“Pericoloso comunista si è dato ad esplicare propaganda delle sue teorie (…). È un elemento pericoloso per l’ordine Nazionale”. Sarà molto semplice trovare assonanze nelle parole tratte dal libro Il Maresciallo Rosso (Odradek Edizioni, 2024) di Agostina Pagliaroli con quelle a cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump o uno degli esponenti di estrem destra che governano l’Europa ci hanno abituati. Sono parole che invece risalgono al 1925 e che si riferiscono al primo arresto di Giuseppe Gracceva, noto, ma poco ricordato, soprattutto per esser stato il capo militare delle Brigate Matteotti che mise a segno nel 1944 – su ordine di Pietro Nenni e insieme ai socialisti Marcella Ficca, Giuliano Vassalli, Alfredo Monaco e Filippo Lupis – la più grande beffa al capitano delle SS Erich Priebke e al comandante della Gestapo a Roma Herbert Kappler attraverso l’evasione del braccio tedesco delle carceri di Regina Coeli dei futuri presidenti della Repubblica Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, contro cui è stata emessa la sentenza di morte per via amministrativa, senza processo.

Un gruppo di partigiani della Brigata Matteotti

Un antifascista dalla tempra dell’uomo di azione, la cui biografia è strettamente legata vicenda della guerriglia partigiana di Roma e non solo: tra ottobre e novembre 1943, infatti, Gracceva avvierà l’azione politico-militare in tutta l’area del Centro-Italia, strutturando nel resto della Regione Lazio bande armate del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria che successivamente organizza anche in Abruzzo, Marche e Umbria, attraversando ripetutamente le linee nemiche.

La targa in memoria della battaglia di Porta San Paolo nella Roma abbandonata dal re e da Badoglio

Una vicenda biografica che l’autrice restituisce in tutta la sua complessità nelle pagine a lui dedicate, grazie a una consistente mole documentaria tratta dagli archivi pubblici e da quello privato della famiglia Gracceva, attraversando le riunioni clandestine dove “si parla di mitra, dinamite, bombe a mano come di panini al prosciutto”, alla manciata di ore che vanno dall’annuncio dell’Armistizio alla presa di Roma da parte dell’esercito nazista dove non c’è attività che non veda presente Peppino Gracceva, anche in un ruolo da protagonista, passando dai combattimenti organizzati con Pci e Partito d’Azione per la difesa di Porta San Paolo della Capitale, quando “tutto il gruppo dei dirigenti socialisti, da Pertini a Vassalli, da Gracceva a Mario Fioretti, combatte senza tregua” mentre “Pertini incita e dà l’esempio costruendo la prima barricata” e “Gracceva non si risparmia, si pone a capo di bande di civili, affratellate nel combattimento impari a fianco delle truppe regolari”.

Giuseppe Gracceva

Ma soprattutto il testo coglie, con rigore storico e tensione narrativa, l’uomo Gracceva, il giornalaio di una edicola nel centro di Roma che tesse una rete clandestina capillare che opererà nella capitale alla lotta di Liberazione, il popolarissimo e amato militante del movimento antifascista che, coerente con la sua estrazione sociale e con il suo credo politico, compie una scelta, “la scelta”, nonostante fosse “attenzionato” dagli apparati repressivi come elemento pericoloso, dopo esser stato arrestato, e poi amnistiato, una prima volta, si diceva, nel 1925, e successivamente nel 1937, condannato a 5 anni di reclusione dal Tribunale Speciale della Difesa dello Stato per attività antifascista e partecipazione ad associazione sovversiva.

“Chi sceglie la lotta armata – afferma l’autrice – sa che può morire, ma anche dare la morte a sangue freddo, costretto a infrangere un tabù profondamente radicato nell’essere, in quella struttura concettuale e culturale su cui la persona ha costruito la sua essenza di essere umano. Perché – continua – il nemico non è mai assoluto, dietro la violenza che pratica, dietro la divisa che indossa e lo individua si può ravvisare la sua innegabile dimensione umana”. E aggiunge, citando Rosario Bentivegna, altro partigiano romano protagonista della Resistenza e della ricostruzione italiana: “Consideravo i fascisti nemici, ma… alle loro spalle vedevo donne, bambini, affetti, pensieri, non diversi dai miei”.

Il Museo storico di Via Tasso

Intensi i passaggi del libro che raccontano l’arresto del Maresciallo Rosso – “quasi una pagina di letteratura d’avventura” – quando, gravemente ferito ad un polmone da uno scontro a fuoco con le SS, sarà tradotto nelle feroci carceri di via Tasso. “Non ho parlato” dirà in una intervista postuma, riportata da Pagliaroli, nonostante un braccio rotto, nonostante la ferita al torace aperta, nonostante le torture, i pestaggi, mantenendo “la consegna del silenzio” e, proteggendo ciò che era rimasto della struttura combattente da lui stesso guidata. Della lunghezza e frequenza di quegli interrogatori nei cinquantotto giorni della prigionia resta memoria nei registri superstiti di Via Tasso. “Solo accanto al suo nome – riporta l’autrice – compaiono sempre uno o più asterischi (anche cinque), probabilmente per evidenziare la differenza tra lui e gli altri prigionieri e il trattamento speciale da riservargli”. La sua condanna a morte non potrà essere eseguita soltanto perché Roma viene liberata. Era il 4 giugno 1944.

Dopo la Liberazione della Capitale sarà tra i fondatori dell’ANPI, di cui fu a lungo dirigente della sezione romana. Nel dopoguerra il valoroso partigiano rifiuterà di essere decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare – sosterrà che altri l’hanno meritata più di lui e infine accetterà la Medaglia d’Argento. Parteciperà ai lavori della Consulta nazionale, che preparò i lavori dell’Assemblea Costituente.

Lo storico Davide Conti durante un convegno dell’ANPI provinciale di Roma

Sarà, come afferma lo storico Davide Conti nella prefazione del testo, “l’archetipo del dirigente della Resistenza che già all’indomani della fine della guerra coglie i nessi di persistenza e continuità dello Stato che caratterizzeranno, in senso conservatore, la transizione dell’Italia dal fascismo alla Repubblica democratica”. Alla sua morte, nel 1978, un compagno di lotta degli anni della Resistenza volle omaggiarlo con gli onori di Stato. Era il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

E queste pagine a lui dedicate si inscrivono nel grande patrimonio della memoria antifascista collettiva che riscopre, “alla luce dei formidabili cambiamenti intervenuti nel corso degli ultimi decenni”, che vedono un’egemonia culturale post-fascista a lungo marginalizzata e privata di legittimità nel dibattito pubblico, poi gradualmente sdoganata e infine accompagnata al potere, una straordinaria figura a cui far riferimento per tutte quelle scintille di passione che ha acceso nel corso della sua lotta.

Mariangela Di Marco, giornalista