
Sono in attesa di una chiamata dal consolato italiano in Spagna. Voleranno poi a Madrid per ricevere il riconoscimento che li renderà compatrioti di una terra dove nel 1936 accorsero da tutto il mondo per difendere il governo e il parlamento repubblicani dal golpe del generale Franco, sostenuto da Mussolini e Hitler. Oltre 55mila volontari organizzati nelle Brigate Internazionali tra francesi, tedeschi, polacchi, americani, britannici, italiani (più di 2.000 con le Brigate Garibaldi). In tantissimi persero la vita, 10mila furono i caduti, e 8mila vennero feriti gravemente.

A quasi novant’anni da quegli eventi, la Spagna conferirà la cittadinanza ai discendenti diretti di quei gloriosi combattenti. È uno degli aspetti stabiliti dalla legge sulla memoria storica varata dal premier Pedro Sanchez, un segno di gratitudine della sua Nazione che attraversa le generazioni, un’eco democratica alle parole che Dolores Ibarruri pronunciò nel 1939 a Barcellona salutando i volontari: “Non vi dimenticheremo e quando fiorirà l’ulivo della pace, tornate”.
Tra quanti diverranno “spagnoli” c’è Bruna Tabarri, figlia del comandante partigiano Ilario Tabarri, uno degli italiani che in seguito fecero tesoro di quella esperienza militare sul campo operando nella Resistenza, ed è componente della segreteria provinciale di Anpi Ravenna.

Bruna, che valore ha per lei questo riconoscimento che arriva tanto tempo dopo, ma con una forza simbolica così grande?
Per me è stato un grande onore e un grande orgoglio. La decisione di concederci questo riconoscimento ha il valore di un ringraziamento forte e coraggioso rispetto a quegli antifascisti che accorsero in Spagna nel 1936, da ben 53 Paesi, in difesa del governo repubblicano. È il valore della loro lotta contro il fascismo di Francisco Franco, ma anche di Hitler e Mussolini che intervennero in appoggio al generale. Solo l’Unione Sovietica andò in aiuto al governo repubblicano, mentre Francia e Inghilterra non aderirono sperando di non essere invase, cosa che invece poi accadde. Il riconoscimento da parte del premier Sanchez ha il significato di rimarcare il valore della democrazia e dell’antifascismo. Ed è pure la risposta alla promessa fatta da Dolores Ibarruri, “la Pasionaria”, che, nel congedare i volontari nel 1938 a Barcellona proclamò: “Non vi dimenticheremo e quando fiorirà l’ulivo della pace… tornate! Tornate da noi e quelli di voi che non hanno patria la troveranno e tutti, tutti, troveranno l’affetto e la riconoscenza del popolo spagnolo che oggi e domani griderà; Viva gli eroi delle brigate Internazionali!”.

Quanti sarete a divenire “spagnoli”, ovviamente mantenendo la cittadinanza italiana?
I discendenti italiani che riceveranno la cittadinanza spagnola sono 48. Del territorio di Forlì e di Ravenna siamo in 13. Oltre a me e a mio fratello Sergio, ci sono i miei figli Andrea e Alessandro. Il figlio e le nipoti di Eugenio Argelli (Angelo, già sindaco di Fusignano dal 1969 al 1978, con Brunella e Vera). Il figlio di Attilio Orioli (Oreste). La figlia e i nipoti di Luciano Caselli (Lia con Stefano e Roberto). Le nipoti di Alberto Ciani (Daniela e Cinzia). Presto saremo chiamati a giurare sulla Costituzione spagnola.

