“La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente”

Era il 1939 quando la poesia di Bertol Brecht presagiva con visionaria crudezza gli esiti della più grande tragedia in cui il nazifascismo avrebbe trascinato l’umanità.

Le file per il pane

Così è stato e a pagare fu davvero “tanta povera gente” e le donne in particolare che il fascismo aveva già umiliato negando loro diritti civili e diritti sociali.

Poi era arrivata la guerra e in un Paese già stremato dalle “avventure” coloniali le donne avevano dovuto rimboccarsi le maniche per dare da mangiare ai figli e cavarsela, lavorando i campi e in fabbrica per sostituire gli uomini chiamati al fronte.

In tanti non tornarono e anche chi sopravvisse tornò con i segni di chi aveva attraversato l’inferno della deportazione o dopo aver combattuto nelle file della Resistenza e del Corpo dei Volontari della Libertà.

(Archivio fotografico ANPI Nazionale)

Poi, finalmente, era arrivata la Liberazione e così l’8 Marzo 1946 per le donne italiane fu il primo 8 Marzo di libertà, colorato da quel giallo della mimosa che diventerà per le donne del nostro Paese il simbolo dell’8 Marzo.

Due giorni dopo si svolsero le prime elezioni amministrative in cui le donne poterono esercitare il loro diritto di voto – attivo e passivo – e vennero elette le prime due sindache, Alda Natali, comunista e Ninetta Bartoli, democristiana.

Nell’intera tornata amministrativa del 1946 vennero elette 2.000 donne nei Consigli comunali e dodici sindache che – come ricorda Patrizia Gabrielli in “Il Comune delle donne. Le dodici Sindache del 1946” – con molta probabilità rappresentano ancora un numero impreciso, perché “quella pagina di storia è stata girata con troppa fretta”.

la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni all’iniziativa “Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni” (Imagoeconomica, Giuliano Del Gatto)

Una fretta così marcata che nel convegno “1946-2026 Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni”, promosso il 3 marzo scorso dalla ministra (ministro?) per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, e dal ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, svoltosi a Roma presso l’Accademia di Scherma – Casa delle Armi, sia l’intervento del (della?) presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, che le dichiarazioni dei due sopracitati, hanno ignorato la storia di quel voto, frutto delle battaglie e degli obiettivi dichiarati già nel corso della Resistenza dai Gruppi dei Difesa della Donna e poi dall’UDI e dal CIF costituite subito dopo la Liberazione.

Non un richiamo in quegli interventi alle donne della Resistenza – né a quella armata né a quella civile – non un cenno alle Staffette, alle Deportate, alle Decorate, non una parola o un cenno alle Ventuno Costituenti, non un richiamo alla Costituzione.

Quel diritto di voto, negato dal fascismo, sarebbe stato concesso “per grazia ricevuta”: una sorta di riconoscimento alle cosiddette “eccellenze femminili”, su cui si è soffermato a lungo l’intervento della Presidente del Consiglio, prendendo a riferimento il nome di Anna Garofalo.

Anna Garofalo

Il perché di quel nome – e solo quel nome – ignorando i tanti nomi di donne che hanno fatto la storia di quegli anni – probabilmente va cercato nella suggestione accesa nella presidente dal titolo di uno dei libri della Garofalo, “L’italiana in Italia”.

Un libro, quello di Anna Garofalo che, invece, al di là del titolo e insieme alla trasmissione radiofonica “Parole di una donna” – in rete dalla fine del 1944 agli inizi degli anni cinquanta – diede voce a tutte le donne, a prescindere dalla loro condizione culturale, sociale, politica e partitica.

Archivio fotografico Anpi nazionale

Le “eccellenze femminili” – di allora e di oggi – sono sicuramente tante, molte di più di quante ne sono state, ne vengano e ne siano riconosciute, ma combattere le disuguaglianze, le disparità, i pregiudizi, la segregazione di genere è condicio sine qua non per favorirne il riconoscimento dando al contempo piena e concreta attuazione all’Articolo 3 della nostra Carta Costituzionale per cui tutti i cittadini e a tutte le cittadine hanno “la stessa dignità sociale”.

