
Di Marco Eftimiadi – il partigiano brindisino di nascita, assassinato ventitreenne dai tedeschi a Trieste nel 1944 – mi parlò per la prima volta il presidente dell’ANPI provinciale di Brindisi, Donato Peccerillo. Ne scrissi, dopo aver raccolto quasi tutto il materiale allora disponibile, nel libro a cui stavo lavorando, redatto a più mani e dedicato a figure di giovani che hanno animato la lunga vicenda dell’antifascismo pugliese (1).
Della storia di Eftimiadi mi colpivano in special modo due circostanze fra le altre: l’avere egli militato nella Resistenza in una città e in un territorio tanto cruciali (Trieste, il Confine orientale), per giunta luoghi a me cari per motivi familiari, e l’essere caduto a 23 anni, con altri cinquanta oppositori, in una delle più atroci rappresaglie naziste, le impiccagioni di via Ghega. Nel frattempo, avevo ben compreso lo stretto legame di parentela e di sentimenti che aveva congiunto la famiglia di Marco a quella dell’avvocato socialista brindisino Felice Assennato. Poiché al nipote di Felice, Giorgio Assennato, mi univa un’antica e cordiale amicizia, venne fra noi due naturale il discorso a proposito di Marco, di cui il padre di Giorgio, il parlamentare comunista Mario Assennato, era cugino di primo grado. Seppi così che il mio amico conservava un fascicolo di documenti, per lo più in copia, che gli derivava dal fratello del giovane ucciso, Salvatore (Toto), e nel quale erano raccolte alcune testimonianze inedite: le esaminai con lui e concordammo che esse fossero di notevole interesse. Devo inoltre esprimere gratitudine a Guido Zaccaria, che ha arricchito il quadro delle informazioni sulla famiglia Eftimiadi, desunte dalla propria storia personale: il nonno paterno che portava il suo stesso nome, Guido, era fratello della mamma di Marco. Assolvo ora, sia pure in ritardo, l’impegno che avevo assunto di ripercorrere la vicenda del giovane Eftimiadi dando conto dei documenti sinora non pubblicati, e ringrazio Giorgio Assennato che mi ha permesso di condividerli.

Marco Luca Eftimiadi nacque a Brindisi il 24 gennaio 1921 da Luca, un facoltoso commerciante albanese, e da Raffaella Zaccaria, figlia di uno spedizioniere doganale. Era il primogenito; dopo di lui nacquero Maria e Salvatore. Gli Eftimiadi, ellenofoni e con ascendenti greci, provenivano da Valona, situata nel Sud dell’Albania, non lontano dal confine con la Grecia. «Questi signori – ha scritto in una memoria privata il comandante Michele Carofiglio che li aveva conosciuti bene – possedevano una villa in una delle più incantevoli posizioni affacciantesi sul mare della baia di Valona […]. La località era chiamata Krio Nero (Aqua fresca) […] Il terreno intorno alla villa, digradante verso il mare, finiva a strapiombo sulle sottostanti acque limpide di colore blu» (2). Di questa proprietà immobiliare occorre prendere nota, poiché intorno a essa – come si vedrà – si è giocata nel trentennio vicino a noi una controversia intricata e dolorosa.

Gli Eftimiadi si erano trasferiti in Italia all’inizio del Novecento, impiantando una florida attività mercantile a Brindisi, quindi a Bari e infine anche a Trieste, dove in seguito si stabilirono definitivamente. La sorella di Luca, Theanò, andò in sposa a Felice Assennato, figura eminente del socialismo pugliese, primo deputato socialista eletto in Terra d’Otranto, nel 1921. Lo stesso Carofiglio lo ritrae con queste parole: «Distinto, occhi neri vivi, intelligenti, dal tratto signorile, ma affabile, modesto». Il giovane Marco aveva dunque respirato dall’infanzia un’atmosfera di avversione al fascismo, condivisa anche dagli Zaccaria, la famiglia della mamma, il cui fratello Guido Zaccaria avrebbe rappresentato nel 1943 il Partito socialista all’interno del CLN di Brindisi. Uno spirito cosmopolita, alieno da chiusure nazionalistiche, animava questo nucleo familiare italo-greco-albanese che aveva ripercorso le storiche vie di comunicazione fra Puglia e Venezia Giulia, già battute dalle navi della Società Adriatica, e a Trieste – città di confine, di per sé multinazionale – si era poi aperto allo scambio con le popolazioni slovene e croate.

