Lapide commemorativa con l’elenco delle 11 persone uccise a Torino tra il 18 e il 20 dicembre 1922

Il 27 gennaio 1923, in un editoriale sull’”Avanti!”, il caporedattore Pietro Nenni criticò il volto repressivo del governo presieduto da Benito Mussolini – presidente del Consiglio dalla marcia su Roma del 28 ottobre 1922 – citando La Spezia: “dove l’uccisione di un fascista da parte di fascisti è stata vendicata col sistema torinese di dieci per uno, dieci vite colte così a caso, nel buio della notte, fra gente che professava un’idea che non ha più il placet del governo e che non ha nessuna responsabilità, né diretta né indiretta, nel delitto” [1].
Ma cos’era successo a Torino e poi alla Spezia?

A Torino, nella notte del 17 dicembre 1922, alla barriera di Nizza, due fascisti erano stati uccisi da un comunista in uno scontro a fuoco. Tra il 18 e il 20 dicembre le squadre d’azione al comando del console fascista Piero Brandimarte reagirono seminando morte e terrore nei quartieri operai. Undici morti – ma secondo fonti non ufficiali furono più numerosi –, decine di feriti, la Camera del Lavoro distrutta e il segretario della FIOM, l’anarchico Pietro Ferrero, legato a un autocarro e trascinato a morte lungo corso Vittorio Emanuele. Assassinato anche Carlo Berruti, consigliere comunale comunista. I fascisti entrarono nelle abitazioni dei “sovversivi” o li cercarono nei luoghi di lavoro, uccidendoli subito o portandoli via per ucciderli nelle strade e nei prati.

Piero Brandimarte

Brandimarte non fu arrestato, nonostante le sue stesse dichiarazioni pubbliche in cui emergeva come il principale organizzatore del massacro. Dopo pochi giorni, il 23 dicembre 1922, fu varata l’amnistia che cancellò tutti i delitti, omicidi compresi, se commessi per “fini nazionali”. Nella nota esplicativa al decreto un fine nazionale era esplicitamente definito un “fine fascista”. Il 1° gennaio 1923 il deputato fascista torinese, quadrumviro, Cesare Maria De Vecchi, sottosegretario del governo, tenne un discorso a Torino e, benché fosse assente in quelle giornate, si assunse tutte le responsabilità morali e politiche di quel che era successo.

Da sinistra: Cesare Maria De Vecchi, il primo a destra

Subito dopo, scrisse Gaetano Salvemini, vi fu “la nomina di Brandimarte, nel gennaio 1923, a console della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un grado corrispondente a quello di colonnello dell’esercito, mentre De Vecchi, prima fu fatto generale della milizia, poi gli fu dato il titolo di conte, più tardi fu nominato governatore della Somalia”. “Non meraviglia – continuava – che i fascisti fossero incoraggiati ad agire con sempre crescente ‘legalità’” [2].

L’uccisione a La Spezia dello squadrista Giovanni Lubrano
Salvemini si sofferma poi sui fatti spezzini: “Nella notte del 21 gennaio 1923 un fascista, certo Lubrano, fu ucciso a La Spezia da certi fratelli fascisti, che furono identificati ed arrestati dai carabinieri poche ore dopo il delitto. A La Spezia, come a Torino, l’incidente diventò un pretesto per un’azione di violenza su larga scala allo scopo di terrorizzare la città” [3].

Il racconto dei fatti spezzini di cento anni fa non può che iniziare spiegando chi era Lubrano [4]: non uno squadrista qualsiasi, ma uno dei più feroci, che era stato attivo nelle spedizioni fasciste di Sarzana e della Serra del luglio 1921 e del febbraio 1922, e poi protagonista, nel maggio 1922, dell’aggressione ai funerali del ferroviere Attilio Stagno, con l’obiettivo di strappare il simbolo della bandiera rossa [5].

San Terenzo negli anni Venti (archivio Riccardo Bonvicini)

La furia esplode nella notte tra il 21 e il 22 gennaio e nella giornata del 22, e proseguirà nella notte successiva. Il 27 gennaio, il settimanale “Il Popolo”, giornale del Partito Popolare – allora alleato di governo dei fascisti – scrive: “Domenica notte il fascista Lubrano Giovanni, comandante della squadra di Spezia ‘La Martoriata’ si trovava in servizio, quale guardiano, allo stabilimento di Pertusola. Per ragioni di servizio egli aveva avuto a richiamare tal Giulio Poggi, un iscritto, sembra, del Fascio di San Terenzo. Ma nulla sembrava potesse far sospettare per questo una tragedia. Poco dopo la mezzanotte invece quattro individui camuffati e irriconoscibili si presentarono all’assistente della fonderia, Tarquinio Garbascio, chiedendo con minacce ove fosse il Lubrano”.

