi e la Val Taro e poi, dal gennaio 1944, a Torsana, altro villaggio del comanese. Nel suo diario Williams riconobbe l’ospitalità e la generosità dei contadini, anche se non mancò di commentare con disprezzo coloniale il loro stile di vita: “Nell’aspetto, nei costumi e nelle maniere queste persone somigliano incredibilmente a dei negri: usano ferri da stiro come quelli dei dhobi, attrezzi di carpentiere come quelli dei negri, sputano ovunque, cantano un tipo di canzoni simile, discutono continuamente di soldi o di pettegolezzi sociali, ecc. ecc.” [2]. Williams osservò che nei giovani “l’indottrinamento subito ad opera del regime fascista si mescolava in modo inestricabile con i nuovi atteggiamenti politici” [3]. I partigiani, annotò, “arrivavano da La Spezia in bicicletta” [4].

Giuseppe Zigaina, bozzetto per il ciclo Biciclette. Il quadro è nella sede dell’Anpi nazionale

Il ruolo del PCI e del CLN della Spezia fu decisivo per lo sviluppo della Resistenza in Alta Lunigiana. Gli spezzini, che già operavano con le loro prime piccole bande in Bassa Lunigiana sulle due rive del Magra, avevano interesse a creare un movimento più a nord, in montagna, che potesse operare lungo le strade statali del Cerreto e della Cisa e la ferrovia Pontremolese, infrastrutture strategiche per i tedeschi.

La IV Brigata Garibaldi Apuana

Per ciò che riguarda la strada del Cerreto, “nei primissimi giorni del gennaio ’44 in una riunione clandestina tenuta in un albergo di Fivizzano (albergo La Posta) fu organizzata la prima banda della Lunigiana: all’inizio 12 uomini, poi subito saliti a 20, la cui sede fu stabilita a Sassalbo, che come prima azione attacca e disarma il posto di blocco del valico del Cerreto. Questo primo nucleo era alle dipendenze del Comando militare di La Spezia” [5]. Il nucleo di Sassalbo fu quello originario della IV Brigata Garibaldi Apuana, che nacque nel novembre 1944 e nella sua prima fase ebbe – come abbiamo visto – “Oriol” Comandante e subito dopo “Benassi” Commissario. All’inizio del 1944, a Sassalbo, il Comandante era stato Renzo Ferrari “Diavolo Nero” – spezzino inviato da Renato Jacopini, rappresentante del PCI nel Sottocomitato militare del CLN della Spezia – che fu ucciso da altri partigiani alla fine dell’aprile di quell’anno. Bertolini fece parte della banda, con un ruolo decisivo, fin da subito. La prima azione, il disarmo del presidio fascista del passo del Cerreto, fu compiuta il 17 marzo 1944.

Gli altri gruppi che comporranno la Brigata erano quelli, fivizzanesi, di Gino Conti “Giove” e di Bruno Chinca “Eros”, all’inizio uniti, poi divisi. I due erano di tendenza democristiana, Conti approdò poi a posizioni socialiste. Entrambi i gruppi non dimenticarono mai la loro origine autonoma.

A Comano la vita scorreva più tranquilla rispetto a Sassalbo, lungo la statale del Cerreto, perché il passo del Lagastrello era ancora chiuso: la zona era quindi più appartata. I giovani comanesi renitenti alla leva erano organizzati dal medico condotto Marco Antoniotti “Astor”, originario di Giovagallo di Tresana, nella Bassa Lunigiana, “sostanzialmente un liberaldemocratico che le circostanze e gli avvenimenti indussero ad accettare, in qualche momento, indirizzi diversi e ad assumere responsabilità forse non del tutto condivise” [6].

Queste forze superarono prove terribili: dal rastrellamento di Mommio del maggio 1944 a quello che colpì l’intera Lunigiana nel luglio 1944. Da quel luglio i tedeschi occuparono Comano. Antoniotti trattò con i tedeschi e riuscì a restaurare nella valle un sistema di vita abbastanza tranquillo: “convivevano così stranamente in una precaria situazione, non di pace non di guerra, partigiani, fascisti, tedeschi, sfollati, ospitati presso alcune famiglie” [7].

Gruppo di partigiani in Alta Lunigiana nella primavera 1944 (Archivio fotografico Anpi nazionale)

A settembre, dopo la liberazione di Firenze, la situazione cambiò ancora: i partigiani speravano che l’avanzata alleata proseguisse. Ma a novembre fu del tutto chiaro che così non sarebbe stato. Si stabilizzò, proprio al confine della Lunigiana, la Linea Gotica. Cominciò un inverno di immensi sacrifici per i partigiani e per l’intera popolazione civile. La Lunigiana dovette sopportare il peso dell’approvvigionamento della popolazione di due intere province, quella di Apuania e quella della Spezia, e dei partigiani. Le difficoltà alimentari divennero enormi.

Sassalbo, Fivizzano (MS)

A novembre i vari gruppi compresero la necessità dell’unità: nacque la IV Brigata Apuana, una “compagine composita” [8], in cui convivevano non solo i citati gruppi estranei a Comano e il gruppo comanese di Antoniotti, ma anche posizioni politiche diverse e soprattutto concezioni radicalmente diverse della lotta stessa.