Nel capoluogo giuliano Marco si iscrive all’università – siamo ormai a cavallo fra gli anni ’30 e ’40 – per conseguire la laurea in Economia e commercio. Tutto fa pensare che lo studente universitario si prepari, almeno nei desideri del padre, ad affiancare quest’ultimo nella gestione della ditta di famiglia. Si è conservata una lettera autografa di Marco, scritta a Roma nell’aprile 1942 e indirizzata a Luca, nella quale il giovane riepiloga alcuni contatti da lui presi nella capitale per il disbrigo degli affari paterni. D’altra parte, un documento dell’Istituto storico della Resistenza (Irsrec) del Friuli-Venezia Giulia attesta la sua partecipazione all’antifascismo attivo dalla fine del 1942 (3).

Anche dalla lettera di Zlata Primuš a Salvatore Eftimiadi, del 1945 – una testimonianza di grande rilievo, più avanti integralmente riportata – si evince che l’impegno antifascista di Marco risale a prima dell’8 settembre 1943, almeno a luglio dello stesso anno quando già corre il rischio di essere arrestato dai fascisti. Già allora il giovane Eftimiadi, in caso di occupazione tedesca a Trieste, si dice risoluto a unirsi «in bosco» ai partigiani, cioè, in quel momento, alle forze combattenti jugoslave. Dopo la destituzione di Mussolini avvenuta il 25 luglio 1943, l’antifascismo triestino rafforza le proprie file: Eftimiadi aderisce al Fronte della Gioventù, fondato dal dirigente comunista Eugenio Curiel (triestino di nascita); è in contatto con Laura Petracco e con il di lei fratello Silvano, collabora al giornale comunista Il Lavoratore. Dopo l’armistizio, i tedeschi s’impossessano del Friuli-Venezia Giulia e dell’Istria, costituendo la Zona d’operazioni del Litorale Adriatico (Adriatische Küstenland) di fatto annessa direttamente al Reich germanico. Contrariamente al desiderio da lui espresso, lo stato di salute di Eftimiadi non gli consente di andare “in montagna”: opera in città, nel GAP aggregato al IX Corpus dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo; lavora ai fogli clandestini e alla redazione del materiale di propaganda (4).

La notte del 1° marzo 1944, certamente «in seguito alla delazione di un rinnegato» (5), Marco è arrestato da «una decina di militi delle SS» (6) in una retata che porta alla cattura di numerosi altri membri della Resistenza. Viene rinchiuso nelle celle annesse alla sede del comando SiPo (Sichereitspolizei) in piazza Oberdan, dove si trovano camere di tortura. Successivamente, viene trasferito nel carcere del Coroneo. Sulla sua permanenza nelle segrete della SiPo si possono leggere molti dettagli nella testimonianza di Domenico Riva-Ribarič, arrestato perché sorpreso a tracciare «con la vernice simboli comunisti sulle auto parcheggiate» (7). La testimonianza è riferita in un saggio dello storico Roberto Spazzali (8). Riva descrive le anguste, affollate e luride cellette del bunker sotterraneo, circa una dozzina, prive di giacigli, di luci e di servizi igienici; ricorda di aver avuto compagni di cella uno sloveno ed Eftimiadi, il quale gli parlò delle sue origini albanesi e raccontò di essere stato arrestato perché trovato in possesso di un manifesto antitedesco. Sottoposto a interrogatorio, non rivelò i nomi di chi gli avesse dato quel manifesto; torturato, fu trasferito sofferente nell’infermeria del Coroneo. Riva, poi, dopo un passaggio nella Risiera di San Sabba, fu riportato nei sotterranei di piazza Oberdan e infine scarcerato pochi giorni prima del tragico 23 aprile. Nel frattempo, nello stesso mese, Laura e Silvano Petracco erano stati catturati e rinchiusi nel Coroneo.