Giulio Poggi, uno degli assassini (Fondo Questura, Sovversivi, busta 88, ASSP)

Incontrato il Lubrano gli aggressori, dopo aver mostrato la tessera fascista, “gli chiesero ragione dell’aver redarguito il Poggi Giulio, al che il Lubrano rispose che lo aveva fatto perché lo meritava”. I quattro disarmarono lo squadrista e lo uccisero con colpi di rivoltella e una pugnalata al cuore. Appresa la notizia “i fascisti si sollevarono in armi […] e si posero senz’altro a ricercare gli individui sospetti conducendoli parte al Fascio per infligger loro punizioni e parte investendo e colpendo per strada. Tutta la serata e la nottata passò così in una continua ricerca e in una rappresaglia” [6].

E il filofascista “Il Tirreno”, il 22 gennaio, scrive che Lubrano aveva avuto “nei giorni precedenti delle discussioni animate per ragioni che non si conoscono” con Giulio Poggi, “che sembra sia iscritto al Fascio” [7]. Ma già il giorno dopo sposa la tesi dei “comunisti pericolosi” che “si sono serviti dell’ingresso al Fascio lericino per compiere gesta criminose” [8]. Riguardo ai quotidiani nazionali, il 23 gennaio “La Stampa” titola: “Fascista sorpreso e ucciso alla Spezia. Il delitto dovuto a correligionari?”. L’”Avanti!” il 24 scrive di “autori fascisti” [9], e lo ribadisce il giorno dopo: “Un fascista è stato ucciso vigliaccamente da altri quattro fascisti. Ma i fascisti spezzini hanno voluto scoprire che quei fascisti erano quattro comunisti. Sono invece traditori del sovversivismo, dei delatori, i nemici più acerrimi” [10].

Lapide dedicata a una delle vittime: Fioravanti Paolo Raspolini detto Dante al Guercio di Lerici (foto di Giorgio Pagano)

Il massacro degli antifascisti
Sulle vittime del massacro scatenato dopo la notte del 21 gennaio Antonio Bianchi, sulla base della lettura dei giornali dell’epoca e delle testimonianze raccolte nel dopoguerra, nel 1975 [11] scrive di una cifra ben superiore a quella esecrata da Nenni il 27 gennaio: non “dieci per uno”, ma 19. I nominativi individuati a oggi – sia pure in qualche caso scritti in modo storpiato, in altri senza la coincidenza di tutte le fonti – sono 12 [12].

Ma è vero che i giornali scrissero anche, genericamente, di “cadaveri rinvenuti” senza poter dare loro un nome. Così “Il Secolo XIX” del 23 gennaio: “A San Terenzo in località Baracche è stato trovato il cadavere di un giovane non ancora identificato” [13]. Certamente tra i 12 un morto a San Terenzo non c’è.

Lapide per Amedeo Cevasco al Felettino, La Spezia (foto di Giorgio Pagano)

Inoltre “Il Tirreno”, scrivendo di “misteriosi omicidi”, puntava a negarne la connotazione politica. Per fare un esempio, il quotidiano racconta, negli articoli intitolati “Misterioso omicidio” e “A proposito del delitto misterioso”, dell’uccisione al Felettino di Amedeo Cevasco, prelevato al circolo “Vittoria” e crivellato di colpi appena fuori il paese, mentre l’amico Enrico Del Pinto (secondo altre fonti Delpino) era riuscito a fuggire. E aggiunge: “il fratello dell’ucciso ci ha assicurato che il suo congiunto era un ottimo lavoratore e che non apparteneva a nessun partito politico” [14].

Papiniano Papini è rinvenuto cadavere nel canale della Sprugola: il solito “Tirreno” rifersce che “i parenti sono venuti a trovarci nella nostra redazione a dichiararci che deve escludersi in modo assoluto l’ipotesi anche lontana che il loro congiunto sia rimasto vittima di un’aggressione fascista” [15]. Per salvare la pelle si dissimulava. Ma sia Cevasco che Papini erano comunisti. Nel caso di Cevasco gli altri due fratelli – Enrico e Silvio – erano senz’altro politicamente impegnati più di lui. Enrico, che ho conosciuto, raccontava le aggressioni fasciste che aveva subito ancor prima dell’uccisione di Amedeo.

Pietro Lelli a Rebocco, La Spezia (foto Giorgio Pagano)

L’ammissione dell’ampiezza della rappresaglia arrivava dagli stessi fascisti. Sempre “Il Tirreno” pubblica, il 26 gennaio, il “Comunicato del Fascio”, in cui il capo degli squadristi spezzini, il console Guido Bosero, scrive: “Ordino tassativamente che nessun fascista si permetta di compiere azioni individuali o rappresaglie di qualsiasi specie. I trasgressori saranno da me puniti fascisticamente. I fascisti sono avvisati, sappiano regolarsi” [16].

