
Dal nuovo Decreto Sicurezza, all’utilizzo dello spyware Paragon che ha coinvolto giornalisti ed esponenti di Ong, fino alle infiltrazioni nel partito Potere al Popolo, spiato dalla polizia per quasi un anno, sono solo alcuni degli strumenti repressivi degli apparati di sicurezza usati impropriamente dal governo Meloni che non tollera il dissenso. Perché secondo i post fascisti al governo, chi protesta, chi contesta o chi rivendica un diritto è assimilabile a un criminale, esattamente come avveniva in passato. “Perché ciò che è accaduto può ritornare” per dirla con Primo Levi.
Le misure del governo Meloni con cui si attacca chi protesta anche in forma passiva sembrano seguire lo schema del regime e non si può non pensare alle tante persone antifasciste che si sono battute per consegnarci una libertà che oggi è sotto attacco. Un ottimo lavoro che ci aiuta a comprendere cosa avvenne negli anni del fascismo è il trittico dei Quaderni dell’ANPI provinciale di Foggia curato da Michele Casalucci: nel primo volume si accende un riflettore sugli “Antifascisti e perseguitati politici di Accadia, Anzano di Puglia, Deliceto, Monteleone di Puglia e Sant’Agata di Puglia nel Casellario politico centrale”, il secondo si focalizza sulle “Antifasciste e perseguitate politiche di Capinata nel Casellario politico centrale”, mentre il terzo racconta degli “Antifascisti e oppositori politici emigrati di San Marco in Lamis nel Casellario politico centrale”.

Siamo in Capitanata – l’antica Daunia e l’odierna provincia di Foggia – che fu, proprio per la forza del movimento dei lavoratori della terra e del Partito Socialista, una di quelle province del Mezzogiorno verso la quale ci fu questa sistematica attenzione da parte delle forze di pubblica sicurezza e sulla quale si scatenerà la repressione del fascismo che comminerà condanne di ogni tipo: dall’ammonizione al carcere, fino al confino, inflitti dal Tribunale speciale senza passare attraverso il giudizio della magistratura. È da questa fetta d’Italia che provengono una schiera di oppositori come Giuseppe Di Vittorio, futuro segretario generale della Cgil (1944-1948), Domenico Fioritto, padre costituente e segretario nazionale del Partito socialista e Ruggiero Grieco, segretario nazionale del Partito comunista (1934-1938). Faranno parte dei 4.500 schedati in Puglia, 1200 dei quali solo in Capitanata. In tutta Italia furono oltre 150mila le persone inserite nel Casellario Politico Centrale – oggi conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato – che fu una delle misure che lo Stato, attraverso gli apparati di polizia, assunse per controllare i potenziali oppositori del governo, “ritenuti forze antisistema e sovversive, con una serie di verifiche dell’attività svolta”.

Nata con il governo Crispi nel 1894, questa attività di sorveglianza si estese con l’emanazione del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1922, delle leggi fascistissime del 1926 e della creazione dell’Ovra, la polizia politica dell’Italia fascista, coprendo tutto il territorio nazionale e mirando soprattutto a quelle zone della penisola in cui i movimenti sociali mettevano in discussione gli assetti di potere. Principali persone oggetto di questa indesiderata attenzione furono anarchici, repubblicani, socialisti, ma in realtà chiunque poteva incappare nelle maglie della sorveglianza poiché bastava esprimere, anche solo vagamente, la propria dissonanza con i valori della Nazione e dei suoi simboli: antifascisti veri o presunti, semplici mormoratori e sospettati, iscritti e controllati nei loro spostamenti, nella loro vita privata e nelle loro diverse attività politiche e personali.
Come Trombetti Rocco Antonio, maestro elementare di Monteleone di Puglia: nessun rilievo viene registrato a suo carico se non una sospensione di un mese dallo stipendio e dalle funzioni “per ingiurie scritte all’Ispettorato scolastico”. Non c’è nessun rilievo neppure di carattere politico – riporta il volume dedicato ai perseguitati – né tantomeno alcuna appartenenza ad organizzazioni di mutuo soccorso. Eppure viene qualificato come “sovversivo”, controllato continuamente dalla polizia al punto da mettere in pericolo il matrimonio della figlia con un brigadiere perché il padre figurava nei registri di pubblica sicurezza.
