
Al suo funerale il paese era messo in pavesi rossi, tutti gremiti nella piazza; Sandro Pertini seguiva il capo che se ne andava, con orgoglio, con occhi piccolini nella montatura nera e spessa.
Ma Moscatelli, prima di essere politico, fu uomo. Per questo varrebbe la pena di ripigliare in mano un vecchio libro, che fino a poco tempo fa era quasi introvabile – spesso preso dalle muffe e dalle tinte gialle della carta che sente il tempo – ma oggi finalmente ripubblicato per la gioia di chi ama preservare la memoria. Si tratta di un volumone di 650 pagine scritto a quattro mani da Moscatelli con Pietro Secchia, Il Monte Rosa è sceso a Milano, uscito, col numero 227, per i Saggi Einaudi nel 1958, riproposto poi nel 1972 e nel 1983, sempre da Einaudi, e infine scomparso per più di trent’anni dal catalogo dell’editore torinese. Quel libro è come una Bibbia per quelli della mia valle che vogliono mettere le mani nella Resistenza.

E, come la Bibbia, è un libro ricchissimo, a volte strabordante, pieno di informazioni, di nomi, di ricordi, di considerazioni. A tratti anche di errori: date sbagliate, situazioni ricapitolate in maniera imprecisa. Non fu propriamente un saggio scientificamente storico, ma un documento. Di quelli da sfogliare come le cipolle, per trovarci qualcosa di nuovo sotto a ogni strato. Per questo oggi ne saluto con grande entusiasmo la ristampa anastatica proposta da Pgreco (p. 677, 28 euro) dell’edizione del 1972 del Monte Rosa è sceso a Milano, quella con i ringraziamenti particolari a fine Introduzione e con il ricchissimo Elenco dei nomi a chiudere il volume (che invece manca nell’edizione del 1958).
Il libro è passato, nella sua interezza, da due anime, che sono poi quelle dei due autori. Pietro Secchia (1903-1973) conobbe, come Moscatelli, molte sofferenze prebelliche, fatte di reclusioni, di condanne al confino, di umiliazioni. Fece parte, con Luigi Longo, del Comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi; e dopo la guerra fu ai vertici della politica di partito, ricoprendo la carica di vicesegretario del Pci dal 1948 al 1955. È ricordato, tra l’altro, per essere stato uno della linea dura e rivoluzionaria.
Viene da sorridere? Il disincanto richiederebbe meno elogi, qualche bacchettata più severa? Sono troppo compiacente o ingenuo? Non penso. Il libro usciva – s’è detto – nel 1958, l’anno in cui Vittorini mandava definitivi segni di insofferenza per il progetto dei “Gettoni” e il fumo bianco di San Pietro, diradandosi, scopriva il volto paffuto di Angelo Roncalli.
Insomma, la storia era una cosa viva. Poi sono arrivati i surrogati. Ma non importa: è naturale che sia così. Però, se vogliamo respirare un’aria vecchia, coi suoi ardori e le sue ingenuità – ingenuità e ardori che, oggi, scafati e incartapecoriti come siamo, non tollereremmo –, prendiamo in mano questo volume e, facendo il grande sforzo di spogliarci delle nostre ironiche malizie, tentiamo la prova inedita di riassaporare il gusto della storia vissuta, portata a noi da chi ne ebbe esperienza, facendoci adagiare dentro le non mai innaturali parole di chi ci fu.
Pubblicato mercoledì 13 Dicembre 2017
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