“Nel gruppo Antoniotti, pur ormai divenuto formazione militare, continuava a permanere la volontà di evitare ogni atto di sabotaggio, di prelievo, di guerriglia entro il territorio comunale e nelle terre limitrofe al fine di salvaguardare l’incolumità delle popolazioni ed evitare ogni rappresaglia, con l’esclusione, sino agli ultimissimi giorni del conflitto, di ogni azione dei comanesi anche in luoghi non lontani; in sostanza essi tendevano a rinviare a tempi più promettenti e meno pericolosi l’entrata in azione. Le componenti garibaldine, e anche quelle non garibaldine di ‘Giove’, concepivano invece la lotta per bande in senso attivo” [9]. Questa divergenza si stempererà sempre più nella fase finale della lotta, ma agì anche quando Comano divenne Zona libera. L’ultimo rastrellamento, quello del dicembre 1944, non impedì ai partigiani di ricomparire quasi subito, dopo lo sganciamento: l’abbandono della zona da parte dei tedeschi consentì la costituzione della “mini repubblica di Comano”.

L’elezione diretta del sindaco di Comano

Il Podestà del Comune Ulisse Torri – sfollato a Comano, nominato il 31 agosto 1943 – aveva abbandonato l’incarico ed era fuggito il 21 novembre 1944. Le continue azioni partigiane avevano costretto i fascisti alla fuga: la RSI, a Comano, non esisteva più. Il 20 novembre era subentrato il Sottocomitato di Liberazione Nazionale, presieduto da Enrico Asti “Rico”, comunista della Spezia ma comanese di origine, e composto da tre comanesi, un democristiano, un repubblicano e un apolitico. Il Prefetto affidò al segretario comunale Roberto Grillo l’incarico di Podestà facente funzioni: era lui che firmava gli atti, garantendo in qualche modo la mediazione tra la Prefettura, che aveva sede a Pontremoli, e il SCLN. Anche nella vicina Licciana Nardi, negli stessi giorni, venne costituito il SCLN, presieduto pure in questo caso da un comunista spezzino sfollato, il pittore Navarrino Navarrini. Ma l’organismo non assunse i poteri e non sostituì il Podestà Francesco Pino, nemmeno quando fu giustiziato dai partigiani della IV Brigata Apuana il 29 novembre 1944.

Nel febbraio 1945 il CLN di Apuania e il PCI decisero di chiamare Bertolini a Carrara, come Commissario politico della costituenda Divisione Apuana. Al suo posto fu nominato Comandante della IV Apuana Olindo Zaghet “Carmelo” [10], che ha così raccontato questa fase, e la sua conclusione con l’elezione popolare del Sindaco di Comano, il 25 febbraio 1945: “Dopo la fuga del Podestà di Comano Ulisse Torri, al Comune erano rimasti soltanto tre impiegati. Fu per questo motivo che si rese necessario indire le elezioni, onde affidare a un organo amministrativo regolarmente eletto il compito degli uffici comunali, che gravava in quel modo e di fatto sul comando partigiano. Lo scopo tra l’altro era quello che la popolazione imparasse ad autogovernarsi e che si recasse al Comune per le sue necessità di carattere civile e burocratico e non si rivolgesse al comando partigiano, in quanto il comando partigiano stava assumendo un compito abbastanza grave ed importante come quello della guerriglia, della sorveglianza dei prigionieri e di protezione della popolazione stessa. Presi accordi sulla modalità delle elezioni e sulla preparazione della consultazione popolare sia per la parte strumentale e organizzativa che per la parte politica con un avvocato del luogo e con il segretario comunale. Si svolsero vari dibattiti nel paese a cui presero parte per la prima volta i partiti politici della Resistenza per poter orientare la popolazione e così, precedendo i tempi, fu esteso il voto per la prima volta in Italia (a Comano) anche alle donne. La consultazione si tenne il 25/2/45 e si svolse nell’edificio comunale nel massimo ordine. Il voto segreto fu messo nelle urne e poi alla sera del 25/2, espletate tutte le formalità di rito, venne fatto lo spoglio delle schede (per schede si era usato il retro delle carte annonarie). Dal risultato dello spoglio il dr. Marco Antoniotti venne eletto sindaco a grande maggioranza” [11].

Partigiani che osservano i bombardamenti sulla Linea Gotica (Archivio fotografico ANPI nazionale)
Il municipio di Comano, dove si tennero le elezioni (foto di Turi Morì)

Il SCLN di Comano, a firma “Rico”, scrisse al Comitato di Apuania il 9 aprile 1945: “Questo S. C. rende noto che fin dal 25 febbraio circa in questo Comune funziona regolarmente l’Amministrazione Comunale eletta secondo i principi democratici, e cioè per elezione diretta e segreta. Fra i consiglieri è già stata formata una commissione per l’alimentazione” [12]. L’Amministrazione, quindi, operò, anche se non tutto fu perfetto: in quanto medico condotto del Comune, Antoniotti non avrebbe potuto essere eletto; inoltre non fu nominata la Giunta. Di fatto Antoniotti non fece il Sindaco, ma il medico condotto e il Comandante partigiano. La maggior parte dei documenti porta la firma del segretario comunale Roberto Grillo. Fu comunque eletto un vice sindaco, Carlo Coppelli, che dopo la Liberazione, il 9 maggio, fu nominato da Antoniotti suo delegato.

Non si trattò della prima volta che le donne votarono, come scritto da “Carmelo”, ma senz’altro di una delle prime volte: le donne avevano già votato nella Repubblica dell’Ossola e, in quanto capi famiglia, nella Repubblica della Carnia. A Comano, tra i 18 eletti, non c’era nessuna donna.Ma l’elezione del 25 febbraio 1945 resta, in ogni caso, uno straordinario esempio di “partecipazione attiva del popolo” [13] dopo il ventennio dell’obbedienza e dell’apatia.