Il giorno dopo l’ordine viene dallo stesso Mussolini: “In omaggio ed obbedienza agli ordini del nostro Duce si ordina a tutti i Fascisti di rientrare nella più perfetta disciplina”, è scritto in un comunicato del Direttorio del partito, firmato avv. A. Paci [17].

Giovanni Bacigalupi
La brutalità era stata senza pari. Nel luglio 1924, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, l’”Avanti!” pubblica un’inchiesta in più puntate sui fatti spezzini, scritta da Paolo Marsicano. Il quotidiano socialista racconta anche dell’uccisione del carrettiere settantaseienne – per altre fonti settantenne – Giovanni Bacigalupi da parte di Bosero e di alcuni suoi fedeli, in una collinetta di Muggiano, sopra la fabbrica di Pertusola dove era morto Lubrano: forse perché portava il cognome compromettente del deputato socialista Angelo Bacigalupi, o più probabilmente perché amico del fascista uccisore di Lubrano. Marsicano, presupponiamo su suggerimento di esponenti della fazione fascista avversaria di Bosero, scrive: “É accertato che il Lubrano, tipo prepotente, mirava a conquistare un predominio assoluto nello squadrismo locale, e per imporsi non esitava a mettersi in evidenza sempre tra i primi in occasione delle più feroci rappresaglie, minacciando da vicino le posizioni più sicure dei colleghi più elevati di grado. Ci assicura un ex fascista degno di fede, che il Lubrano manteneva fra i suoi una disciplina ferrea; e giungeva qualche volta ad usare gravi violenze contro i suoi stessi dipendenti poco obbedienti ed indisciplinati. Si era creato un ambiente di forti simpatie, ma anche di malcelati rancori dei quali non pare molto improbabile abbia potuto approfittare chi aveva ragione di temerlo come pericoloso rivale. Fu accertato che l’assassino, che deve aver premeditato il delitto, fu visto parlare col Bacigalupi il giorno precedente all’assassinio. Molto probabilmente il vecchio carrettiere nulla sapeva, ma il solo sospetto nato nella mente di certuni dalla coscienza tutt’altro che tranquilla, bastò per fare apparire necessaria la sua soppressione. Mentre la squadra comandata dal Bosero e dal La Barbera [comandante delle squadre di Pitelli e di Muggiano, nda] si avvicinava alla casa, il povero carrettiere attendeva a prepararsi la sua frugale cena dopo la giornata di faticoso lavoro. Gli eroi vollero prima esperimentare in ‘corpore vili’ le armi che tutt’ora detengono per la sicurezza della patria; e tirato fuori dalla stalla il cavallo, unico patrimonio del disgraziato lavoratore, lo condussero presso un vicino fossato e lo abbatterono con una scarica di colpi. Il vecchio veniva quindi sospinto violentemente fuori dalla casa a calci e schiaffi e trascinato poco lontano, di dove, con la morte nel cuore, dovette assistere piangente alla fine della sua casa che, data alle fiamme, ardeva rapidamente. Il supplizio dell’infelice, privato di ogni suo bene, volgeva ormai al suo termine. Gettato bestialmente presso la carogna del suo cavallo, fedele compagno di lavoro, e che da povera ‘bestia’ lo aveva fraternamente aiutato a trascinare la stentata esistenza, i barbari, invitandolo a dare un ultimo sguardo alla bestia morente cinicamente gli comunicavano che egli avrebbe fatto tra poco la stessa fine. Ed infatti con una scarica di moschetti e rivoltelle abbattevano poco dopo quel vecchio innocente, facendone ruzzolare il misero corpo con alcuni calci nel vicino fossato” [18].

Dall’articolo emerge la ferocia di Bosero, ma traspare anche la probabile rivalità tra Lubrano e Bosero.

Ustica, Un gruppo di condannati al confino politico. Gli anarchici furono il secondo
gruppo politico più numeroso dopo i comunisti

Armando Zilioli
In un’altra puntata dell’inchiesta Marsicano racconta “il massacro di Zilioli”. Armando Zilioli, pittore anarchico, ammalato di asma bronchiale, fu prelevato dalla sua casa nel quartiere del Poggio, “addossato al muro ed ucciso”:
“Un certo Olivieri ed il figlio di un noto commerciante di vini, tale Aragò [19], vecchi conoscenti del Zilioli e che gli si professavano amici, vollero anche essi completare la parte del Giuda assicurando la madre che al figlio non sarebbe stato torto un capello, giacché trattavasi di dare soltanto qualche schiarimento.

Le ultime resistenze della povera donna vennero così vinte un poco per amore, ed un poco per forza: ed il corteo funebre usci dalla casa, mentre l’eroico compagno che non si era fatta illusione sulla sua sorte, aveva ancora la forza di sussurrare alla madre una serena parola di conforto e d’incoraggiamento. ‘Stai tranquilla — le diceva — vedrai, tornerò; è nulla: non possono far del male a me’. Impossibilitato persino a camminare per l’estrema debolezza conseguente alla grave malattia, l’infelice, sorretto dai suoi carnefici non fu portato neppure molto lontano. Discesa la breve scaletta del Poggio, venne addossato al muro di una casa vicina ed una scarica di rivoltelle e di moschetti troncò d’un tratto la esistenza tormentosa di un magnifico idealista, noto in tutta Spezia per la sua immensa bontà” [20].

