Pennsylvania Avenue durante la manifestazione che ha preceduto l’attacco a Capitol Hill

Davvero non li “abbiamo visti arrivare”? Davvero non erano chiare le fratture sociali che si ampliavano negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, la mancanza di prospettive, le tante crisi (demografica, ecologica, tecnologica, le guerre) che negli anni si sono accentuate e non hanno trovato nessuna risposta nei partiti progressisti, non si sono trasformate in importanti e necessarie opportunità di un profondo cambiamento per i più svantaggiati e per tutta la società?

Enrico Pedemonte, giornalista con lunga esperienza internazionale, affronta questi temi in “Perché la destra vince” (Nutrimenti, 2026, pp 240, 16,15 – ebook €8,99) con uno straordinario metodo, una ricerca che definirei scientifica, un’indagine documentata da centinaia di saggi, articoli e testi, per spiegare questo fenomeno, complesso e molto più articolato di quanto non si pensi e che certamente non può essere rappresentato come un semplice esito elettorale; si tratta infatti di un lungo percorso politico e sociale, quasi “carsico”, che non ha avuto sempre grande visibilità, ma ha saputo intercettare, manipolare e creare bisogni e paure più o meno reali; ne ha addirittura riformulato i bisogni – un tempo tradizionalmente materia per la sinistra – in chiave reazionaria. Questa è la nuova destra, alla quale cerchiamo di dare etichette e definizioni, quella rappresentata da figure come Donald Trump, Viktor Orbán, Marine Le Pen e Giorgia Meloni. Ma soprattutto questa è la destra guidata dal mondo dei tecno-oligarchi, dei tanti think-tank che hanno sfornato ideologie e programmi politici ad hoc, che li utilizzano, li circondano e vorrebbero il mondo.
Per ora.

Il giornalista e scrittore Enrico Pedemonte

La particolarità dell’analisi di Enrico Pedemonte è che scardina una serie di stereotipi culturali che fino a questo momento non ci hanno davvero consentito di attrezzarci a una risposta, e meno ancora di prevenire e comprendere quanto stava succedendo. Nella prima parte del libro, intitolata L’internazionale reazionaria, si descrive una destra radicalizzata da ormai più di quindici anni, soprattutto negli Stati Uniti e si raccontano le storie, le origini dei suoi principali protagonisti: intellettuali e politici, più o meno conosciuti in Europa.

Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.d.Vance (Imagoeconomica)

Tra questi, ci sono figure come JD Vance, che, ricorderete, è anche l’autore di “Elegia Americana”. La sua infanzia è nella classe operaia degli Appalachi, con davanti agli occhi la crisi sociale di quell’America; è lì che nasce e manifesta il proprio risentimento verso le élite progressiste parlando della disoccupazione cronica e del degrado sociale e culturale del Midwest; e poi Steve Bannon, stratega principale di Donald Trump – ma non del tutto di successo, nel suo primo mandato 2016 – che chiede di fermare una globalizzazione che, a suo dire, ha distrutto la classe operaia occidentale (bianca) per favorire la nascita di una classe media in Cina e dintorni; il pensatore cattolico Patrick Deneen è tra i critici delle crescenti disuguaglianze; e il giurista di Harvard Adrian Vermeule, che invoca una guerra culturale contro quella che definisce autocrazia progressista.

(Imagoeconomica, Carlo Carino by Ai Mid)

Il libro ci dice che la destra radicale è stata capace di intercettare il malessere economico, sociale e culturale delle classi più fragili, proponendo soluzioni particolarmente reazionarie e violentissime. Si vorrebbe sancire la fine della solidarietà nel mondo del lavoro, delle pari opportunità per tutti in una società estremamente multietnica e si stabilisce soprattutto la fine del sogno degli Stati Uniti come terra di opportunità e accoglienza per tutti. Le politiche di remigrazione faranno pulizia: i bianchi americani saranno in questo disegno aberrante gli unici e soli beneficiari del nuovo impero trumpiano.