Si è conservata una missiva di Marco prigioniero indirizzata ai genitori; non è compresa fra le carte Eftimiadi di Giorgio Assennato, ma è citata nella Storia dell’Università di Trieste da Anna Maria Vinci, a cui il documento è stato messo a disposizione sicuramente da Salvatore (menzionato con rilievo nei ringraziamenti). «Cara mamma e caro papà – scrive il primogenito di Luca e Raffaella – vi ringrazio per i due pacchi che mi avete mandato. Sono qui dalla settimana scorsa e non mi trovo male… Ho perso un po’ di peso ma non eccessivamente… Sono stato interrogato e dopo non ho saputo più nulla… Non è escluso che io debba andare a fare un viaggetto in Germania. Ti prego perciò di farmi avere quanto ti chiedo. Innanzitutto una valigia che non sia troppo grande e che non sia molto pesante. Poi un vestito pesante… una coperta… 4 salamini un po’ di burro che lo possa tenere in valigia… Mandami delle buone marmellate… Non preoccupatevi per me… scusate la calligrafia … non avevo un tavolo su cui scrivere…» (9). Si noti il tono reticente e quasi spiritoso della lettera, dovuto sia alla preoccupazione di non incappare nella censura, sia al desiderio di lenire l’angoscia dei genitori. L’aspettativa della deportazione in un Lager collocato nel territorio del Reich – a Mauthausen o a Dachau – era peraltro fondata, poiché si sapeva che questa era una destinazione frequente dei prigionieri politici o «triangoli rossi», e – nell’ignoranza di quali fossero le vere e angosciose condizioni in cui versavano i detenuti di quei campi – si poteva credere che esservi trasferiti fosse una sorte meno insopportabile.

Ma un’altra testimonianza – finora inedita, a quanto mi risulta – si aggiunge a quella di Riva, a illuminare i giorni di prigionia di Marco, gli ultimi della sua vita. In proposito Salvatore Eftimiadi ha lasciato nelle proprie carte una pagina dattiloscritta, datata 1997 e non firmata, ma certamente da lui redatta (10). «A fine febbraio [in realtà dovevano essere i primi di marzo] – scrive Salvatore – i miei genitori hanno ricevuto una lettera da mio fratello Marco, censurata dalle Carceri Giudiziarie di Trieste. Si trovava ricoverato all’infermeria del carcere, dopo essere stato molto duramente seviziato a sangue per sette giorni, nel bunker delle SS dei tedeschi in piazza Dalmazia [in realtà in piazza Oberdan, contigua a piazza Dalmazia]». Questa lettera sembra essere diversa da quella citata sopra: vi traspare un’ansia non dissimulata, Marco invoca un intervento di aiuto. Così prosegue infatti il breve memoriale di Salvatore: «Nella lettera fra l’altro [Marco] scrive: … “Dovete cercare di far parlare Ton con quel suo conoscente, che comandava il campeggio in Albania”». Entra in ballo a questo punto un personaggio destinato a calcare per lunghi anni la scena triestina: Ton Koka, nato a Cetinje in Montenegro nel 1918 (o 1917) da una famiglia di commercianti albanesi di Scutari, laureatosi proprio nel 1944 in Scienze politiche a Trieste, in seguito impegnato nel sostegno alla causa anticomunista in Albania e in Jugoslavia, amico di intellettuali albanesi e collaboratore dei servizi segreti americani, deceduto nel 2014 a 97 anni nel capoluogo giuliano (11).
A lui si rivolge Luca Efitmiadi, nel ’44, perché chieda al colonnello Bruno Carmeli, ufficiale influente nell’Albania occupata dagli italiani, con il quale Koka era in buoni rapporti, di intercedere presso i comandi tedeschi. L’intervento di Carmeli ottiene che Raffaella possa visitare il figlio nell’infermeria del Coroneo e che, subito dopo, il colonnello tedesco comandante della piazza convochi il prigioniero per fargli una proposta ultimativa. Nella conversazione del 1997 con Salvatore, Ton Koka racconta come siano andate le cose nel lontano 1944. Nel colloquio che si è svolto alla presenza di Carmeli, il colonnello tedesco avrebbe promesso a Marco di liberarlo in giornata se avesse fatto i nomi dei suoi compagni. «Il colonnello Carmeli – prosegue l’appunto di Salvatore – riferì al dottor Koka: “Ho visto il tuo amico Marco impavido, come se niente fosse successo. Ha risposto al colonnello tedesco con queste parole: ‘Signor colonnello, Lei ha la Sua ideologia e una responsabilità. Io ho la mia ideologia e il mio ideale; perciò non posso rivelare la cerchia degli amici con i quali io collaboro’”».