Paolo Fioravanti Raspolini (archivio Alberto Incoronato)

Paolo Fioravanti Raspolini
Nell’articolo successivo, l’ultimo, Marsicano concludeva che “ben quattordici furono le vittime immolate in quei giorni ed oltre un centinaio i feriti di cui non pochi gravissimi subirono per l’occasione feroci vendette di carattere assolutamente privato”, aggiungendo che “altri numerosi cadaveri venivano rintracciati nei giorni successivi nel fiume Magra e presso Sarzana e Romito, dove la furia omicida ebbe a sferzarsi con particolare ferocia, in vendetta forse della tenace ed epica resistenza di queste popolazioni, agli assalti delle colonna dei vari Castellani, Dumini, Terzi e Bosero, che vi convergevano da Carrara e da Spezia” [21]. Tra questi cadaveri vi era quello di Fioravanti Paolo Raspolini detto Dante, nato a Romito Magra e residente al Guercio di Lerici, zio di Stefano Gabriele Paita, il giovane comunista ucciso nel corso della spedizione squadrista alla Serra. Così Alberto Incoronato ha raccontato la sua morte: “Dante venne malmenato e legato per i piedi con un cavo d’acciaio ad un’auto di proprietà dell’industriale De Biasi che abitava al Guercio, località sotto Pugliola, e che lì aveva una fornace per la calce dove lavorava come fuochista proprio Silvio Carro [un fascista di Pugliola, NdA], e a comandare la squadra c’era proprio il figlio Francesco detto ‘Fernando’, Ras di Pugliola. La squadra era composta da gente della zona fra i quali oltre al Carro, Cesare Lupi, Valentino Novelli, Bellucci di Arcola, Rovagna di Pugliola e Pugnatin [Umberto Cresci, nda]; e da gente che veniva da fuori come Froselli Gino di Piombino. Dante fu trascinato fino alla Ripa, fra Fornola e Bottagna, sotto Vezzano, sul greto del fiume, dove, già duramente provato, venne finito con due colpi di pistola, uno alla tempia ed uno al cuore, così, per essere sicuri di ucciderlo, e poi svariati colpi di coltello sia dati di punta che di taglio. […] Qualcuno dice che come estrema umiliazione in bocca gli avevano messi i propri genitali” [22].

Perché questi atti di particolare brutalità, “da superare per efferatezza quelli di Torino” [23]? Dante non era un militante impegnato, era semmai un “anarchico individualista”. Un minatore, un bracciante, un ribelle, spesso violento. Ma non, per quanto ne sappiamo, un militante. Forse il suo assassinio, e lo scempio del suo corpo, erano in qualche modo legati ai fatti della Serra?

In uno scatto del 1969, al centro Enrico Cevasco, il fratello di Amedeo ucciso il 22 gennaio 1923. Da sinistra, il figlio Antonio e la nuora Liliana, la moglie Maria (foto archivio Claudio Cevasco, che ringraziamo)

Le vittime erano già state scelte
Certamente i fascisti avevano un piano, sapevano cioè chi cercare, come aveva affermato esplicitamente Brandimarte a Torino. Nella notte ci fu la prima reazione all’uccisione di Lubrano, ma la mobilitazione organizzata scattò la mattina del 22 gennaio, con la consegna delle armi agli squadristi chiamati nella sede cittadina del Fascio, al Teatro San Carlo in via Sapri. Nel pomeriggio le squadre armate partirono per compiere violenze mirate: “La rappresaglia feroce dunque che ne seguì assume chiaramente l’aspetto di un mostruoso delitto, pensato, organizzato e preparato da tempo e da attuarsi alla prima occasione. La narrazione pura e semplice dei fatti nel loro sviluppo offre la più precisa conferma di tale cinica premeditazione. […] Ci riferiscono che in quel breve tratto di via [corso Cavour, nda] sembrava si fosse trasferito il Quartiere generale di qualche grossa unità in zona di guerra, tanto febbrili ed accurati apparivano i preparativi dell’azione guerresca, tanto era intenso il traffico dovuto all’armamento delle squadre, all’andirivieni dei ciclisti e portaordini, all’arrivo ed alla partenza dei nuclei convenuti per la mobilitazione. Di tutti questi preparativi, che nella popolazione, già trepidante e commossa, gettavano un senso di grave apprensione, di sgomento, di questa infame preparazione al delitto più nefando che abbia mai macchiato questa graziosa cittadina, le autorità finsero candidamente di non accorgersi, e, per essere più certe di nulla aver veduto, mentre da sei o sette ore si organizzava il delitto, disponevano perché la forza pubblica venisse completamente ritirata e né un agente né un carabiniere rimanesse in circolazione. […]. [Le] vittime erano state precedentemente scelte e predestinate al sacrificio e […] le azioni vennero guidate e dirette da elementi dirigenti lo squadrismo” [24].