La scuola partigiana

Crespiano, panorama

Un altro esperimento di notevolissimo interesse fu l’apertura di una scuola partigiana, istituita nel dicembre 1944 a Crespiano, villaggio del comanese, per le esigenze dei partigiani studenti e dei giovani sfollati. Una scuola media sia inferiore che superiore, con i vari indirizzi – classico, scientifico, magistrale e tecnico – intitolata a Ubaldo Cheirasco, partigiano studente universitario, catturato sul Monte Barca e fucilato a Valmozzola il 17 marzo 1944, dopo avere salvato la vita al giovane Mario Galeazzi di Comano [14]. Ubaldo era stato allievo, al Liceo Classico Costa della Spezia, di Italo Malco, sfollato in quella zona e Presidente del CLN dell’Alta Lunigiana [15], che fu chiamato a dirigere la scuola per la sua competenza ed esperienza.

La scuola ebbe il riconoscimento giuridico del SCLN di Comano, che approvò gli statuti e gli scopi istituzionali dell’istituto e ne autorizzò il funzionamento, e quello “politico” del Comando della IV Brigata. Con Malco c’erano il maestro Remiglio Lucini e lo studente Edoardo Savino Maloni – gli ideatori – la studentessa Maria Antonietta Ferrari, le insegnanti Carolina Maloni e Noemi Ricci Bennati e l’insegnante Iginio Ricci. Riemerge in questa esperienza un protagonismo delle donne, che ritroviamo anche nelle staffette e nelle contadine ospitali e generose (non, nella IV Brigata, nelle partigiane in armi).

Gruppo di partigiani della IV Brigata Garibaldi (Archivio fotografico Anpi nazionale)

Alla fine gli allievi furono circa 70, con tre sezioni in diversi paesi e villaggi: Comano, Crespiano, Montale. Così, il 15 gennaio 1945, Italo Malco relazionava sugli scopi della scuola:“Già prima della fine di dicembre la scuola cominciava a funzionare, superando le logiche difficoltà di organizzazione. L’affluenza degli iscritti alla scuola aumentava di giorno in giorno. L’istituto si è dotato di una seconda sezione e sono entrati a far parte del corpo insegnante altri professori. La scuola […] tiene presente la situazione scolastica nell’Italia e per conseguenza nello svolgimento dei programmi non tiene conto della così detta carta della scuola e riforma Bottai, ma si riporta a quelli che erano i programmi anteriori. Risulta poi abolito l’insegnamento della cultura fascista, del diritto e dell’economia corporativa ed ogni insegnamento è stato riportato alla sua funzione storica e scientifica, spogliandolo di ogni sovrastruttura tendenziosa, soprattutto per quanto riguarda la storia politica. […] Le difficoltà organizzative erano molte e gravi, ma sono state tutte risolte nel miglior modo possibile. […] Amministrativamente la scuola vive delle quote pagate dagli alunni, ma il Consiglio dei Professori, in pieno accordo con il Comando della IV Brigata Apuana, ha stabilito subito all’inizio del suo lavoro di venire incontro ai sacrifici di quelle famiglie, che per condizioni economiche e per particolari condizioni di guerra, non fossero in grado di pagare l’intera quota o parte di essa. Le quote stabilite sono relativamente miti. Per i primi due mesi il Comando della IV Brigata è venuto incontro ai bisogni della scuola con un sussidio che si spera sarà mantenuto. […] La scuola, per venire incontro agli alunni, che non possono in questo momento disporre di tutti i libri di testo, ha organizzato una pubblicazione di dispense compilate dai diversi professori. […] Questi in rapida sintesi gli scopi della nostra scuola che, sorta in zona partigiana e perciò libera dai vincoli e dalle pastoie di un fascismo reazionario, vuole, già prima della liberazione da parte degli Alleati, realizzare con povertà di mezzi, ma con onestà e purità di intenti, quei presupposti a cui deve improntarsi la ricostruzione della vera scuola italiana e confida quindi che questo lavoro abbia domani l’approvazione del governo dell’Italia libera” [16].

Colpiscono il richiamo “ai programmi anteriori” al fascismo e il ripudio del nazionalismo, e il contrasto alla “scuola di classe”, come poi si dirà: alcune famiglie pagavano come potevano, anche in natura. La scuola Cheirasco collaborò con l’Istituto Scolastico Apuano di Licciana Nardi, che funzionava già da due anni ed era diretto dal professor Giuseppe Formentini, anch’egli sfollato dalla Spezia, come i professori Romolo, il fratello, e Ubaldo, il padre. I Formentini presero contatto con Malco nel febbraio 1945, e poi con il CLN dell’Alta Lunigiana e con il SCLN di Licciana Nardi [17].

Le lacerazioni

Tra dicembre 1944 e gennaio 1945 la Resistenza nel comanese conobbe grandi lacerazioni. Il più importante storico della Resistenza lunigianese, Giulivo Ricci – che di quel periodo fu anche giovane testimone diretto, perché viveva sul posto in mezzo alle popolazioni, alle quali apparteneva dalla nascita – ha scritto pagine su cui riflettere: “[…] il Comando di Brigata – rimasto ininterrottamente nelle mani dei garibaldini, cui l’Antoniotti assicurò fedeltà e lealtà per il conseguimento di comuni ideali, nelle forme di compromesso accettato da ambo le parti – sotto le direttive di Renato Jacopini e, soprattutto, del Commissario politico reggiano Reclus Malaguti, in un’interpretazione letterale e pedissequa di norme emanate dal Comando di Divisione, instaurò nel territorio un metodo di conduzione e di lavoro che, giusto in astratto, contrastava con la mentalità, i sentimenti, le tradizioni della popolazione e dei partigiani comanesi e, in qualche particolare e in taluni momenti, con la gestione equilibrata e corretta di una formazione partigiana.

