L’artista nel suo atelier

Una mostra dedicata all’artista Nado Canuti sarà inaugurata il 22 aprile prossimo in una sede importante a Milano: la Casa della Memoria. “Abbiamo voluto ospitare presso la Casa della Memoria qui a Milano le opere di Nado Canuti – spiegano gli organizzatori – artista toscano d’origine ma da sempre milanese d’adozione che, al di là del suo lungo e straordinario lavoro, da ragazzo è stato partigiano”.

Verso Siena

Proseguono i promotori dell’evento: “Non è stato però solo questo suo impegno a fianco dei valori dell’ANPI a giustificare la sintetica mostra antologica allestita nei nostri spazi – ci teniamo infatti a ribadire che questa iniziativa rappresenta soprattutto il sentito e doveroso omaggio che si deve a un grande artista d’oggi”.

Ricordo di un fiore

Le storie che hanno formato Nado Canuti sono numerosissime. Quelle che gli hanno dato un’impronta fin da ragazzino e quelle che, poi, ne hanno definito carattere e immaginario lungo tutta la sua lunga vicenda di creatore d’immagini, fino alla sua storia attuale, che ancora si svolge quotidianamente nel pieno di una sempre fervida e operosa maturità.

Ala e richiamo

Tanto che proprio di “storie”, appunto, si nutre da sempre la sua poetica di fondo. Storie che talvolta, come in questi ultimi decenni, appaiono come vere e proprie fiabe dilatate, teatrini a due o a tre dimensioni di favolosi racconti minimi che anche lo spettatore può assemblare o scomporre, oppure come componimenti appesi nell’aria, mobili ali di farfalla e di sogno, giostre di nuvole e allusioni fantastiche, con le loro magie e i loro straniamenti ludici e stralunati. Ci rivelano il suo speciale sguardo incantato e incantante, la sua particolare fantasticazione lirica, tesa ad architettare con minuziosa cura il crepitare cromatico e compositivo di personaggi affabulanti, di situazioni incantate o, ancora, il gentile groviglio di una narrazione intensa e puntuale, che non lascia nulla alla casualità del banale.

Su rettangolo, come gioco

Come l’ombra di proverbi sedimentati nelle memorie infantili, come resti dimenticati di vecchie filastrocche amplificate dal sogno e dalla fantasia, queste storie minime sono appunto l’alimento affettuoso e assorto della creazione di Nado, del suo fantasticare attorno a immaginarie ombre cinesi e diorami di semioscurità e di luce, a delicati paesaggi interiori divisi tra stanze oniriche e fughe in un paese fatato, fervido di presenze sibilline, porte e finestre aperte su un mondo altro, specchio dei nostri desideri, delle nostre malinconie, del nostro struggimento.

Due figure. Cemento. 1961

O sono storie, come negli anni iniziali della sua vita creativa e nel suo periodo esplicitamente espressionistico, di contemplazione drammatica di corpi e braccia, di volti e gesti congelati e lancinanti, scarne figure aggredite e violentate che rimandano alle memorie più lacerate di un modulo d’assoluta impronta arcaica. In queste opere l’urgenza del gesto scultoreo si fa addirittura brutale, e intaglia, ferisce e deforma, intacca e prosciuga il pieno e il vuoto della forma umana, alla ricerca della sua essenziale verità emozionale. Oppure, in opere più tarde e più “esistenziali”, si compone in masse quasi architettoniche di sghembi meccanismi prefabbricati, lucidi come automi antropomorfi, silenziosi nell’assenza di natura e di arie respirabili, di nervi e sangue sospesi. O si stempera a due dimensioni nella carta strappata di una serie di quadri panoramici slontananti e desertici, appena riscaldati da crude luci d’artificio.

Senza titolo

La sua dunque è una poetica complessa, un insieme di formulazioni espressive che si declinano in segni plastici e materiali diversi, con negli anni un confronto o, meglio, una tensione tattile tra linguaggi che possono apparire perfino opposti tra loro se li considerassimo solo in ottica formalistica. Siamo insomma di fronte a un insieme di scelte, intenzionalità, narrazioni plurali che girano attorno ai sentimenti, alle memorie, alle emozioni del vivere, del ricordare e dell’immaginare. Che da sempre hanno al loro centro le vicende e gli spessori emozionali degli uomini e delle donne, dei loro sogni, speranze e disincanti. Narrazioni le cui trame appaiono a volte intrecciate ai gentili colori dell’affetto, a volte invece si mostrano geometricamente e lucidamente meccaniche o a volte, ancora, ruvidamente aspre e petrose, tese tutte a indagare e raccontare la vita in mezzo alle cose.

Veduta

Ma, proprio per questo, la sua è anche una poetica che negli anni è rimasta coerente e significativa, intessuta di narrazioni concrete, di allusività a spessori e sentimenti dell’esistenza senza concessioni al gratuito di una estetica fine a sé stessa, al contrario concentrata sulla metafora delle cronache, sulle allegorie della memoria.

La lavagna dell’immaginario

La cosa che in fondo più colpisce nel lavoro di Nado è che il suo complesso itinerario (di cui questa mostra per forza di cose rappresenta solo una concentratissima sintesi) si è sempre svolto all’insegna di una bellezza sincera, di un nitore e compiutezza persuasivi, fatti di umori leggeri e schietti e talora anche ironici, delicati ma all’occorrenza robusti, che sono anche, diciamo così, proprio i tratti salienti del suo sorgivo temperamento toscano, della sua origine legata al borgo e alla campagna tra il senese e la Maremma. Si tratta di una bellezza di fondo, di una qualità di sostanza che intreccia e connota tutta la sua opera, le sue storie piccole o grandi drammaticamente o gentilmente soffuse: qualità che appaiono come il sigillo sicuro di un talento compiuto, della profondità di un pensiero maturo sulla scultura e sull’immagine italiana nella sua lunga vicenda, dal dopoguerra fino a oggi.

Giorgio Seveso


La Casa della Memoria di Milano

INFO SULLA MOSTRA

Inaugurazione: mercoledì 22 aprile 2026 alle ore 18. Durata: dal 23 aprile al 24 maggio 2026. Sede: Casa della Memoria, via Federico Confalonieri 14, Milano. Orari: dal martedì alla domenica dalle 10,30 alle 18. Ingresso libero (Catalogo Edizioni Poliartes, Milano)


NADO CANUTI,
NOTE BIOGRAFICHE

Nado Canuti

È nato a Bettole (SI) nel 1929, vive e opera a Milano. Appena quattordicenne, durante la guerra si distingue per azioni partigiane, come il coraggioso intervento di disinnesco degli esplosivi messi dai nazifascisti per distruggere alcune case nel suo paese. Nel dopoguerra inizia l’attività di artista, declinata preferibilmente, ma non esclusivamente, nella scultura. Le opere degli anni sessanta riflettono pienamente il clima culturale di quel tempo, ancora intriso dalla devastante esperienza della guerra e dei lager, con la realizzazione di sculture raffiguranti uomini laceri e deformati nella loro corrosa anatomia. A partire dagli anni settanta e ottanta l’artista dà vita a una nuova fase creativa, sviluppata in una dimensione di ordine e di ritrovata tranquillità, visibili particolarmente nella scelta di un linguaggio geometrizzante. Ulteriore passaggio del suo percorso espressivo, a partire dagli anni duemila, la definizione di apparati plastici composti da elementi aerei, sostenuti da fili invisibili e caratterizzati da cromie intense e variate, sculture “mobili” in quanto sensibili ai movimenti dell’aria attorno, in un clima di favola e ironia.