Mussolini nel 1923

Retorica della normalizzazione e pratica della violenza
Mussolini, asceso al governo, si dedicò alla “retorica della normalizzazione” e nello stesso tempo continuò “a teorizzare l’utilità dell’uso della forza”, come ha scritto la storica Giulia Albanese [25]. La scelta del “doppio binario” funzionò.

Ma la violenza fu sempre il tratto identitario del fascismo: la connotazione fondativa, che resterà anche in seguito, fino alla fine, un elemento fondamentale della sua politica. Nel marzo 1923 Mussolini sostiene il ruolo della “forza” (non poteva che definirla così, ma si fece intendere bene) nel potenziamento del nuovo governo: “Togliete ad un governo qualsiasi la forza – e si intende forza fisica, forza armata – e lasciategli soltanto i suoi immortali principi, e quel governo sarà alla mercè del primo gruppo organizzato e deciso ad abbatterlo” [26].

Torino e La Spezia dimostrano che “le violenze squadriste continuano non solo perché Mussolini e gli altri non fanno nulla per impedirle ma anzi perché sono essi stessi a incentivarle, nella piena consapevolezza che la violenza delle camicie nere è uno strumento imprescindibile di azione politica, conquista del territorio, radicamento del potere e fascistizzazione del Paese” [27].

Tuttavia, il “doppio binario” (condanna in pubblico, appoggio in privato) funzionò dal punto di vista comunicativo e della costruzione del consenso all’opera di distruzione dei contenuti fondamentali delle istituzioni liberali. Lo dimostrò, nella realtà spezzina, la testimonianza di Guido Bosero al processo per l’uccisione di Zilioli: il mandante di ogni violenza negò in generale la rappresaglia e giurò su sua madre che gli scherani non erano nella sede del Fascio quando fu compiuto il delitto.

Il fascismo affermava sempre più il suo dominio, basato anche su un progressivo consenso.
Nello stesso tempo – proprio pochi giorni dopo i fatti della Spezia – si istituzionalizzava lo squadrismo, trasformando le squadre nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale; si irretivano i liberali con la “retorica della normalizzazione”; e si distruggeva l’opposizione dove resisteva di più. Come a Torino, come alla Spezia. Oltre cento morti nel 1923, tra cui i 19 spezzini. Non a caso il primo articolo dell’inchiesta dell’”Avanti!” del 1924 cominciava così:

“Può darsi che altre città italiane siano state percosse da terrore pari a quello di Spezia, crediamo però che nessuna l’abbia superata. […] Occorreva […] piegare quella che era una delle città più rosse d’Italia: occorreva il terrore. E la reazione inferocì brutale, violenta” [28].

Dopo la marcia su Roma la violenza nella politica e nella società fu un tutt’uno con la violenza sul lavoro: la disgregazione dell’unità operaia, la punizione delle avanguardie di fabbrica, una politica economica tutta a favore degli industriali e degli agrari, l’abolizione di fatto delle “otto ore” e dello sciopero, la soppressione del ministero del Lavoro, la sostituzione della Festa dei Lavoratori, il 1° maggio, con il 21 aprile, fondazione di Roma.

Il quartiere Oltretorrente di Parma aveva eretto barricate contro i fascisti nel 1922

Chi erano gli assassini di Lubrano
Ma chi erano gli assassini di Lubrano, in particolare i fratelli Poggi, santerenzini? Gli altri due furono semplici complici, i personaggi chiave della vicenda sono loro due.
Giulio Poggi, come vedremo, non fu mai arrestato. Lo fu invece il fratello Aldobrando. Ne dà notizia “Il Tirreno” del 27 gennaio. Insieme a lui c’era Gino (in realtà Ciro) Bernacca, di Carrara. Furono arrestati a Parma “nel quartiere di Oltretorrente, quartiere sacro del bolscevismo”. Erano stati visti “in compagnia di Picedi, organizzatore degli Arditi del Popolo” [29].

Il giornale intendeva riferirsi a Guido Picelli, il capo degli Arditi del Popolo di Parma: evidentemente la sparò troppo grossa, tant’è che non ne scrisse più. Tre giorni dopo il giornale sembra avvicinarsi alla verità: Aldobrando e Bernacca furono arrestati “mentre uscivano dalla sede dell’Unione Sindacale”, dove avevano cercato ospitalità. Aldobrando aveva con sé, regolarmente, un fucile, “perché aveva da difendere un fratello ch’era stato schiaffeggiato”. Era a Parma perché lì aveva “un’innamorata, tal Ines Oliveri”. Era “un bel giovane”: “Nelle tasche dei due assassini, ma specialmente in quella del Poggi, vennero trovati molti calendari profumati e molte fotografie” di giovani donne [30].