Particolarmente pieno di difficoltà si rivelò il periodo tra il dicembre e il gennaio, quando il Comando di Brigata, su proposta del Commissario ‘Benassi’ e consenziente, almeno in un primo momento, Jacopini, Ispettore della Divisione Lunense e massimo esponente comunista appartenente alla medesima, applicò con rigidità certe norme riguardanti l’ammasso di prodotti e di generi alimentari, già odiato dai contadini e dai pastori nel tempo in cui veniva imposto dai fascisti, e soprattutto quando, con uno spirito che parve implacabile, condusse un’epurazione conclusasi con la morte di molti degli arrestati fondando spesso il giudizio sulle accuse di pochi invece che su una disamina di testimonianze sulla colpevolezza degli imputati, probabilmente non sottoposti a veri, seppur sommari processi, dei quali in effetti nessun verbale è mai stato rintracciato” [18].

Ciò comportò “una specie di resistenza passiva della popolazione”, in un periodo che “alcuni studenti universitari, inseriti nel movimento patriottico, definirono con qualche esagerazione, del ‘gran terrore’”: “[…] soprattutto l’epurazione aperse la strada ad un distacco tra i vertici della Brigata, la popolazione e gruppi ‘indigeni’ di partigiani, particolarmente con l’uccisione di don Sante Fontana, parroco di Comano, che provocò una quasi unanime esecrazione per la fragilità delle accuse. Lo si accusò di essere o di essere stato un fascista: ma se una simile accusa, ammesso avesse avuto un fondamento, comportava la morte, milioni d’italiani dovevano subire la stessa sorte. Lo si accusò di collaborazione con i nazifascisti, ma prove di quest’accusa mai vennero prodotte né allora né poi, salva quella della lettura dall’altare dei bandi di chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana. Anche questo, però, si configurava come un ‘atto dovuto’ che migliaia di parroci compirono” [19].

I “settari”

Ma chi erano i protagonisti, dalla parte del Comando di Brigata? Erano tutti dirigenti del PCI da lunga data. Almo Bertolini, classe 1905, arrestato nel 1934 e liberato in seguito ad amnistia, era stato nuovamente incarcerato nel 1937 e condannato a 18 anni di reclusione, fino alla liberazione nell’agosto 1943. Fu sostituito come Comandante nel febbraio 1945, forse anche a causa di una “rivolta di base” tra i suoi partigiani [20]. Al suo posto arrivò Olinto Zaghet “Carmelo”, classe 1908. Combattente nelle Brigate Internazionali in Spagna, era stato tre anni in campo di concentramento in Francia, poi al confino fino all’agosto 1943. Partigiano in Apuania, aveva comandato la formazione garibaldina “Cartolari”. Appena nominato, fu contestato per i suoi metodi dai partigiani[21], che avrebbero voluto eleggere democraticamente il Comandante e scegliere Fausto Bocchi “Gianni”, giovane spezzino (classe 1920) che era già stato Commissario di una formazione lunigianese, la III Brigata “La Spezia”, e verrà poi eletto Comandante della IV Apuana il 23 marzo.

Reclus Malaguti “Benassi”, Casellario Politico Centrale (foto Giorgio Pagano)

Reclus Malaguti, nato nel 1907, era stato più volte arrestato e aveva trascorso otto anni tra carcere e confino. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi organizzatori della lotta partigiana a Reggio Emilia. Arrivò a Comano perché il Comando Unico reggiano, in cui i comunisti erano prevalenti, lo aveva ritenuto di ostacolo alla collaborazione tra tutte le forze antifasciste, dopo le divergenze intervenute tra la sua Brigata e le Fiamme Verdi cattoliche. “Benassi” aveva fatto giustiziare tre spie che indagini successive avevano rivelato essere semplici agenti dell’annonaria.

Faceva parte del gruppo di comando, infine, Renato Jacopini, “Marcello Moroni”, classe 1909, comunista dal 1936, mai arrestato. Dopo essersi impegnato a dar vita alla Resistenza sia alla Spezia che in Lunigiana, si era dedicato alla costituzione della I Divisione Liguria, fino al tragico epilogo della morte del partigiano Dante Castellucci “Facio” – della quale fu uno dei responsabili, in quanto membro del “tribunale d’accusa” – e al disastroso rastrellamento del 3-4 agosto 1944. Subito dopo, senza nemmeno informare il CLN spezzino di cui era dirigente, scelse di tornare nella nativa Lunigiana, forse per un motivo sentimentale, “spinto dalle voci del passato” [22]. Dopo l’esperienza, ricordata da Ricci, di Ispettore della Divisione Lunense, una formazione che fu distrutta alla fine del novembre 1944, si impegnò nell’unica Brigata rimasta, la IV Apuana, firmandosi “Marcello, per i compagni del C.F. della Spezia, per gli altri, Ispettore della Missione Alleata” [23].

L’epurazione nella zona della IV Apuana fu più accentuata e spietata che altrove. In alcuni casi la motivazione apparve a molti più ideologica e politica che legata a reali e constatati reati militari o di spionaggio. Il caso di don Sante Fontana fu il più emblematico, e costituì un punto di rottura nei rapporti con una parte consistente della popolazione e anche fra i partigiani. Crebbero le divergenze tra Antoniotti e il Comando, in particolare “Benassi”: “un atteggiamento di moderazione non era nelle corde di un personaggio come Reclus Malaguti, per indole e storia personale” [24].

