
È un tributo politico e morale alla storia sommersa di Peppe Valarioti, il primo omicidio ’ndranghetistico in Calabria, quello di “Medma non si piega”, film-documentario del giornalista Gianluca Palma, prodotto da Ugly Films e ANPI comitato provinciale di Reggio Calabria, in collaborazione con la Casa del Popolo Valarioti e Officina N. 8, presentato per la prima volta a Roma l’11 aprile al Nuovo Cinema Aquila – bene confiscato alla Banda della Magliana, di recente, e ancora una volta, bersaglio di atti vandalici e intimidatori – nell’ambito del Festival delle Terre, organizzato dalla ong Centro Internazionale Crocevia.

Siamo negli anni Settanta e Peppe Valarioti è in prima linea a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, nel più grande movimento di braccianti e di raccoglitrici di olive che lottavano contro il potere della ’ndrangheta che vuole infiltrarsi negli appalti pubblici generati dal cosiddetto Pacchetto Colombo, varato dall’omonimo governo per sedare i violenti moti fascisti di Reggio Calabria promettendo sviluppo industriale in cambio della rinuncia al ruolo di capoluogo regionale. Era il 25 aprile 1975, quando Giulio Andreotti, ministro alla Cassa per il Mezzogiorno, è a Gioia Tauro – che con Rosarno fa parte della Piana che affaccia sulla costa tirrenica – per l’inaugurazione del cantiere del Polo Siderurgico che non verrà mai costruito. Farà parlare in questa occasione la presenza di esponenti del clan mafioso dei Piromalli. Lo stesso Andreotti dirà in seguito: “I calabresi hanno ragione di diffidare perché spesso alla prima pietra non segue la seconda”. Pochi anni dopo, nel 1978, 30mila calabresi, con Valarioti in testa, manifestano a Roma chiedendo ciò che spettava loro di diritto: il lavoro.

Sono altresì gli anni di Enrico Berlinguer, dell’austerità e della questione morale e anche per Valarioti bisognava avere le “mani pulite”, espressione che qualche decennio dopo indicherà l’inchiesta giudiziaria che proverà l’esistenza di un sistema di tangenti e corruzione tra la politica e l’imprenditoria e che porterà alla caduta della Prima Repubblica e allo scioglimento della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista. Ma Valarioti non lo ha mai potuto sapere perché venne stato ucciso in un agguato ’ndranghetistico l’11 giugno 1980; era divenuto scomodo per tante ragioni. A distanza di poco tempo, il secondo delitto di stampo politico-mafioso in Calabria: il 22 giugno veniva ammazzato Giovanni Losardo, amministratore comunista del comune di Cetraro e funzionario della procura della Repubblica di Paola, in provincia di Cosenza.
“Da sindacalista fonda la Lega per l’occupazione e si impegnò nella cooperativa Rinascita, una delle prime esperienze associazionistiche nel settore della produzione e della trasformazione agrumicola che diede la possibilità ai contadini di trasformare in benessere la loro fatica”, spiega il regista Gianluca Palma che ha impiegato quattro anni per produrre questo docufilm composto da una pluralità di voci che materializzano l’operato del segretario della sezione del Partito Comunista Italiano di Rosarno, eletto anche nel Consiglio comunale.
Una scelta di campo, quella comunista, che significò prendere posizione ancora una volta contro le cosche, perché la ‘ndrangheta aveva provato a infiltrarsi nelle liste elettorali di tutti i partiti, ma solo il PCI aveva tentato di fare muro. “Peppe Valarioti è arrivato prima della magistratura – dice nel film Ezio Ciconte, già esponente della Commissione parlamentare antimafia dal 1997 al 2010 – perché lui conosceva la ’ndrangheta e i suoi esponenti e sapeva che doveva combatterli”. Infiltrazioni del clan malavitoso dei Pesce ci furono anche nella cooperativa Rinascita.

La morte di Peppe Valarioti non avrà giustizia neanche dopo anni di processi, tra prove indiziarie e sentenze di assoluzione. Con lui altre 196 vittime innocenti di ’ndrangheta cadute nell’oblio. “Al tempo non esisteva il delitto di associazione mafiosa, introdotto nel 1982, subito dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa”, afferma il sostituto procuratore Direzione Nazionale Antimafia, Giovanni Musarò, presente alla proiezione. “Quella norma che ha cambiato la storia dei processi italiani è la 416 bis, pensata per Cosa Nostra. Nell’ultimo comma era scritto che si applica anche alla camorra e a tutte le altre associazioni che perseguono i fini delle associazioni mafiose. Ma la parola ’ndrangheta fu prevista solo nel 2010” continua Musarò. Attraverso i processi si sono accertate la sua struttura, la natura unitaria e l’esistenza di un organo di vertice con le sue articolazioni territoriali in tutto il mondo. “Fra gli addetti ai lavori – conclude il procuratore – è dato pacifico che da 25 anni la ‘‘ndrangheta è senza alcun dubbio l’organizzazione mafiosa più forte, più ricca, più infiltrata”. Ma mentre dei sanguinari si conosce tutto – o si indaga per conoscerli – delle vittime non si sa nulla. Per questo il docu-film acquista ancora più potenza.