Steve Bannon nel 2025. Tra le altre cose ha lavorato come capo stratega di Trump

Molto interessante inoltre l’approfondimento di Enrico Pedemonte sulle tre correnti politico-culturali diverse – apparentemente lontane ma unite nell’opposizione alla sinistra “woke”: una destra religiosa contraria alla società laica e ai diritti civili, una destra nazionalista, ostile all’immigrazione e segnata dal suprematismo bianco e una destra tecno-capitalista che rivendica una libertà totale per le grandi piattaforme tecnologiche, che diventano proprietarie di dati globali (imprese, finanze e banche, governi e persone, ecc.) e immagina la nascita di piccoli Stati a bassa tassazione per indebolire quelli tradizionali.

Vance e Meloni (Imagoeconomica)

Lo Stato semplicemente non è previsto: nessun ordinamento giuridico, nessuna costituzione, nessunissimo welfare. Soprattutto niente organismi internazionali, a cominciare dall’Onu e dalle sue agenzie; fine dell’Unione Europea. Sarebbe anche utile un approfondimento sull’uso, recentemente tornato in gran voga, delle religioni a sostegno e conforto dei nuovi suprematisti: Trump e i suoi evangelici, scatenati sulla guerra all’aborto, sui diritti LGBTQ, sui diritti civili in ogni loro espressione); Giorgia Meloni ( “Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”) che in una frase esprime bene un intero programma politico; a loro aggiungerei Vladimir Vladimirovich Putin, che ha riconsegnato alla chiesa ortodossa russa un ruolo centrale: essere russi vuol dire essere ortodossi; Benjamin Netanyahu, ultimo ma non ultimo, che ha finito di trasformare una religione in violentissimo nazionalismo ebraico, tanto che il suo governo è totalmente nelle mani degli ultraortodossi (Haredi), dei sionisti religiosi nazionalisti (Ben Gvir e Smotrich).

Viktor Orban con Giorgia Meloni (Imagoeconomica, Frederic Sierakowski)

Il libro spiega poi come, dalla metà degli anni 2010, la destra Trump e i suoi abbiano visto nell’Ungheria di Viktor Orbán il cuneo politico per scardinare il sistema politico, sociale ed economico dell’Unione Europea. Orban non è più solo, ha fatto semplicemente da apripista a Robert Fico, primo ministro slovacco di un governo illiberale e filo-sovranista e al governo di Andrej Babis, euroscettico e populista, coalizione con la destra anti-immigrazione e il partito del “Motoristi” (razzisti e populisti). Questa è la rete costruita da un decennio da think tank conservatori, nati e cresciuti negli Usa – soprattutto Heritage Foundation e Claremont Institute.

Nella seconda parte del libro, intitolata La sinistra dello status quo, Enrico Pedemonte analizza lo stato di una sinistra che invece ha mantenuto un certo consenso nei centri urbani, mentre chiaramente lo ha perso nelle periferie e nei piccoli centri. Sono anni che i partiti progressisti e di sinistra si interrogano su come intercettare i bisogni delle “periferie”. La difficoltà è data dall’incontrare le periferie realmente e non sporadicamente, dall’ascolto dei problemi che ne determinano la marginalità, dalle risposte da costruire insieme e dalla loro reale fattibilità, dalla rappresentanza politica che ne consegue di persone ed esigenze reali.

Si analizza in modo sistematico l’evoluzione delle diseguaglianze economiche e sociali prodotte dalla globalizzazione neoliberista e dalle diverse crisi che si sono succedute, mostrando come negli ultimi decenni la crescita dei redditi e dei patrimoni si sia concentrata nelle fasce più alte della popolazione, soprattutto ad un ristrettissimo gruppo di ricchi, mentre salari e sicurezza sociale delle classi medie e popolari si sono progressivamente e notevolmente erosi. Inoltre l’autore sottolinea come la liberalizzazione dei mercati, la mobilità dei capitali e l’indebolimento della contrattazione collettiva abbiano accentuato la polarizzazione sociale, alimentando sempre di più frustrazione e sfiducia verso le istituzioni democratiche.