Renato Jacopini “Marcello”, dirigente del PCI della Spezia e Ispettore della Missione Alleata di Rigoso (foto archivio famiglia Jacopini-Baldisserri)

Finché la situazione precipitò: un gruppo di partigiani di Antoniotti andò dalla Missione Inglese a Rigoso a sollecitare un’inchiesta, il 24 febbraio la Missione ordinò l’arresto di “Benassi”, la IV Apuana lo difese, lui fuggì a Carrara. Sullo sfondo c’era il disegno della Missione di rafforzare, in chiave anticomunista, le Brigate democristiane della Julia operanti nel vicino territorio parmense, che si concretizzò con il passaggio – ormai obbligato dal punto di vista militare e del sostentamento alimentare ma anche da quello politico, per il sostegno del Comando Unico parmense – sia della IV Apuana che della confinante Brigata Borrini, dipendente dalla IV Zona spezzina, alla Divisione Monte Orsaro parmense. Il Comando di Brigata era ormai isolato, come iniziò a riconoscere “Marcello” in una lettera a “Benassi” del 7 marzo: “Le voci più disparate corrono in paese sul tuo conto. Il prete ha letto in chiesa un’enciclica del prete epurato cosa che ha molto commosso la popolazione e quindi tutto il lavoro fino ad oggi svolto è andato in fumo. […] Ho l’impressione che Carmelo faccia il doppio gioco col dottore. Ha consegnato al maresciallo la valigia contenente tutti i documenti, incassi, circolari, propaganda, ecc. e non ve ne era alcun bisogno, pare voglia aggravare la tua posizione, o è stupido veramente o lo fa. […] I documenti riguardanti i processi, nei quali in verità ho trovato molta confusione, li ho messi a posto alla meno peggio, e quelli che credo regolari li passerò all’inchiesta” [25].

Il 4 aprile Jacopini ammise più esplicitamente la sconfitta di tutta una linea, scrivendo al Segretario del PCI spezzino Antonio Borgatti “Silvio”: “Ho commesso diversi errori […]. Ho lasciato un po’ troppo mano libera a Benassi riguardo l’epurazione e mi son lasciato abbindolare dalla doppiezza del dott. A. che si è finto compagno al punto da farsi eleggere Sindaco col nostro appoggio, mentre sottomano, era al servizio di quei signori” [26]. A “Silvio” Jacopini ribatteva: “Nessun settarismo”, come invece pensava il Segretario del PCI spezzino. Ma in realtà “Marcello” attribuiva la sconfitta in gran parte alle interferenze degli Alleati e all’invadenza dei democristiani parmensi, e ai “tradimenti” di Antoniotti e dello stesso “Carmelo”, fino alla conclusione amara: “non ci resta che ungere le armi e poi chiamateci magari anche settari” [27].

Scorcio di San Terenzo Monti

La questione è certamente complessa. Il settarismo, il dogmatismo e il fanatismo furono un tutt’uno, in quei dirigenti, con la grande onestà e il disinteresse personale. E comunque non bastano a spiegare quel che successe. La spietatezza non fu caratteristica solo loro, era nelle condizioni dell’epoca: era insita nella guerra civile.  Dopo avere appreso dell’uccisione del padre, il 22 febbraio 1945, Malaguti pensò che “in quel momento, ogni fascista ucciso voleva dire la salvezza di tanti altri innocenti e la sicurezza per l’avvenire di tutto il Paese” [28]. Mentre Jacopini, dopo la strage di San Terenzo Monti, mutò il suo ideale: “Ho visto in quei giorni molte cose che non avrei voluto vedere. E diventai anch’io, come i nostri nemici, lupo tra i lupi. Il mio odio divenne profondo e sentito, e posi, accanto all’idolo che, solo, fino allora avevo adorato, l’ideale di libertà, un altro idolo: la vendetta. Nessun nemico poteva più sperare di essere perdonato” [29].

Tuttavia è certamente vero che “alcune esecuzioni si sarebbero potute evitare” [30], come dimostrò in seguito la maggiore oculatezza di “Carmelo” e soprattutto di “Gianni”, la cui opera equilibratrice riuscì ad amalgamare gli uomini, anche in virtù delle esigenze della lotta finale. In generale l’obiettivo dell’epurazione era condiviso. Nel numero de “La voce del partigiano”, organo della IV Brigata Garibaldi Apuana, del 22 marzo 1945 – l’unico conservato – uno degli articoli aveva per titolo “Traditori al muro”: “É stato fucilato domenica scorsa alle ore 18 – vi era scritto – un traditore fascista, facente parte delle SS tedesche, e a scopo di spionaggio aggregato alle truppe della Divisione Monte Rosa, della sedicente repubblica fascista, reo di ben 13 capi di accusa”, dall’uccisione di partigiani alla distruzione di paesi, alla deportazione. Erano accuse di fatti documentati, portate in un processo. Il giornale era l’organo unitario della Brigata, ogni Distaccamento vi aveva voce. Quell’epurazione incontrò il consenso della maggior parte della popolazione. In altri casi non fu così.

Nel Comando della IV Brigata il rigorismo e l’intransigenza furono eccessivi. I nemici venivano visti dappertutto. E c’era un’incomprensione di fondo della sensibilità della popolazione della montagna e della sua peculiare religiosità. Ma è giusto riconoscere che quegli uomini non chiesero nulla per sé e che “hanno fatto la storia, in tutte le sue sfaccettature” [31].

Gli “attesisti”

Soldati tedeschi catturati dai partigiani (Archivio fotografico ANPI nazionale)

La vittoria a Comano di Antoniotti e della componente moderata sui comunisti – ecco la complessità – non significa però che in sede storica si possa affermare che nelle posizioni di chi vinse vi fossero tutte le ragioni. Anche Antoniotti è una figura discussa. Innanzitutto per l’“attesismo” e la tendenza al compromesso. In generale non si può non riconoscere che la Resistenza fu vittoriosa innanzitutto grazie alle Brigate Garibaldi, “le formazioni più vocate al combattimento senza tregua” [32], non alle Brigate che non combattevano per paura delle rappresaglie. Ha ragione lo storico Gabriele Ranzato: l’avversione al “totalitarismo sovietico”, che egli ritiene giustificata, “ha provocato una distorsione della valutazione da dare sul grande contributo dei comunisti alla guerra di Liberazione” [33]. Ranzato ha dato rilievo a un’osservazione del comunista Bruno Gombi, dirigente della Resistenza emiliana, che ha colpito anche chi scrive. Egli considerava il settarismo come leva decisiva per la combattività: se “il settarismo dovuto alla deficienza dell’orientamento politico costituisce un grave pericolo per il futuro, attualmente è una forza potente perché dà al partigiano uno scopo chiaro e preciso profondamente sentito in cui credere e per il quale combattere” [34].