Il «colonnello Carmeli» è in realtà il capitano Bruno Carmeli, che risulta essere capo della centrale triestina del cosiddetto gruppo Baldo, una struttura di spionaggio al servizio dei tedeschi, finalizzata principalmente all’attività antipartigiana (12). Non facile è l’identificazione del «colonnello tedesco» menzionato nell’appunto. Trattandosi di una questione di esclusiva competenza del Servizio di sicurezza (SD, Sichereidienst), potrebbe trattarsi di Erasmus von Malsen-Ponikau, Brigadeführer delle SS a Trieste, grado considerato superiore a quello di colonnello. Questo stralcio di una rammemorazione intervenuta molto tempo dopo i fatti lascia intendere quale complesso di relazioni sia stato messo in movimento dagli Eftimiadi nell’aprile ’44, contando forse sulla speranza di indurre il giovane prigioniero a un passo che avrebbe potuto salvargli la vita ed evitargli la deportazione in Germania. Che Marco sia stato irremovibile, lo prova la sua tragica fine.

In effetti, la vita era a rischio ogni momento, mentre si combatteva una guerra senza esclusione di colpi di cui Trieste – sede di un campo di internamento e di sterminio, la Risiera – era uno dei teatri più cruenti. Il mese di aprile del ’44 segna una impennata delle azioni della Resistenza nel capoluogo giuliano, seguite da atroci rappresaglie contro ostaggi che, ovviamente, a quelle azioni non hanno preso parte. Il 2 aprile viene fatta esplodere una bomba nel cinema di Opicina, frequentato da militari tedeschi: sette sono le vittime dichiarate, 71 sono i prigionieri prelevati dal Coroneo – secondo la ben nota contabilità nazista di 10×1 (sempre approssimativa per eccesso) – e fucilati il giorno dopo nel poligono situato presso la stessa località del Carso (13).

È presumibile che le SS abbiano già stilato le liste dei condannati alle esecuzioni, da tenere pronte all’occorrenza: non si verifica, come a Roma dopo via Rasella, la frenetica corsa contro il tempo per mettere insieme gli elenchi. Venti giorni dopo l’attentato di Opicina, il 22 aprile, una bomba esplode in pieno centro a Trieste, all’interno della Casa del soldato tedesco (Deutsches Soldatenheim) insediata nello storico palazzo Rittmeyer in via Carlo Ghega 12. Muoiono cinque militari germanici: la rappresaglia sarà di 50 prigionieri, che in fin dei conti diventeranno 51; saranno impiccati il 23 mattina sulle balaustre dello scalone interno di palazzo Rittmeyer, ed esaurito lo spazio di queste saranno appesi anche alle imposte delle finestre e agli armadi, e lì lasciati per un giorno onde terrorizzare la città; a questa il massacro viene annunciato e giustificato come esecuzione di condannati a morte, ma la cittadinanza non è ammessa al riconoscimento dei cadaveri all’interno del palazzo (14).