Cosa spinse i volontari italiani a rischiare la vita per una Repubblica che non era la loro?
Erano tutti uniti da un forte sentimento antifascista, anche se avevano idee politiche diverse: erano comunisti, socialisti, repubblicani, anarchici. I meno giovani erano già emigrati per sfuggire alle violenze di Mussolini, all’olio di ricino, alla mancanza di lavoro se non si fossero iscritti al partito fascista. Mio babbo, nato nel 1917, era uno dei più giovani, come Giovanni Pesce, il famoso “Visone”. Ciò che li ha spinti a rischiare la vita per un Paese che non era il loro, è stato il valore che attribuivano all’antifascismo e all’ideale della libertà. Dopo il colpo di stato del luglio 1936 di Francisco Franco, i volontari decisero di dare il loro contributo alla Spagna repubblicana. Purtroppo l’antifascismo fu vinto e Francisco Franco instaurò una feroce dittatura che durò fino alla sua morte, nel 1975. Ma il sacrificio e le battaglie dei volontari non sono stati vani perché la guerra di Spagna è stata un laboratorio fondamentale per la Resistenza europea e per la sconfitta del nazifascismo nella II guerra mondiale.

È da poco uscito il suo libro ‘La figlia di Ilario’, racconta la partecipazione di suo padre alla Guerra civile spagnola e poi alla Resistenza, e anche il ruolo di staffetta partigiana di sua madre. Ha voluto ricostruire una memoria che è al contempo familiare e collettiva. Come è nato questo lavoro?
Ilario è stato il primo ispiratore di questo libro. I miei genitori si sono divisi molto presto, quando io avevo 4 anni circa, quindi ho conosciuto poco mio babbo. Dopo la separazione io e mia mamma andammo ad abitare a Forlì mentre il babbo fu mandato dal Partito, il Pci, a lavorare a Roma, alla Cgil, con Di Vittorio, che Ilario aveva già incontrato in Spagna e ritrovato a Ventotene, ambedue qui confinati. In seguito Ilario andò a Brescia, sempre per la Cgil. Da bambina sapere che aveva fatto la guerra di Spagna mi affascinava moltissimo. All’età di circa quindici anni andai a trovarlo in quella città. E insistetti perché mi parlasse della sua vita passata, della Spagna, di Ventotene, del carcere, della Resistenza. Mi rispose, abbracciandomi, che mi voleva bene e che avrebbe scritto un libro da più vecchio. Intanto stava prendendo appunti e raccogliendo idee. Della vita trascorsa in guerra ancora non voleva parlare.

Non lo fece più, sembra di capire.
Ilario è morto nel 1970. Io avevo 23 anni. Per molto tempo non mi sono rassegnata all’idea che non rimanessero tracce di mio babbo, della sua integrità morale che lo aveva spinto ad aderire a tante battaglie. Perciò mi sono riproposta di scrivere io della sua vita, anche sperando che Ilario avesse davvero lasciato quegli appunti. Con il tempo ho maturato la convinzione di scrivere non solo di mio babbo. Mia madre, Olga Guerra, per tutti Olghina, era stata una staffetta partigiana della Ottava Brigata Garibaldi. Dopo la separazione si era unita a un partigiano della banda Corbari. Ho voluto raccontare di tutta la mia famiglia. Una famiglia di tradizioni democratiche e libertarie, di persone comuni, ma per me speciali, che senza chiedere nulla in cambio si erano battute per i diritti di tutti.

Come è riuscita a ricostruire la storia di Ilario?
Soprattutto cosa scrivere di Ilario? Di lui poco o nulla sapevo. Chissà se avrei trovato gli appunti di cui mi aveva parlato a Brescia, anni prima? Li abbiamo cercati per tanto tempo quei quaderni. Finalmente dopo molti anni mio fratello Sergio, che aveva pochi anni alla morte di Ilario, mi telefonò per dirmi che in un vecchio baule aveva trovato proprio gli appunti del babbo. Sono corsa a Brescia e in quello “scrigno” ho trovato molte cose: dalle vecchie pagelle a bollettini militari, corrispondenza partigiana, cartine geografiche militari, pubblicazioni, giornali, appunti sulla guerra di Spagna. Anche una autobiografia del 1950 in cui Ilario scrive di sé quasi in terza persona, tanto era schivo. Ho trovato anche un libretto su come costruire le armi, dove parla di “gelatina” esplosiva. Rileggo le lettere che mi scriveva, in cui cominciava “Mia cara Brunetta”. Era un uomo protettivo, non solo dalla fama di uomo inflessibile o “di ferro” che tutti ricordavano e che mi aveva seguito e perseguitato per anni.