I migranti diventano dunque il problema; vengono contrapposti alle condizioni materiali dei lavoratori locale e mentre nessuna reale politica di inclusione sociale viene più finanziata, nell’area progressista si lavora soprattutto alla regolamentazione normativa, insufficiente per quanto necessaria, e spesso percepita dai più disagiati come discriminante nei loro confronti. Pedemonte approfondisce alcuni casi critici legati alle migrazioni, evidenziando le tensioni che si manifestano soprattutto nei contesti urbani più fragili, dove l’arrivo di manodopera a basso costo si intreccia con precarietà abitativa, in un contesto di servizi pubblici sempre più carenti e con una percezione di insicurezza (spesso indotta) crescente.

Silicon Valley (Imagoeconomica, Tony Webster)

Un ulteriore nodo riguarda l’impatto della rivoluzione digitale e dell’economia delle piattaforme. Una risposta credibile alla concentrazione di potere economico e tecnologico nelle mani delle grandi imprese high-tech, non è stata ancora elaborata. Automazione, lavoro on-demand e sorveglianza algoritmica stanno trasformando il mercato del lavoro e le relazioni sociali, ma le forze progressiste appaiono spesso prive di una strategia coerente che coniughi innovazione e protezione sociale.

(Imagoeconomica, Carino Ai)

In questo contesto, il libro “Perché la destra vince” spiega perché, agli occhi di ampi settori popolari, la destra radicale venga percepita come una forza di cambiamento, capace di nominare problemi concreti – globalizzazione, immigrazione, declino industriale, perdita di sovranità – e di proporre soluzioni, seppur semplificate o illiberali. Al contrario, la sinistra appare sempre più associata alla difesa dell’ordine economico e istituzionale esistente, costruito negli anni della globalizzazione e oggi percepito come fonte di insicurezza e disuguaglianza. Ne deriva un rovesciamento simbolico: mentre la destra si presenta come anti-sistema e protettrice dei “dimenticati”, la sinistra viene identificata con le élite colte e con la difesa dello status quo, perdendo così la propria tradizionale funzione di rappresentanza delle classi più in difficoltà.

(Imagoeconomica, Carino Ai)

I prossimi appuntamenti elettorali ci diranno se e quanto le destre sono ancora in crescita; le prossime elezioni in Ungheria in aprile, in cinque lander della Germania, in Francia, in Polonia e in Gran Bretagna ci diranno se la corsa continua. Nel 2027 l’appuntamento elettorale ci darà anche il polso dei 5 anni di governo Meloni. In gioco c’è il futuro stesso dell’Unione Europea, del suo stato di diritto e delle radici antifasciste.

Susanna Florio, segreteria nazionale ANPI


NOTA BIOGRAFICA DELL’AUTORE

Enrico Pedemonte, genovese, laureato in Fisica, giornalista. È stato inviato al Secolo XIX, caporedattore a Repubblica e a l’Espresso (per il quale è stato per sei anni corrispondente da New York), direttore di Pagina99. Nel corso della carriera si è occupato di politica internazionale ed economia. Negli ultimi anni si è concentrato sull’impatto sociale delle tecnologie digitali. Ha pubblicato: La fattoria degli umani (Treccani, 2024), Paura della scienza (Treccani, 2022, Premio Benedetto Croce per la saggistica), Morte e resurrezione dei giornali (Garzanti, 2010), Personal Media (Bollati Boringhieri, 1998). Insieme a Vincenzo Tagliasco: Genova per chi (Trilli, editore 2006) e Vantaggi dello sboom demografico (FrancoAngeli, 1996). Ha pubblicato due romanzi: L’ultima partita (Rizzoli, 2022) e La seconda vita (Frassinelli, 2018).