Marco Eftimiadi – racconta Il Giornale di Trieste nel decennale dell’eccidio, è stato trascinato fuori dell’infermeria del Coroneo alle 7 di mattina, e – si narra – ha detto, rivolto a chi rimane, con voce ferma e senza odio: «Mi vendicheranno». Con Eftimiadi e molti altri giovani e giovanissimi (ventenni, sedicenni, undicenni), e con altre quattro donne, è stata impiccata anche Laura Petracco, ventisettenne. (Il fratello Silvano, ventenne, seguirà la stessa sorte il 29 maggio, per rappresaglia dopo l’uccisione di militari tedeschi a Prosecco.) I parenti degli ostaggi assassinati in via Ghega – dei quali 27 sono sloveni – nulla sanno della sorte dei loro cari; alcuni si recano regolarmente al carcere del Coroneo la mattina del 23, per consegnare qualche genere di conforto ai detenuti, ma viene loro detto che essi non sono più lì, senza ulteriori spiegazioni. Qualcuno riconoscerà il figlio o il fratello fra i corpi appesi alle finestre; gli altri sospetteranno, ma continueranno a sperare, magari nel ritorno da un campo di concentramento, e solo dopo la fine della guerra avranno contezza della straziante realtà.

Ciò sarà anche per i familiari di Marco. È il rimprovero rivolto da Zlata, compagna di studi, intima amica – e forse più che amica – del giovane universitario, al fratello di lui Salvatore che, a detta della ragazza, ha appreso per tempo la verità senza avere l’animo di rivelarla ai propri cari. È questo l’inizio della lettera di Zlata del 28 agosto 1945, che è forse il documento più prezioso conservato da Salvatore Eftimiadi e compreso fra le carte di Giorgio Assennato; il più prezioso perché coevo alla storia di Marco e perché traccia di lui un ritratto penetrante e commovente. Della lettera sono state pubblicate – a quanto mi risulta – soltanto poche righe e senza il nome della mittente, da Anna Maria Vinci, che evidentemente ha conosciuto il documento grazie a Salvatore Eftimiadi (15); perciò, credo opportuno riportare qui il testo integralmente. In croato «Zlata» significa «dorata, aurea», per questo motivo la ragazza di Albona, in Istria, si firma anche, tra parentesi, col nome italiano «Aurelia». Il cognome da lei indicato nell’indirizzo è Primuš: un cognome del Friuli (Primus), ma proprio ad Albona è attestata una presenza friulana e carnica di lunga data (16). Anche Zlata (Aurelia), dunque, è esempio vivente di un antico, forse difficile, ma certo fertile incontro di genti e di culture. Dalla lettera si apprende che Zlata ha condiviso le idealità di Marco, che è stata perseguitata dai fascisti, carcerata e internata in un campo di concentramento, che suo fratello è stato ucciso a ottobre del ’43 nella difesa di Pisino contro l’occupazione tedesca (sono le «foibe istriane» di settembre-ottobre 1943, quando circa 500 italiani, fascisti e non solo, furono uccisi dai partigiani jugoslavi, e subito dopo 1.500 sloveni e croati furono uccisi dai tedeschi sopraggiunti).