Lei è anche giornalista, ha diretto a lungo Resistenza Libertà, la rivista di Anpi Ravenna. Cosa ha scoperto di suo padre attraverso queste ricerche?
Che al di là della fama di uomo e comandante intransigente e rigido era stato una persona premurosa, gentile e sensibile soprattutto verso i giovani. Un partigiano ravennate che lo aveva conosciuto in montagna, mi raccontò che Ilario insegnava alle reclute l’arte della guerriglia e come si costruivano le armi, dicendo loro, con atteggiamento protettivo, che non dovevano aver fretta di combattere, né di andare all’arrembaggio senza le dovute precauzioni. Mentre un compagno di Brescia mi ha confermato che anche alla Cgil era sempre stato di grande aiuto per i più giovani. Ilario era nato a Borgo-Paglia, Tipano, vicino a Cesena. Aveva seguito il padre emigrato in Francia a Bezon, nei pressi di Parigi. Rimasto orfano della madre a sei anni era stato richiamato e poi cresciuto in Italia da uno zio che viveva solo e aveva bisogno di essere aiutato nella lavorazione dei campi. Aveva fatto l’avviamento e due anni di Istituto tecnico. Impegnato nel lavoro agricolo dello zio, aveva dovuto lasciare la scuola ed era andato a La Spezia per frequentare un corso da radiotelegrafista, terminato nel 1936. Nell’agosto dello stesso anno, senza avvisare lo zio e i parenti di Tipano, lascia l’Italia attraversando il confine illegalmente. Va a trovare il padre che non vede da undici anni. E dopo un mese con altri volontari entra in Spagna, dove la guerra civile era già iniziata con il colpo di Stato di Francisco Franco il 17 luglio 1936. Inviato ad Albacete, apprende con tutti gli altri volontari i primi rudimenti della guerriglia e l’uso delle armi. Combatte a Madrid, a Casa de Campo, sull’Ebro, a Guadalajara, a Huesca, ad Arganda, a Cerro Rojo, a Caspe, in Estremadura… Contribuisce a fondare il battaglione Garibaldi, ricopre vari incarichi nella Terza Compagnia al servizio di armi e munizioni. Nel frattempo si iscrive al Partito comunista. Alla fine del 1938, a guerra ormai perduta, viene incluso in un gruppo di combattenti scelti per essere inviati in Francia. Qui fa attività politica per il Partito. Arrestato e messo in un campo di concentramento, riesce a fuggire nel sud della Francia dove, dopo un incontro con Giorgio Amendola, si decide di farlo rientrare in Italia. A Mentone viene arrestato e incarcerato a Forlì. All’inizio del 1942 è spedito a Ventotene.
E in seguito?

Alla caduta di Mussolini nel luglio del 1943 risale la penisola e rientra a Cesena. Dopo l’8 settembre comincia a organizzare le prime brigate partigiane. Dall’aprile del 1944 diventa il comandante della Ottava Brigata Garibaldi nelle colline del forlivese.

A chi è dedicato il libro?
L’ho dedicato non solo ai miei familiari, ma a tutti quelli che hanno combattuto, che sono stati in galera, che hanno scioperato, che sono stati costretti a prendere l’olio di ricino, che sono stati torturati, o sono morti per farci vivere in un Paese libero, democratico e repubblicano. Non erano necessariamente degli eroi, ma erano persone che avevano fatto azioni eroiche e avevano fatto una scelta: quella di stare dalla parte giusta della storia. Nel libro racconto di Olghina (mia madre Olga), dal sorriso dolce ma risoluto, che aveva rischiato la vita con la spensieratezza della sua gioventù. Racconto di mia nonna Emilia che dopo la morte del marito gestiva con mia mamma il Sale e Tabacchi di Pieve di Rivoschio, dove si riuniva la Ottava Brigata Garibaldi. La nonna faceva i calzerotti per i partigiani, li accoglieva e li sfamava all’occorrenza. Racconto di Gualdi, il compagno di Olga. E naturalmente di Ilario che, come ho già detto, ha ispirato il mio libro.