I “settari” come Bertolini, Malaguti e Jacopini commisero certamente molti errori gravi, ma seppero non solo combattere ma anche trascinare e guidare nelle bande i giovani ribelli dell’antifascismo esistenziale. Spesso non li capirono, e si scontrarono anche con loro: ma furono comunque un forte elemento di richiamo alla lotta. Nella disamina della complessità, ci serve anche un passo di “Carmelo”, il meno “settario” dei “vecchi” comunisti della IV Apuana, pur con le sue pecche: “La popolazione al mio arrivo versava in una condizione di disagio estremo. Risentiva della errata condotta nei suoi confronti tenuta dal precedente comando partigiano, per cui era stata vessata e costretta ad aiutare il movimento della Resistenza. Inoltre la popolazione non capiva e non poteva capire il volgere dei tempi e condannava nel suo intimo tutte le repressioni operate dai partigiani, anche se fra queste ve ne erano alcune veramente giustificate. Cercai allora di conversare con alcune persone del luogo per cercare di convincerle che non ero del tutto d’accordo su certi metodi sbrigativi usati fino allora e sui modi con i quali erano state fatte requisizioni di provviste alimentari a danno a volte dei contadini e delle famiglie. […] i comandanti che mi avevano preceduto si erano dimostrati in certi casi e in certe situazioni troppo intransigenti. […] Considerata la povertà e la miseria della popolazione del luogo, occorreva per far vivere la Brigata rivolgersi altrove, onde reperire i mezzi finanziari e di sussistenza. […] Per la farina di grano e di granoturco provvedeva il dottor Antoniotti che guidava di persona il gruppo dei portatori recandosi nel reggiano e nel parmense” [35].

C’era bisogno di chi combatteva con le armi, ma anche di chi si sbatteva per la sopravvivenza della propria gente.

L’impegno comune della democrazia

Formazione Ulivi (Archivio fotografico ANPI nazionale)

Va detto, in conclusione, che è vero solo in parte che “alla componente partigiana locale si devono alcune iniziative e realizzazioni caratterizzanti: scuola partigiana, giornalino partigiano ed elezioni amministrative” [36]. Indubbiamente i locali furono in prima fila, ma l’apporto innovativo venne da tutta la Brigata, e particolarmente dal Comando. Pur nell’incomprensione di fondo del mondo contadino, i comunisti cercarono in qualche modo di capirne i bisogni e di rispondervi. Nella seconda metà del gennaio 1945 “Furetto” e “Nuvolone” fecero, per conto della Federazione del PCI di Apuania, una serie di riunioni a Comano, Licciana Nardi e Fivizzano, da cui scaturì una relazione di notevole interesse: “Qui i compagni in maggior parte sono contadini, molti dei quali sono piccoli proprietari, il cui terreno a stento consente loro di vivere. I compagni contadini si sono impegnati di fare una propaganda tra i loro colleghi per costituire le cooperative” [37].

Ma si coglieva la necessità anche dell’assistenza nel presente: “Per venire in soccorso ai bisognosi e agli sfollati si è organizzato il comitato di assistenza, ove si organizzano commedie teatrali e trattenimenti, l’incasso viene diviso ai bisognosi. In una prima distribuzione sono state divise L. 22,00. Azioni del Fronte della Gioventù e del Gap hanno portato al sequestro ai fascisti e capitalisti di molto grano, olio e altri generi alimentari, che sono stati divisi ai bisognosi [38]. “In dicembre – ha ricordato Malaguti – organizzammo anche un’assemblea di capifamiglia contadini” [39].

L’impegno a Comano per il Municipio e per le scuole aveva, nella relazione di “Furetto” e “Nuvolone”, un ruolo rilevante. La scuola fu riaperta grazie “all’interessamento dei compagni”: “Tra gli studenti esiste una cellula con tre studenti più un professore” [40], si aggiungeva. La scuola era un terreno di iniziativa in tutta la zona:
“A Panigaletto ci siamo interessati per la riapertura delle scuole elementari, i quaderni li abbiamo inviati a nome del CLN. […] Anche a Sassalbo si sono riaperte le scuole elementari, per interessamento dei compagni” [41]. Il professore citato era Italo Malco “Turpino”, di cui “Marcello” annunciò l’iscrizione al partito in una lettera a Borgatti del 4 aprile 1945. Sempre Marcello, il 10 gennaio, aveva informato Borgatti sulla scuola, allegandogli “un trafiletto per l’Unità locale”: “Abbiamo avuto una bella soddisfazione, abbiamo istituito e inaugurato quella che, credo, sia la prima scuola media partigiana. Funziona egregiamente” [42]. Jacopini non mancò, già il 26 febbraio, di informare Borgatti sulle elezioni comunali del giorno prima, e sul voto delle donne. “Benassi” ha ricordato che “il 18 dicembre facemmo una […] riunione con un gruppo di studenti sfollati” [43].