La lettera di Zlata. «Albona, 28 VIII 1945. Caro Toto, hai illuso per più di un anno tua madre e Maria [la sorella di Marco e Toto] e poi pure me per qualche tempo sebbene una zia allora mi avesse assicurato che Marco non era più vivo. È inutile dirti con quanto dolore debba scriverti questa lettera. Quel giorno stesso ho scritto a Sajaritz [?] pregandolo di far le ricerche per Marco ma non ho avuto nessuna risposta, allora ho pregato il presidente della Commissione per i delitti di guerra per la zona dell’Istria di farmi avere l’elenco dei 51 di via Ghega. Dopo tanto finalmente ieri ho avuto l’elenco datomi dal presidente il quale lo ha avuto dalla Croce Rossa Slovena di Trieste. “Elenco dei caduti per la libertà in via Ghega il 23 aprile 1944”.
«Il decimo nome è quello di Marco (17). Toto, io so che tu lo sapessi, questo me l’aveva detto mia zia, ma quel giorno non abbiamo potuto aver un minuto per parlare, da soli. Marco non è più, tu non puoi sapere che cosa era per me, e per che cosa gli volevo tanto bene, aveva ragione Maria di dirmi che io lo conoscevo meglio di voi, senza presunzione posso dirlo di averlo conosciuto meglio di nessun altro. Da quando ci siam conosciuti nel 1939 egli mi ha detto ogni suo sogno, aspirazione, dolore e gioia, lo sapevo che in casa era chiuso perché non lo comprendevate. Mi viene di scrivere molto di lui, ma ci vorrebbero dei fogli lunghi lunghi. Posso dirti che ho cercato sempre di indicargli il pericolo che correva, mia zia quando ero in carcere non ha voluto dargli l’indirizzo, ma non so dove l’ha pescato e il giorno stesso mi scrive la prima lettera in carcere come prima ho ricevuto la sua al campo di concentramento. Nel luglio del ‘43, quando ho avuto la licenza di esami, mia zia un giorno perché Marco non venisse con me e non si compromettesse, mi ha detto di aver sentito che lo arresteranno. Non mi ha dato ascolto come pure alla preghiera di non farsi vedere per strada con Nino. In quel periodo mi aveva detto che, se sarebbero venuti [sic] i tedeschi a Trieste, sarebbe andato nel bosco con i partigiani. L’ho visto l’ultima volta il 4 agosto del ’43, il 5 mattina partii per il campo di concentramento e l’ultima sua lettera ricevetti il 24 scritta il 17 agosto da vicino Pavia [?] dove era stato a trovare Terdi [?]
«Ritorno il 5 maggio 1945 a Pola dove, dopo tanto tempo e tanto felice dopo due giorni mia cognata mi dà la brutta notizia. Toto è terribile. Mi sento degna e fiera di essere stata la sua compagna di idee e studi e sua confidente e di aver avuto la comprensione di un tale eroe, sì Marco è un eroe siatene tutti fieri. Le ore più felici da quando sono tornata al mio paese, credimi erano quelle poche trascorse insieme a voi allora a Trieste. Da allora non sono più ritornata. Ho tanto lavoro, lavoro con gioia e voglio collaborare perché si realizzi un mondo come lo voleva Marco, mio fratello caduto nell’ottobre 1943 difendendo Pisino dai tedeschi, e milioni d’altri. Ti prego di farmi sapere se mamma, papà e Maria lo sanno e in quale modo l’han saputo, io non mi sento di indirizzare loro questa lettera. Spero di venire per un po’ di giorni a Trieste, allora potremo ricordarlo insieme e parleremo a lungo. Avete fatto qualcosa per seppellirlo a parte? Ti prego come ti avevo chiesto di mandarmi qualche sua ultima fotografia. È doloroso scrivere questo, caro Toto, Marco ha dato la sua vita perché simili cose non succedano, ho fede che un giorno forse ciò si avvererà, perché il buono e il bene e il giusto deve trionfare. Marco non è la prima né l’ultima vittima, ma il suo contribuito non è stato invano, sii certo è triste per me scrivere queste righe, sapendo ancor più che adesso avrebbe gioito e sarebbe stato ancor più utile.