Il generale dell’esercito Gustavo Fara, dopo la messa a riposo avvicinatosi al fascismo, sarà promosso luogotenente generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale

La difesa del fratello picchiato da Lubrano, l’amore per le donne e forse qualche rivalità in questo campo: è quel che emerge. Certamente motivi politici non ne emergono.

“La Stampa” del 27 gennaio scrive quel che “Il Tirreno” non poteva dire: “Circa i risultati dell’inchiesta compiuta dal gen. Fara, già ripartito, nulla si sa: non si può certo nascondere che profonda è l’impressione per quanto avrebbero stabilito, prima ancora dell’arrivo del gen. Fara, il Comando dei carabinieri e l’autorità di P.S. nei riguardi dell’autore del triste misfatto: che cioè gli elementi sovversivi sarebbero completamente estranei all’episodio brigantesco” [31].
L’”Avanti!” del giorno dopo è più esplicito ancora. Cita “La Stampa” e titola: “L’inchiesta fascista esclude le responsabilità dei sovversivi nell’uccisione di Lubrano” [32].

In un articolo del 1924 Marsicano scrive che “Lubrano fu ucciso per opera di altri fascisti, e per vilissimi motivi di femmina” ma che allora “si volle nella sua morte vedere la rappresaglia politica” [33]. E poi ancora sintetizzò così la vicenda: “Un altro fascista odiava Lubrano per fatti esclusivamente personali, dai quali non dovevano pare esulare ragioni di rivalità femminile” [34].

I fascicoli dei “sovversivi” del Casellario Politico Centrale confermano e rafforzano la tesi che Lubrano non sia stato ucciso dai “sovversivi” proprio perché i due Poggi non erano “sovversivi”. I carabinieri lo sostennero, in sostanza, anche in pieno fascismo.
Aldebrando viene condannato nel 1927 a sedici anni di carcere, e scarcerato nel 1932 in seguito ad amnistia.
La prima relazione dei carabinieri al Questore è del 28 novembre 1932. Aldobrando si iscrisse al PNF nel 1921 e confermò l’iscrizione fino al gennaio 1923, cioè fino all’omicidio. Nel Fascio di San Terenzo era criticato perché era “molto incline alle donne” e “trascurava comunque la politica”. Però fu sempre “volenteroso”. Il passaggio chiave è questo: “Non risulta che egli si fosse inscritto al PNF per poter più agevolmente compiere il delitto, in quanto la sua inscrizione risale ad epoca in cui il delitto non poteva essere neppure lontanamente previsto” [35].

I faldoni conservato all’Archivio centrale dello Stato (Imagoeconomica)

Nella relazione del 19 maggio 1935 si scrive che “non è inscritto al PNF, ma si dimostra simpatizzante del regime”. Si aggiunge che “nel passato e precisamente nel periodo bellico e fino al 1923 professava idee sovversive” [36]. Ma le ultime tre parole erano sottolineate a penna e seguite da due punti interrogativi.
Tant’è che nella relazione di pochi mesi dopo – 28 agosto 1935 – i carabinieri scrivono altro: prima dell’avvento del fascismo Aldobrando “simpatizzava per il socialismo, però non risulta abbia esercitato attività in seno al partito, né che vi sia stato inscritto”. Nel novembre 1921 “fece parte del primo nucleo che fondò il Fascio di San Terenzo” e “si dimostrò accanito difensore della causa fascista, e più che altro coraggioso, prendendo parte a spedizioni punitive, che per il suo ardire viene ricordato anche attualmente dai compagni del partito”. Non più di questo: “ha frequentato la terza elementare e la sua cultura è molto limitata, oltre ad essere di scarsa intelligenza, si ritiene che egli non sia mai stato in grado di comprendere la vera essenza di una fede politica”. Nel 1913 era stato condannato per minacce a mano armata. Dieci anni dopo aveva partecipato all’uccisione di Lubrano perché il fratello Giulio era stato da lui “maltrattato e percosso” [37].
Nel 1939 Aldobrando fa il fabbro, sta con la madre, “non svolge attività sovversiva e non si ritiene pericoloso” [38].
Nel 1960 fa ancora il fabbro, è ancora celibe, di buona condotta, “risulta orientato verso il PCI del quale non è attivista né propagandista” [39]. In quell’anno viene finalmente radiato dall’albo dei “sovversivi”.