E lo raccontano, da insegnante quale era, che parlava di filosofia e di archeologia come beni comuni e dispositivi contro le ingiustizie, convinto che un modo efficace per creare al Sud una cultura civile fondata sulla solidarietà e sulla giustizia fosse raggiungibile in primo luogo attraverso l’insegnamento, la trasmissione di un sapere basato sul rispetto. Elevando l’istruzione a strumento di riscatto sociale, a livello individuale, e di sviluppo, a livello di collettività. Una visione straordinaria se si considera che in Calabria, nel 1971, la media di anni di istruzione per abitante sfiorava i 5 mentre in altri Paesi, quali Francia e Germania, si aggirava attorno ai 10-11 anni, come rileva l’Istat (Il lungo cammino dell’Istruzione-Istat).

“Un alto modo di intendere e attuare la politica illuminato dal faro dell’Antica Medma magnogreca” – si legge nella presentazione dell’iniziativa – nata tra il VII e il VI secolo a.C. sulle sponde del fiume Mesima che per Valarioti non poteva – e non doveva – piegarsi al giogo delle ’ndrine. La sua voce lo spiega nel film, grazie ad audio inediti donati dalla famiglia, dall’ex alunno Bruno Caridi e dalla fidanzata Carmela Ferro.

“Peppe lottava per la riapertura della biblioteca, per un parco archeologico (che vedrà la luce solo nel 2023 per via di alcuni cittadini che hanno tentato attività speculative, come riporta il sito ufficiale Museo e Parco Archeologico di Medma – Direzione generale Musei, ndr) – spiega la donna di fronte ad una platea che si commuove con lei – diceva che non dovevamo cedere al fatalismo e immaginare nuove prospettive per la nostra terra. Non era scontato avere fiducia nel futuro”.

Infuocato dalla passione politica e dai profondi convincimenti democratici, “Valarioti non si è rassegnato a ciò che accadeva – dice Vincenzo Calò, della segreteria nazionale ANPI e responsabile Centro-Sud, nell’intervento di chiusura dopo la proiezione – E qui c’è il punto di incontro con quello che ho chiamato un partigiano moderno: la lotta contro le ingiustizie, contro la criminalità organizzata, le disuguaglianze, ma soprattutto contro l’indifferenza. Essere dalla parte giusta vuol dire parteggiare perciò partigiani” continua, citando Gramsci, mentre uno scroscio di applausi irrompe appassionato.
“È una storia sommersa perché a Rosarno non si doveva parlare di Peppe Valarioti – afferma Giuseppe Pugliese dell’associazione SOS Rosarno – perché era una vergogna, così come non si deve parlare della statua al centro di piazza Valarioti dedicata a tutte le vittime di mafia perché da un’immagine negativa del comune. E per la stessa ragione non si deve parlare delle rivolte” chiosa il fondatore della rete di piccoli produttori agricoli e braccianti italiani e immigrati nata per contrastare il caporalato e lo sfruttamento lavorativo nel comune calabrese sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1992, nel 2008 e nel 2021. “La sua uccisione ha creato uno spartiacque nella storia prestigiosa del Comune, come le lotte contadine – prosegue Pugliese – stabilendo un clima di terrore e trasformando il territorio in un buco nero dove le questioni non sono chiare e definite, con un ritorno al latifondo dove la malavita sta acquistando gli appezzamenti terrieri”.
E allora continuiamo a promuovere il docufilm “Medma non si piega”, che reclama legittimamente attenzione e visibilità. Perché è prima di tutto un atto di resistenza contro il silenzio che le regole malavitose impongono. Perché racconta “di un atto di resilienza”, come ha detto Domenico Bottiglieri, classe 2003, uno dei più giovani pronipoti di Valarioti, la cui parabola politica è raccontata anche da importanti immagini di repertorio, come quelle del trigesimo della sua morte che vedono la presenza di Pietro Ingrao che lo definisce “un morto che appartiene a tutti” o come quelle del 2011, quando a Rosarno si manifestò contro lo sfruttamento lavorativo e il corteo si fermò davanti casa di una madre ultranovantenne che non ha mai saputo chi fossero i sicari di suo figlio, emblema dimenticato della lotta contro la ‘ndrangheta.

Ma soprattutto è importante conoscere la storia di Peppe Valarioti perché dimostra “come un altro Sud non solo è possibile ma c’è sempre stato”.
Mariangela Di Marco, giornalista
Il trailer del docufilm “Medma non si piega”
Pubblicato giovedì 16 Aprile 2026
Stampato il 16/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/medma-non-si-piega-peppe-valarioti-le-domande-su-quella-vita-spezzata-che-un-docufilm-riconsegna-alla-calabria/