Pedro Sanchez ha detto: “Per la Spagna libera e democratica sarà un onore poterli chiamare compatrioti”. Che idea di Europa emerge da queste parole?
Emerge l’idea di una Europa federalista, compatta in difesa della democrazia, in un momento di minaccia e di involuzione in tutto il mondo. Una Europa unita negli ideali di progresso contro quella destra che in alcuni Paesi dell’Unione vuole restringere i diritti sociali, del lavoro, dell’uguaglianza, cancellare la memoria.
In un’epoca di crescente revisionismo storico, quale messaggio lancia questo riconoscimento spagnolo?
In Italia oggi questo governo sta cercando di cambiare la storia. Anche se sono anni che qualcuno punta a manipolare gli eventi storici resistenziali. Si vuole mettere fascismo e comunismo sullo stesso piano. Si sfrutta la comunicazione del ripetere la stessa cosa migliaia di volte, finché questa diventa vera. Tentando così di modificare la cultura del nostro Paese. Sanchez ha fatto un decreto non solo per concedere la cittadinanza ai figli e ai nipoti dei volontari di quella guerra civile di cui nel 2026 decorreranno 90 anni, ma anche per accelerare l’iter per lo scioglimento della Fondazione Francisco Franco (una istituzione privata che promuove l’eredità del dittatore), e per regolare l’elenco dei simboli e degli elementi contrari alla memoria democratica, perché siano ritirati senza scuse né ritardi.

Cosa chiederebbe alle istituzioni italiane alla luce di questo riconoscimento?
Di stare dalla parte dell’Europa, in difesa di una Europa unita e democratica, che ci ha dato 80 anni di pace. Soprattutto in un momento come questo di minaccia, di decadenza, di violenza e di guerre in tutto il mondo. Chiederei di mantenere l’equidistanza sia da Putin che da Trump.

Lei fa parte della generazione del dopoguerra, un trait d’union con chi ha combattuto…
Sono nata nel 1947, un filo rosso unisce la mia generazione del dopoguerra a quella della guerra. La mia generazione è stata fortunata. Abbiamo vissuto anni difficili, ma sempre ricchi di speranza. Abbiamo ricostruito città e paesi distrutti, insieme con chi aveva combattuto. Abbiamo superato la guerra fredda, il periodo del terrorismo, delle stragi rosse e nere. Ci sono stati momenti in cui solo il lascito della Resistenza ha impedito che il Paese andasse in frantumi. Abbiamo contribuito a trasformarlo realizzando la riforma del sistema sanitario nazionale, quella delle pensioni, la legge sul divorzio e sull’aborto, la legge Basaglia e così via. Avevamo tutta la vita davanti, liberi di scegliere il nostro futuro. Per noi che venivamo da famiglie comuniste il Partito è stato una palestra di vita, che ci ha indotto a grandi passioni, ci ha mobilitato alle discussioni e alla disciplina, a tenere la schiena dritta. Eppure quel Partito è stato anche altro: un partito moralista e stalinista, con errori e orrori, da cui sono state prese le giuste distanze.

Se dovesse racchiudere il senso di questa storia in un messaggio per le nuove generazioni?
Ai giovani direi di non rimanere indifferenti a ciò che succede intorno a loro. Perché la rassegnazione potrebbe dare spazio a nuove forme di autoritarismo, seppur con aspetti e modalità diverse dalle dittature del 900. Inviterei a fare scelte di vita come le fecero allora tanti giovani, con senso di responsabilità verso la società e di rispetto verso sé stessi. Noi abbiamo seguito il percorso del Sol dell’Avvenire. Mi piacerebbe che fosse così anche per i nostri giovani. Mi piacerebbe che si impegnassero attraverso la partecipazione attiva così da far ritornare la politica, quella buona, al centro del dibattito, in una società in cui la violenza sembra essersi normalizzata ed essere diventata unica leva del potere.
Linda Di Benedetto
Pubblicato lunedì 12 Gennaio 2026
Stampato il 10/02/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/bruna-tabarri-la-cittadinanza-spagnola-e-il-riconoscimento-della-nostra-battaglia-antifascista/