Il fratello Giulio resterà sempre nell’albo, fino alla morte. Ma era veramente un “sovversivo”?
Si rese subito irreperibile, poi condannato a trent’anni nel 1927. In quell’anno, il 15 dicembre, i carabinieri scrivono: “non consta abbia svolto attività politica, benché professasse idee comuniste”. Per il resto, “è convinzione generale che sia in Francia” [40]. Solo il 6 marzo 1931 compare la località in cui “tanto i parenti quanto altre persone del luogo ritengono” che Giulio viva: Marsiglia [41]. Il 9 aprile 1934 viene definito “elemento pericoloso perché di carattere violento e proclive al delitto”[42]. Poi nient’altro. Nel 1946 si informa che gli atti processuali che lo riguardano erano andati distrutti a causa di un bombardamento. Solo il 15 giugno 1962 ci sono notizie di Giulio: era morto l’11 maggio di quell’anno, dopo essere stato rimpatriato con foglio di via consolare il 16 gennaio 1961. Chissà se rivide Aldobrando a San Terenzo…

Nello scatto del 1955, Enrico Cevasco, fratello di Amedeo, primo a destra con un gruppo di familiari. Sono davanti al sanatorio del Felettino, con i fucili con cui era in uso sparare in aria per festeggiare la ragazza che usciva di casa per andare a sposarsi (si ringrazia l’archivio Claudio Cevasco)

Nel caso di altri antifascisti ricercati residenti all’estero, il fascicolo del Casellario Politico Centrale è spesso ricco di documenti, di relazioni, di informazioni anche dettagliate. Si muovevano ambasciate, consolati, informatori, l’OVRA…

A Marsiglia, terra di emigrazione antifascista, c’erano una sede del Fascio, un Consolato molto attivo… Giulio non solo non fu mai trovato, ma neppure mai cercato. Si può supporre che i fascisti non ne avessero l’interesse.

Giorgio Pagano, co-presidente del Comitato Provinciale Unitario della Resistenza della Spezia, presidente dell’associazione Funzionari senza Frontiere, sindaco di La Spezia dal 1997 al 2007