«Attorno a me sento un tremendo vuoto perché, devi sapere che oltre Marco ho perso il più caro fratello la mamma ammalata e la casa, le persone e cose più care al mondo. Rimango a continuare l’opera di Marco, perché il suo sangue non sia versato invano. Zlata (Aurelia). Rispondimi». Segue l’indirizzo di Zlata Primuš ad Albona. Con questa lettera si suggella in un certo senso la storia di Marco Eftimiadi e della sua fine tragica, svoltasi tutta all’interno di un piccolo triangolo di piazze e strade nel cuore della Trieste teresiana, fra piazza Oberdan, via Ghega, via del Coroneo e piazza Sant’Antonio (dove al civico 2 era l’abitazione degli Eftimiadi, presso la chiesa serbo-ortodossa). Ma c’è un epilogo a cui è necessario accennare. Un epilogo da un lato doveroso e giusto, che segna una continuità nella storia fin qui raccontata: la memoria che l’antifascismo triestino e brindisino ha dedicato a Marco, nelle epigrafi, nelle commemorazioni, negli studi storici; la laurea ad honorem conferita dall’Università triestina alla memoria sua e di altri studenti caduti nella lotta di Liberazione (a Marco mancava soltanto un esame); la borsa di studio istituita dal rettore per iniziativa e con il contributo finanziario di Luca Eftimiadi.

Ma vi sono i nodi irrisolti e dolenti. Guido Zaccaria mi ha raccontato la tristezza e la rabbia di Maria quando il Msi tenne un comizio con Giorgio Almirante proprio in piazza Sant’Antonio, davanti alla casa degli Efitimiadi: lei sbarrò le finestre, ma non poté impedire al tronfio gracchiare dell’altoparlante di infilarsi in quelle stanze dove era vissuto il giovane partigiano. Che cosa penserebbe Maria oggi? E poi c’è il caso surreale della Fondazione Luca e Marco Eftimiadi. Dopo la guerra, il nuovo regime comunista albanese aveva espropriato la villa e il terreno degli Eftimiadi a Valona, e lì era sorta la residenza estiva del leader Enver Hoxha. Alla caduta del comunismo, il governo democratico promise la restituzione delle proprietà ai precedenti titolari: Salvatore chiese di rientrare in possesso della villa di famiglia per farne la sede della istituenda fondazione con fini sociali e culturali senza lucro. La richiesta fu formalmente accolta, ma poi nel controllo della fondazione si introdussero personaggi agganciati a gruppi di potere, con finalità tutt’altro che benefiche. Nel 2000 anche due studiose legate all’ANPI triestina scrissero al vice primo ministro albanese caldeggiando l’accoglimento del genuino progetto dei familiari di Marco Eftimiadi (la lettera è in copia fra le carte di Giorgio Assennato). Si è aperto un complicato contenzioso, ereditato dopo la morte di Salvatore avvenuta nel 2008 (18) da Francesco Zaccaria suo cugino di primo grado, e poi dal figlio di questi, Guido. La tormentata vicenda è ancora in corso.