Bertolini si interessò, dopo la Liberazione, per il riconoscimento agli effetti statali della scuola di Comano, chiedendo al Provveditore agli Studi di Massa “che venga mandata una commissione di esami alla scuola partigiana” […] fondata dal sottoscritto allora Comandante Partigiano della zona […] la prima e unica in Italia” [44]. La scuola funzionò fino al giugno 1945, mese in cui si svolsero gli esami a Licciana Nardi, a cui si presentarono sia gli studenti dell’Istituto Scolastico Apuano sia quelli della scuola “Ubaldo Cheirasco” [45].

Da sinistra Giorgio Vara “Roma”, al centro Lino Furletti “Apollo”, partigiani della IV Brigata Apuana (foto archivio Roberto Vara)

Resta da dire del giornale “La voce del Partigiano”, “fondato a Comano nel dicembre 1944” grazie “soprattutto all’iniziativa di Savino Maloni e di alcuni altri” [46], ma anche di molti partigiani, con l’approvazione e l’aiuto materiale del Comando di Brigata. Pure questa esperienza fu ricordata da Bertolini, Malaguti e Jacopini. I Comandanti si adoperavano per raccogliere gli articoli e per diffondere il giornale. Il Commissario “Benassi” inviò una lettera, senza data, a tutti i partigiani della IV Brigata in occasione della diffusione del giornale. L’unico numero che possediamo è “corale”: vi scrissero anche “Turpino” e Franco Arnavas “Andrei”, un partigiano spezzino garibaldino che, con l’amico Giorgio Vara “Roma”, aveva raggiunto “Marcello” in Apuania provenendo dalla Brigata Centocroci.

L’obiettivo di una democrazia nuova unì davvero, contro ogni lacerazione, la “compagine composita” della IV Brigata Garibaldi Apuana “Gino Menconi bis”.

Giorgio Pagano, storico, Sindaco della Spezia dal 1997 al 2007, copresidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia in rappresentanza dell’Anpi, ha scritto per Patria Indipendente altri due articoli sulle “Zone libere” partigiane: “La vittoria conquistata e perduta. L’epopea eroica delle Zone libere delle Valli del Taro e del Ceno”, 17 dicembre 2024, e “La straordinaria storia della Repubblica partigiana del Vara”,11 luglio 2025. Ultimo suo libro “Ennio Carando Un filosofo nella Resistenza”, Biblion Edizioni, 2025

 