[1] Pietro Nenni, “Hanno rubato le guglie del Duomo”, “Avanti!”, 27 gennaio 1923.
[2] Gaetano Salvemini, “Scritti sul fascismo”, Volume primo, a cura di Roberto Vivarelli, Feltrinelli, Milano, 1966, p. 105.
[3] Ivi, pp. 105-106.
[4] Nei giornali dell’epoca e nei libri successivi è scritto quasi sempre Lubrano, ma in qualche caso troviamo Lubrani: così in autori fascisti come Osvaldo Danese (“Tutto è storia”, Di Vincenzo, La Spezia, 1942) o di orientamento filofascista come Riccardo Borrini (“Il tricolore insanguinato”, MA.RO editrice, Copiano, PV, 2005); così anche in “Fascismo: i nostri morti” (https://liberapresenza.forumattivo.com). Lo squadrista era nato all’Isola del Giglio, dove in effetti è diffuso il cognome Lubrani.
[5] Sul fascismo e l’antifascismo alla Spezia nel 1921-1922 rimando alle mie ricerche “Con gli Arditi del popolo dove il 1922 non piegò l’antifascismo” e “La marcia su Roma e le ultime ‘isole’ di resistenza”, pubblicati su “Patria Indipendente” l’8 aprile e il 10 ottobre 1922.
[6] “L’assassinio del fascista Lubrano”, “Il Popolo”, 27 gennaio 1923.
[7] “Il comandante della ‘Martoriata’ barbaramente assassinato a Pertusola”, “Il Tirreno”, 22 gennaio 1923.
[8] “Punti oscuri nell’assassinio del fascista Giovanni Lubrano”, “Il Tirreno”, 23 gennaio 1923.
[9] “Tre morti, due moribondi, parecchi feriti”, “Avanti”, 24 gennaio 1923.
[10]  “Scene di terrore ed episodi di furia sanguinosa a Spezia”, “Avanti!”, 25 gennaio 1923.
[11] Antonio Bianchi, “Storia del movimento operaio di La Spezia e Lunigiana”, Editori Riuniti, Roma, p. 149.
[12] In ordine alfabetico: Giovanni Bacigalupi, Serafino Bardi, Carlo Canali, Angelo Cestari, Amedeo Cevasco, Angelo Costi, Pietro Lelli, Arturo Micheli, Papiniano Papini, Fioravanti Paolo Raspolini, Angelo Scopsi, Armando Zilioli.
[13] “Dopo l’assassinio del fascista Lubrano. Rappresaglie – Numerosi feriti”, “Il Secolo XIX”, 23 gennaio 1923.
[14] “A proposito del delitto misterioso”, “Il Tirreno”, 24 gennaio 1923.
[15] “Per l’assassinio di Papini Papiniano”, “Il Tirreno”, 29 gennaio 1923. Il questore della Spezia, in un fonogramma alla Prefettura del 23 gennaio citò i primi tre morti, tra cui “Papini Papiniano”, definendoli “tutti sovversivi” (Prefettura di Genova, “Incursioni fasciste a La Spezia e nel circondario”, fonogramma n. 133 del 32 gennaio 1923, b. 36, ASG).
[16] “Comunicato del Fascio”, “Il Tirreno”, 26 gennaio 1923. Il comunicato era firmato anche dal segretario provinciale Chiappelli, ma Bosero parlava in prima persona, da vero capo del fascismo spezzino.
[17] “Nel PN fascista. Un comunicato del Direttorio”, “Il Tirreno”, 27 gennaio 1923.
[18] Paolo Marsicano, “I fatti di Spezia. I responsabili principali”, “Avanti!”, 23 luglio 1924.
[19] La famiglia di Zilioli non si diede per vinta e riuscì a ottenere il processo. Furono processati, e scandalosamente assolti, Olivieri, Agostino Rafecca e Guido Salomé, figlio della Ragò, che gestiva un’osteria nella vicina via Colombo. Sull’omicidio di Zilioli e sul processo si veda il romanzo storico di Roberto Quber “L’omicidio di via del Poggio”, Circolo Giacomo Brodolini, La Spezia, 2023.
[20] Paolo Marsicano, “I fatti di Spezia. Fucilati e pugnalati”, “Avanti!”, 27 luglio 1924.
[21] Paolo Marsicano, “I fatti della Spezia. La serie interminabile dei delitti: 14 omicidi”, “Avanti!”, 3 agosto 1924.
[22] Alberto Incoronato, “Sotto la lapide dei Barbantan”, Youcanprint, Lecce, 2020, pp. 179-181. Incoronato ha studiato anche i successivi atti della magistratura: “Dopo che alle Assise di Genova si era svolto il processo Zilioli con conseguente assoluzione di Salomé, Raffeca (forse Rafecca, NdA) ed Olivieri, la magistratura genovese aveva messo in libertà ‘per non luogo a procedere’ anche chi aveva partecipato al rapimento e all’assassinio di Dante: tra questi Silvio Carro, Fernando De Biasi, Valentino Novelli ed altri e annullato il mandato di cattura per i latitanti come Umberto Cresci. Il 19 luglio 1924, raggiunto ormai il termine della carcerazione preventiva, fece rimettere in libertà anche Cesare Lupi. Tutti tornarono alla loro vita consueta tra Pugliola e Romito […]” (p. 209).
I carabinieri della Spezia avevano arrestato il 20 febbraio, per l’omicidio di Raspolini, Angelo Bellucci e Cesare Lupi. L’arresto non fu cosa semplice; i compagni degli arrestati, del Fascio di Pugliola, eressero due barricate sulla strada che conduceva a Sarzana per impedire la traduzione dei due e cominciarono a sparare sulla scorta. I militari “non risposero al fuoco, onde evitare più gravi incidenti” e, alla fine, riuscirono a terminare il compito prefisso (Prefettura di Genova, “Incursioni fasciste a La Spezia e nel circondario”, rel. n. 23/20 del 20 febbraio 1923, b. 36, ASG).
[23] “Le tragiche giornate di Spezia. Altri tre morti”, “Avanti!”, 26 gennaio 1923.
[24] Paolo Marsicano, “I fatti della Spezia documentati. Massacro premeditato”, “Avanti!”, 19 luglio 1924.
[25] Giulia Albanese, “La marcia su Roma”, Laterza, Roma, 2006, p. 174.
[26] Benito Mussolini, “Scritti e discorsi. La rivoluzione fascista (23 marzo 1919-28 ottobre 1922)”, Hoepli, Milano, 1934, pp. 77-79.
[27] Matteo Millan, “Lo squadrismo post-marcia. Pratiche e strategie politiche della violenza politica fascista (1922-1925)”, https://www.academia.edu
[28] Paolo Marsicano, “I sanguinosi fatti di Spezia”, “Avanti!”, 11 luglio 1924
[29] “Due degli assassini del fascista Lubrano assicurati alla giustizia dalla Questura di Parma”, “Il Tirreno”, 27 gennaio 1923.
[30] “I particolari dell’arresto degli assassini di Lubrano”, “Il Tirreno”, 30 gennaio 1923.
[31] “Un ordine del Fascio della Spezia contro le azioni ‘individuali’”, “La Stampa”, 27 gennaio 1923.
[32] “L’inchiesta fascista esclude le responsabilità dei sovversivi nell’uccisione di Lubrano”, “Avanti!”, 28 gennaio 1923.
[33] Paolo Marsicano, “I sanguinosi fatti di Spezia”, cit.
[34] Paolo Marsicano, “Luce completa sui delitti del fascismo spezzino”, “Avanti!”, 17 luglio 1924.
[35] Fondo Questura, “Sovversivi”, busta 129, ASSP.
[36] Ibidem.
[37] Ibidem.
[38] Ibidem.
[39] Ibidem.
[40] Fondo Questura, “Sovversivi”, busta 88, ASSP.
[41] Ibidem.
[42] Ibidem.