Un assedio mortale contro Cuba. Questa è la realtà drammatica che si sta determinando dopo gli attacchi del presidente Trump che ha definito l’isola una “minaccia insolita e straordinaria” e ha tagliato tutti i rifornimenti di petrolio venezuelano. Trump ufficializza così la nuova dottrina Monroe, dimostrando che può tranquillamente mettersi sotto i piedi il diritto internazionale per curare gli affari del cortile di casa.

È necessaria una mobilitazione internazionale per difendere Cuba e la sua storia. La Cgil, con l’Anpi, l’Arci, Nexus e Italia Cuba, rilanciano per questo la campagna “Energia per la vita” che era partita nel settembre dello scorso anno.

Oggi, Cuba torna al centro dell’attenzione internazionale non per una proposta alternativa di società, ma per una crisi che mette a nudo la fragilità materiale su cui quel simbolo si regge. La crisi energetica in corso – pesantemente aggravata dall’interruzione delle forniture di petrolio venezuelano e dalle nuove pressioni statunitensi – non è solo un problema tecnico o economico: è un evento profondamente politico, che riattiva vecchie linee di conflitto e vecchi linguaggi di potere.
Il richiamo alla rivoluzione del 1959 non è retorico: il simbolismo cubano ha da sempre incarnato l’idea di una sfida ai rapporti di forza globali. Oggi, però, l’isola sembra confrontarsi con una realtà molto diversa da quella sognata dai giovani barbudos: la lotta non è più contro un apparato coloniale, ma contro meccanismi di pressione economica e geopolitica che possono avere effetti immediati sulla sopravvivenza materiale della popolazione.
La decisione degli Stati Uniti di definire Cuba una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale e di minacciare sanzioni contro chiunque fornisca petrolio all’isola, ha un valore che va oltre l’efficacia immediata. È un atto simbolico che riafferma una gerarchia globale: il messaggio è che nessuna sopravvivenza materiale è neutra, che anche l’energia – oggi più che mai – è uno strumento di controllo politico. In questo senso, il blocco energetico assume il carattere di una “pedagogia della potenza”, rivolta non solo all’Avana ma a tutti coloro che potrebbero essere tentati di sottrarsi all’ordine imposto. La dipendenza di Cuba da un sistema energetico obsoleto, basato su centrali termoelettriche di progettazione sovietica e su importazioni esterne, è il risultato di una storia lunga, fatta di alleanze, isolamento e adattamenti forzati. In questo senso l’attuale crisi si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà storiche: negli ultimi anni, la riduzione delle forniture venezuelane, problemi infrastrutturali interne e le conseguenze di eventi come l’esplosione nelle riserve petrolifere di Matanzas nel 2022 avevano già messo in evidenza la vulnerabilità energetica dell’isola.
Ma la scarsità di petrolio – stimata in poche settimane di autonomia – trasforma questa dipendenza in una leva politica immediata. I blackout, i trasporti paralizzati, la difficoltà di garantire servizi essenziali non sono semplici effetti collaterali: incidono sulla legittimità sociale, sul patto implicito fra Stato e popolazione, sulla capacità del progetto cubano di continuare a presentarsi come orizzonte di senso. In poche parole Trump punta a far collassare Cuba. Secondo i dati del servizio di monitoraggio della società belga Kpler, ripresi dal Financial Times, Cuba dispone di petrolio sufficiente a malapena per 15-20 giorni. Ed è qui che il nodo politico-culturale diventa evidente. Cuba non è solo un paese in crisi energetica. Il linguaggio dell’epica degli anni passati lascia spazio a quello dell’emergenza. Non è un passaggio neutro: segna uno slittamento profondo nel modo in cui l’isola può essere pensata, raccontata, immaginata.

Eppure, proprio per questo, Cuba continua a interrogare il mondo. In un’epoca in cui le transizioni energetiche vengono celebrate come inevitabili e virtuose, l’isola mostra il volto materiale e politico dell’energia: la sua distribuzione diseguale, il suo uso come strumento di pressione, la sua capacità di ridefinire rapporti di forza. La crisi cubana ricorda che non esiste transizione senza potere, né sostenibilità senza giustizia geopolitica. Forse l’“assalto al cielo” non è più all’ordine del giorno, ma la storia di Cuba – oggi come ieri – continua a porre una domanda scomoda: chi decide chi può vivere e produrre, mangiare e illuminarsi? In questa domanda, più che in qualsiasi nostalgia rivoluzionaria, risiede ancora la forza simbolica dell’isola.
Andrea Mulas, storico
Pubblicato venerdì 13 Febbraio 2026
Stampato il 13/02/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/lassalto-al-cielo-67-anni-dopo-contro-lassedio-usa-di-cuba-riprende-la-campagna-di-solidarieta/