C’è da augurarsi che la Fondazione Luca e Marco Eftimadi possa entrare finalmente in funzione e contribuire così a ricordare degnamente il nome del giovane combattente morto per la libertà. Diciannove anni dopo l’abietta esecuzione, il comandante Carofiglio ebbe a comporre, nella testimonianza sopra ricordata, una sorta di poetico epitaffio: «Crudele fu la sorte dei coniugi Eftimiadi. Il giovane e indimenticabile loro figlio Marco, fu dai barbari sacrificato in una piazza di Trieste. […] Sono ancora oggi commosso di parlare del giovane Marco e non posso fare a meno di compiangere insieme ai suoi la tragica e immatura fine di quel giovane ricco di belle speranze».
Pasquale Martino, presidente onorario, già presidente provinciale ANPI Bari
NOTE
(1) Ribelli per la libertà. Giovani di Puglia nella Resistenza antifascista, Radici Future produzioni, Bari, 2021.
(2) Ricordi, dattiloscritto datato «Bari, 9/9/63» e firmato «comandante Michele Carofiglio, Bari, della Società Adriatica di Navigazione» (carte Eftimiadi-Assennato); vi si narrano con una certa ampiezza le vicende della famiglia Eftimiadi. La figura del comandante Carofiglio era ben nota anche nella mia famiglia, grazie alla amicizia di lui con mio nonno Pasquale Andriani, a sua volta comandante di navi della società di navigazione Puglia e poi dell’Adriatica.
(3) IRSREC, Ufficio Storico, documento n° 2825 del 07. 11. 1952, citato nel sito ANPI Brindis
(4) IRSREC, Dizionario della Resistenza alla frontiera alto-adriatica 1941-1945, a cura di Patrick Karlsen, Gaspari, Udine, 2022, s.v. Laura Petracco, pp. 184-185.
(5) «Il Giornale di Trieste», 17 aprile 1954; citato nel sito ANPI Brindisi (si veda nota 3).
(6) Si veda nota 3.
(7) Claudia Cernigoi, Memoria della Resistenza: Trieste, piazza Oberdan. Lo stesso Riva sarà chiamato, il 25 aprile 2000, a scoprire una lapide commemorativa sul muro dell’edificio che ospitava la polizia politica nazista (ivi).
(8) Ampiamente riportato nel sito Anpi Brindisi (si veda nota 3).
(9) Anna Maria Vinci, Storia dell’Università di Trieste: mito, progetti, realtà, «Quaderni del Dipartimento di Storia – Università di Trieste», 4, 1997, p. 359; lo stralcio della lettera è riportato anche in un altro scritto della stessa autrice, Studenti e docenti nella Resistenza, compreso in una pubblicazione dell’Università triestina e riprodotto in fotocopia fra le carte Eftimiadi-Assennato.
(10) Da una conversazione con il dott. Ton Koka, 18 ottobre 1997 (carte Eftimiadi-Assennato).
(11) Se ne legga la scheda biografica in «Bulletin de l’association des anciens élèves de l’Institut national des langues et civilisations orientales», dicembre 2007, p. 80.
(12) Si veda quanto risulta a Claudia Cernigoi.
(13) Si veda la scheda compilata da Giulio Liuzzi per l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.
(14) Fra le molte ricostruzioni dell’attentato e della rappresaglia di via Ghega citiamo ancora la dettagliata scheda dell’Atlante delle stragi (redatta da Giulio Liuzzi), che però non offre l’elenco completo delle vittime impiccate (mancano fra gli altri Marco Eftimiadi e Laura Petracco), e «Il Giornale di Trieste» del 17 aprile 1954, che invece si sofferma sul giovane italo-albanese. Su veda anche Dizionario della Resistenza alla frontiera alto-adriatica, cit. p. 122. La dinamica dell’attentato è approfondita da Marina Rossi nel documentario dell’IRSREC Gli impiccati di via Ghega, 1944, 2010.
(15) Anna Mari Vinci, Studenti e docenti nella Resistenza, cit. (si veda nota 9).
(16) Le relazioni tra Friuli e l’Istria fra tardo medio evo e prima età moderna, «Quaderni giuliani di Storia», a. 40, n. 2, luglio-dicembre 2019, pp. 548 e sgg.
(17) Tredicesimo nell’elenco in ordine alfabetico del Sacrario dei caduti di via Ghega.
(18) Il 4 novembre 2008 «Il Piccolo» pubblicò il necrologio dei cugini Assennato e Zaccaria per Salvatore deceduto quattro giorni prima. Con «Toto» era scomparso l’ultimo degli Eftimiadi. Per il necrologio e in generale per tutta la «saga degli Eftimiadi» si veda Paolo Muner, La speranza dell’Albania (Albanesi di Trieste), Botimet Jozef, Durazzo, 2015, pp. 382 sgg.
Pubblicato mercoledì 22 Aprile 2026
Stampato il 22/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/il-ragazzo-che-non-tradi-marco-eftimiadi-impiccato-a-trieste-nel-1944/