Perché sì, presidente del Consiglio, come ha affermato, in quel 1946 “la democrazia italiana è nata nel segno delle donne”, ma in quella frase – come in tutto il convegno – mancava la parola “antifasciste”; cioè quelle donne che prima hanno combattuto per la libertà, la pace, la conquista del diritto di voto, la democrazia e poi si sono impegnate nella  ricostruzione e rinascita di un Paese in cui i diritti fossero di tutti e di tutte, a partire dal diritto di autodeterminazione e di libera scelta.

(Imagoeconomica, Canio Romaniello)

Diritti che questo governo sta comprimendo con la riduzione delle risorse per i servizi alla persona, con il depotenziamento dei consultori e delle case rifugio, osteggiando l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, con l’assenza di prevenzione ai femminicidi, con il disconoscimento del reato di violenza senza consenso, con politiche sicuritarie esclusivamente finalizzate alla pena, con un mercato del lavoro segnato da un’occupazione sempre più precaria e scarsamente qualificata, riservata guarda caso, ai giovani e alle donne.

Questo il “bel quadro” delle politiche di questo governo per le donne!

La costruzione della fossa comune per le vittime dei bombardamenti americani e israeliani della scuola elementare a Minab, in Iran (Imagoeconomica)

Mentre scrivo continua a passarmi davanti agli occhi l’immagine straziante di quei fagottini bianchi con i corpi dell’ultima strage di bambine – centosettantacinque – della scuola iraniana di Mirab, distrutta in uno dei primi bombardamenti israelo-americani di questi giorni.

Neppure una parola – che fosse di umana pietà – abbiamo ascoltato dagli sbandieratori delle “guerre difensive”.

Non una parola da chi ostenta la propria religiosità e i valori delle famiglie.

Il silenzio assordante dell’indecenza.

Quei corpicini, come quelli degli oltre ventimila bambini e bambine gazawi e come quelli delle tante e tanti “Aylan Kurdi” delle rotte migratorie stridono la perdita di umanità e pretendono giustizia.

Da qui bisogna ricominciare a ricostruire – soprattutto oggi – dalla pace, dal diritto internazionale, dal rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e riconoscimento della dignità di ogni essere umano.

Ottanta anni fa le donne si rimboccarono ancora una volta le maniche perché si trattava di ricostruire un Paese dalle macerie materiali, culturali e morali del ventennio di dittatura fascista, delle sue guerre e dell’abbraccio mortale con il nazismo.

(Archivio fotografico ANPI Nazionale)

In quell’8 marzo 1946 le donne italiane scelsero come simbolo la mimosa e festeggiarono libere la Giornata internazionale della donna.

La mimosa ha rappresentato per decenni un simbolo e, nonostante l’utilizzo commerciale a cui è stata piegata, continua a rappresentare il simbolo di quell’8 marzo 1946, come un simbolo sono state e lo sono, tanto più oggi, le Bandiere della Pace.

Migliaia e migliaia di Bandiere della Pace realizzate dalle donne con ritagli di stoffa su cui le donne scrissero i loro nomi; bandiere che già dal 1947 accompagnarono la prima petizione promossa dall’UDI per interdire l’uso della bomba atomica e il ripetersi delle devastazioni della guerra, che raccolse oltre 3 milioni di firme.

Bandiere e messaggi di pace che il prossimo 28 marzo ci vedrà nuovamente partecipi anche come Coordinamento donne dell’ANPI nelle iniziative promosse dalla Rete di donne di 10 100 1000 Piazze per la Pace.

Con lo stesso spirito e con le stesse motivazioni saremo in campo per ricostruire, a partire dalla pace, il senso e il valore di umanità.

Sempre Libere Sempre!

Tamara Ferretti, segreteria nazionale ANPI, responsabile Coordinamento nazionale Donne ANPI