Significativa è la storia di Marinaccio Francesco Antonio, bracciante antifascista nato ad Accadia il cui casellario politico è corredato da una foto segnaletica, in carcere per una serie di reati commessi contro la proprietà, a cui viene assegnato il confino di polizia per aver pronunciato “all’indirizzo di S. E. il Capo del governo” la frase “accidenti a quel disgraziato del Duce”. Gran parte di chi sarà inserito nel Casellario finirà infatti al confino che, per l’agilità della procedura e l’ampia discrezionalità di irrogazione, divenne il mezzo più veloce per eliminare soggetti ritenuti pericolosi o irrequieti perché non si piegavano al regime. Marinaccio sarà tradotto in diverse carceri e quando sarà detenuto a Roma, verrà deportato in Germania. Morirà in prigionia il 24 maggio 1945 – a liberazione avvenuta – a Ebensee, uno dei peggiori campi di Mauthausen, in Austria. Con il patto con la Germania e l’entrata in Guerra, si aggiungeranno ebrei, zingari, irredentisti slavi e tutti i nuovi oppositori politici.
Tutti e tutte incappano nelle maglie di questa sorveglianza. Stupisce tuttavia, come rileva il presidente ANPI della provincia di Foggia, Michele Galante, che non risulti schedata Baldina Di Vittorio, figlia del notissimo sindacalista, che in Francia, dove la famiglia era espatriata, condusse una intensa attività di propaganda antifascista, subendo la persecuzione del governo francese di Vichy e subendo l’internamento nel campo di Rieucros, in Occitania. “L’occhiuta macchina repressiva” registrò altresì nel Casellario politico centrale 5.005 donne, su un totale di 152.589 nominativi a livello nazionale. In provincia di Foggia ne risultano 19.
Tra loro Soccorsa Sementino, contadina comunista di San Severo e moglie del noto dirigente Luigi Allegato, anch’egli contadino comunista condannato nel 1928 a dieci anni di reclusione per cospirazione contro i poteri dello Stato. Tornò in libertà nel 1932 per l’intervenuta amnistia, ma trovò la sua famiglia distrutta: tre figli erano morti per stenti, fame e miseria. Soccorsa Sementino lo seguì al confino, diventando anche una colonna della nuova Italia repubblicana uscita dalla guerra e dal fascismo. Fu una delle protagoniste dello sciopero di San Severo del 22 marzo 1950 con cui si chiedeva al governo un piano di interventi pubblici e con cui si denunciava la violenza della polizia, il carovita, la disoccupazione. La coalizione governativa nata con le elezioni del 18 aprile 1948 era infatti entrata in crisi e il presidente del Consiglio De Gasperi non offriva soluzioni all’incalzare delle richieste poste dalle forze comuniste e socialiste all’opposizione. Per questo, Soccorsa Sementino andò in carcere per due anni, insieme ad altre 38 donne.
Il vincolo familiare era spesso la matrice comune di gran parte delle donne schedate che conducevano attività politiche accanto ai loro uomini. Così fu per Beatrice Cenci, foggiana, moglie del socialista Antonio Mangano e cognata di Romeo Mangano, primo segretario dei comunisti di Capitanata. Lo stesso fu per Incoronata La Riccia, di San Nicandro Garganico, perseguitata perché convivente dell’anarchico Emanuele Gualano. I controlli di polizia – agenti, infiltrati, informatori – si estesero anche a quanti, anarchici, socialisti e comunisti, attivi negli anni Venti e oppositori del fascismo, emigrarono in terre lontane in cerca di una vita migliore, come le Americhe del Nord e del Sud e l’Australia, “rincorrendo intensamente un sogno, un disegno, un cambiamento rivendicato ma non realizzato”.
Lo spiega il volume dedicato ai 28 oppositori di San Marco in Lamis, protagonisti di un’emigrazione che, a differenza di quella di altri periodi storici, non contemplerà il ritorno nella terra d’origine. Tra loro risulta Cipriani Angela Maria nel cui fascicolo risulta una nota del 1938 inviata dal Ministero dell’Interno al Regio Consolato Italiano di New York, dove si riferisce di una corrispondenza nella quale la donna “fa apprezzamenti poco lusinghieri nei confronti del governo nazionale e afferma che in alcuni comuni d’Italia si soffre la fame” e che manifesta “sentimenti sovversivi”. Solo per aver espresso la verità.
Tre volumi preziosi che raccontano “non storie di eroi, ma di uomini. Uomini semplici, affannati dalle necessità della vita, che spesso scrivono in un italiano stentato, ma non mancano di far sentire la loro voce”. E che ci spingono ad onorarle, a coltivare la memoria e a ricordarci che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare in nome della Costituzione.
Mariangela Di Marco, giornalista
Pubblicato martedì 17 Marzo 2026
Stampato il 18/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/come-ti-spio-lantifascista-un-trittico-sulle-schedature-del-regime/







