Dal film di Rossellini “Germania anno zero”

“Tutto era stato distrutto. C’erano solo pile di macerie sulla destra e sulla sinistra di quelle che un tempo erano delle strade. Tutti i giorni dovevamo camminare tra le macerie per andare dall’accademia alla mensa, circa due chilometri tra andare e tornare”. Con queste parole Gerhard Richter ricorda la sua giovinezza.

Nato a Dresda nel 1932 da una famiglia “semplice, ordinata, strutturata” che, come tante allora, ha rapporti complessi con il regime nazista. Dal 1942 è obbligato a iscriversi al Pimpfen, l’organizzazione che prepara i bambini alla Gioventù hitleriana; ancora troppo giovane per essere arruolato nell’ultimo anno di guerra, ma testimone consapevole dei bombardamenti della città.

(flash—art.it)

All’arrivo a Dresda le truppe sovietiche occupano le case delle famiglie più abbienti, a cui sequestrano le biblioteche che mettono a disposizione dei giovani. È su quei libri, essenzialmente di autori stranieri, che il giovane Richter dà forma alla sua cultura internazionalista. La maturazione come artista inizia all’accademia di Düsseldorf, quando tra i suoi insegnanti arriva Joseph Beuys, uno degli esponenti più noti e significativi del movimento internazionale Fluxus. Beuys è stato combattente nella seconda guerra mondiale e prigioniero degli inglesi. Oltre all’esperienza della guerra li accomuna il desiderio della pace e l’interesse per un’arte dalle forti finalità sociali.

Gerhard-Richter-Birkenau 937, 2014, olio su tela 200 x 260cm

Nei primi anni Sessanta Richter espone fotografie e copie di fotografie dei lager nazisti. Nel 1997 replicherà il tema con il ciclo Holocaust; opere ora conservate allo Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau München di Monaco, in Germania. Immagini crude che riprendono gli internati nei campi di concentramento nella loro magrezza, nudità, miseria, paura, fame e terrore. Foto che non lasciano dubbi sulla crudeltà dei loro carnefici. Questo periodo e queste esperienze esistenziali non si sono mai sopite nell’animo del pittore e ciclicamente riappaiono nella sua produzione.

Come ogni artista, anche Richter vive periodi di cambiamento e di evoluzione stilistica, attraversando momenti nei quali alterna la maturazione espressiva a quella delle forme linguistiche e tematiche.

Richter, 2013, schizzi per Birkenau

Le foto, un tempo replicate con la pittura, si sono rese più sfocate, come i ricordi, che da nitidi si fanno sbiaditi man mano che si allontanano, fino a uscire dalla memoria. Sebbene le sue opere nel tempo si siano fatte più geometriche e astratte, i ricordi più infelici non lo hanno mai abbandonato. Nella vita le tristi esperienze si riaffacciano sempre, magari confuse, forse non più rispondenti alla realtà vissuta e non sempre congruenti con i documenti storici. Una forte e toccante vita vissuta ci invita a scavare per ricercare i ricordi nella nebbia che avvolge la memoria più lontana. E così ha fatto il grande pittore tedesco.

Richter, Birkenau, 937

Dipingere per mantenere viva la memoria: questa, per ogni artista, è l’unica possibilità per impedire che il tempo accompagni le persone in uno stato di intorpidimento verso quanto storicamente accaduto, affinché quell’orrore non abbia più occasioni per ripetersi.

Se l’arte si appresta a essere una testimonianza tanto forte, la memoria non può non essere condivisa con tutti. Richter ha quindi deciso di lasciare alla Galleria nazionale di Berlino, in comodato permanente, i dipinti della serie Birkenau. Le opere, realizzate nel 2014 – ora esposte al Metropolitan museum di New York all’interno della retrospettiva Painting After All – riprendono il dialogo tra fotografia, come oggettiva rappresentazione della realtà, e pittura, quale esplicitazione di personali sentimenti e soggettive sensazioni. La finalità è raffigurare gli eventi tragici dell’Olocausto per non scordare un “esemplare crimine contro l’umanità”. Prima che negli Stati Uniti, la mostra è stata esposta al Bundestag, come monito al popolo tedesco per quanto accaduto.

Quattro fotografie scattate di nascosto nell’agosto del 1944 da un membro del Sonderkommando del crematorio V del campo Auschwitz-Birkenau stanno alla base del ciclo Birkenau: due istantanee, riprese da un edificio del campo, mostrano la cremazione di corpi accatastati sulla soglia di una foresta e le altre due, riprese all’aperto, svelano un gruppo di donne spinte verso la camera a gas.

Gerhard Richter e una delle sue opere della serie Birkenau

Le foto sono state inizialmente trasportate su grandi tele (200 x 260 cm) e poi, rispondendo alla sua tecnica espressiva, Richter è intervenuto pittoricamente, dapprima rinforzando l’immagine figurativa, poi sovrapponendo uno strato materico di colore, come a cancellarle, a farle quasi sparire alla visione.

Birkenau

Successivamente, raschiando la materia colorata, ha riportato alla luce alcuni frammenti, come a ricercare nella memoria un ricordo svanito nella nebbia e nel buio della storia; poi ancora ha sovrapposto un altro strato di colore, per poi ancora asportare la materia dalla superficie fino a far riemergere il senso del dramma di tutti i deportati nei campi di sterminio. Macchie di rosso che segnano la tragedia del sangue versato, macchie di verde per simboleggiare i campi e la foresta, oltre i quali c’erano la libertà e gli affetti familiari. Una superficie “scavata” per far riaffiorare alcuni elementi figurativi che, con attenzione, si possono intravvedere nella pittura di fondo; sottili e aleatori segni di una flebile memoria che va rinforzata, consolidata e fatta conoscere.

Diego Collovini, docente di storia dell’arte moderna all’ABA G. B. Tiepolo di Udine, componente del Comitato nazionale Anpi