NOTE

[1] Reclus Malaguti, “Lo scontro di classe”, La Pietra, Milano, 1973, pp. 168-169.
[2] Robert Williams. Italian Diary, 4 voll., manoscritto senza data (ma del 1944, 1946 e 1980), annotazione del 20 febbraio 1944. Il diario è stato riassunto ed esaminato da Roger Absalom in “L’alleanza inattesa. Mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945)”, Pendragon, Bologna, 2009 (da cui citiamo alle pp. 200-201). Dhobi, spiega Absalom in nota, è un termine angloindiano che sta a indicare un lavandaio.
[3] Roger Absalom, “L’alleanza inattesa. Mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945)”, cit., p. 201.
[4] Ivi, p. 202.
[5] “Testimonianza di Renato Jacopini”, Archivio del CPLN di Apuania, 228, “Formazioni partigiane”, b. 23, f. 11, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara. Jacopini era allora il rappresentante del PCI nel Sottocomitato militare del CLN della Spezia. Sulla sua complessa personalità si veda: Giorgio Pagano, “La solitudine di ‘Marcello’”, “Città della Spezia”, 17 maggio 2015; anche in Id., “Eppur bisogna ardir. La Spezia partigiana 1943-1945”, Edizioni Cinque Terre, La Spezia, 2015, pp. 263-270.
[6] Giulivo Ricci, introduzione a Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi”, Sarzana (SP), 1988, p. 14. La Brigata si chiamò “Gino Menconi bis”, dal nome del dirigente nazionale comunista Gino Menconi, nato ad Avenza (MS), caduto a Bosco di Corniglio (PR) il 17 ottobre 1944, quando era Comandante di Piazza a Parma. Una Brigata “Gino Menconi” operò anche nella zona di Carrara. Su Menconi si veda: Giorgio Pagano, “Ottobre 1944. L’eccidio di Bosco di Corniglio e quella resistenza eroica del Comando unico parmense”, “Patria Indipendente”, 25 ottobre 2024.
[7] Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 71.
[8] Giulivo Ricci, introduzione a Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 16.
[9] Ibid. Il gruppo, poi Distaccamento, Antoniotti prese il nome dal fratello di Marco, Manlio, ucciso cinquantenne il 22 agosto 1944 a Giovagallo di Tresana (MS) dai tedeschi durante un rastrellamento.
[10] Bertolini ricorda di aver salutato i suoi compagni “la sera prima della partenza, il 23 febbraio 1945” (Almo Bertolini, “Apuania partigiana”, Teti, Milano, 1985, p. 67). Zaghet ricorda di essere stato Comandante dal 5 febbraio 1945 (“Testimonianze di Zaghet Olinto ‘Carmelo’ Comandante della IV Brigata Gino Menconi bis dal 5/2/45 al 23/3/45”, Archivio del CPLN di Apuania, 270, “Testimonianze”, b. 25, f. 3, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara). Bertolini lasciò la Brigata senz’altro prima del 23 febbraio: il PCI di Apuania lo aveva sollecitato a venire a Carrara senza indugi già il 26 gennaio (“Lettera di ‘Emilio’ e ‘Dario’ al Comando della IV Brigata”, 26 gennaio 1945, in Documenti tesi Fruzzetti – Carte Archivio CLN Apuania, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara).
[11] “Testimonianze di Zaghet Olinto ‘Carmelo’ Comandante della IV Brigata Gino Menconi bis dal 5/2/45 al 23/3/45”, cit. L’archivio del Comune di Comano è attualmente in fase di riordino; ad oggi i documenti dell’elezione e le relative schede non sono stati rintracciati.
[12] “Lettera del Sottocomitato di Liberazione di Comano al Comitato di Apuania”, 9 aprile 1945, in Documenti tesi Fruzzetti – Elezioni Comano e scuola, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara.
[13] Luca Madrignani, Antonello Nardelli, “E a Comano i partigiani fondarono scuola e Comune”, “Patria Indipendente”, 24 giugno 2007
[14] Si veda: Giorgio Pagano, “L’assalto al treno in Valmozzola, pietra miliare della Resistenza”, “Patria Indipendente”, 14 marzo 2024; Id., “Storia dei ragazzi del Monte Barca”, “Città della Spezia”, 17 e 24 marzo 2024.
[15] Si veda la lettera “Il CLN dell’Alta Lunigiana al CLN di Apuania”, 12 maggio 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 167, “CLN e SCLN della provincia”, b. 17, f. 1, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara. La lettera porta la firma di Italo Malco, Presidente, e di Romolo Formentini, Segretario.
[16] Italo Malco, “Relazione sugli scopi istituzionali della scuola Ubaldo Cheirasco”, 15 gennaio 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 11, “Provveditorato agli Studi e Scuole”, b. 2, f. 3, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara.
[17] La documentazione sull’Istituto Scolastico Apuano è in Documenti tesi Fruzzetti – Elezioni Comano e scuola, cit. Su Romolo Formentini si veda la nota 13.
[18] Giulivo Ricci, introduzione a Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., pp. 16-17.
[19] Ivi, p. 17.
[20] La corrispondenza tra Renato Jacopini e Antonio Borgatti “Silvio”, Segretario della Federazione del PCI della Spezia, è eloquente. Jacopini così scriveva a Silvio il 10 gennaio 1945: “Pare che alcuni comandanti di distaccamento vogliano defenestrare il Comandante di Brigata”. Il presentimento diventò certezza il 23 gennaio: “I Comandanti di Distaccamento non vogliono più saperne del Comandante di Brigata. Pur essendo un compagno ha un modo molto altezzoso e antipatico di trattare gli uomini. […] E il bello è che il compagno da destituire è il beniamino dei compagni di Carrara”. La corrispondenza è in Fondo VI. Renato Jacopini, Serie 1, Renato Jacopini – Questioni politiche, AISRSP. Il fascicolo che contiene le due lettere è il 698.
[21] Numerosi sono i documenti che comprovano la contestazione a “Carmelo”: si veda, per esempio, la “Relazione di Natale alla Federazione PCI di Carrara sulla missione a Comano”, senza data ma del marzo 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 195, “PCI”, b. 21, f. 2, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara.
[22] Renato Jacopini, “Lunense”, Tip. Moderna, La Spezia, 1975, p. 16.
[23] “Lettera di Marcello al Federale del PCI di Carrara”, 12 marzo 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 195, “PCI”, b. 21, f. 2, cit. Nella lettera Jacopini insisteva sulla necessità di rimuovere “Carmelo” da Comandante.
[24] Luca Madrignani, “2 marzo 1945: la IV Brigata Garibaldi”, in Lido Galletto – Giorgio Lindi, “Storie di giovani eroi”, Società Editrice Apuana, Carrara (MS), 2004, p. 131.
[25] “Lettera di Marcello a Benassi”, 7 marzo 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 195, “PCI”, b. 21, f. 2, cit.
[26] “Lettera di Marcello a Silvio”, 4 aprile 1945, Fondo VI. Renato Jacopini, Serie 1, Renato Jacopini – Questioni politiche, fasc. 698, AISRSP
[27] Ibid.
[28] Reclus Malaguti, “Lo scontro di classe”, cit., p. 185.
[29] Renato Jacopini, “Lunense”, cit., p. 48.
[30] Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 152.
[31] Giulivo Ricci, introduzione a Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 18.
[32] Gabriele Ranzato, “Eroi pericolosi”, Laterza, 2024, p. 74.
[33] Ivi, p. 162.
[34] Riportato in Pietro Secchia, “Il Partito Comunista Italiano e la guerra di liberazione. 1943-1945”, Feltrinelli, Milano, 1973, p. 532. Il passo è citato da Ranzato in “Eroi pericolosi”, cit., p. 74.
[35] “Testimonianze di Zaghet Olinto ‘Carmelo’ Comandante della IV Brigata Gino Menconi bis dal 5/2/45 al 23/3/45”, cit.
[36] Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 153.
[37] “Relazione di Furetto e Nuvolone sul lavoro svolto nelle zone Comano, Licciana, Fivizzano”, senza data ma di fine gennaio 1945, Archivio del CPLN di Apuania, 196, “PCI”, b. 21, f. 3, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, in copia presso la Biblioteca Civica “C. V. Lodovici” di Carrara.
[38] Ibid.
[39] Reclus Malaguti, “Lo scontro di classe”, cit., p. 171.
[40] “Relazione di Furetto e Nuvolone sul lavoro svolto nelle zone Comano, Licciana, Fivizzano”, cit.
[41] Ibid.
[42] “Lettera di Marcello a Silvio”, 4 aprile 1945, cit.
[43] Reclus Malaguti, “Lo scontro di classe”, cit., p. 171.
[44] “Lettera di Almo Bertolini al Provveditore agli Studi di Massa”, 8 maggio 1945, in Documenti tesi Fruzzetti – Elezioni Comano e scuola, cit.
[45] Testimonianza di Edoardo Savino Maloni a Carla Fruzzetti, in Carla Fruzzetti, “La Brigata Garibaldi Apuana”, cit., p. 187.
[46] Ivi, p. 189.