Ci sono momenti in cui la storia smette di essere un capitolo chiuso nei libri e torna a parlare con urgenza al presente. È quello che accade quando le parole di Sandro Pertini – “svuotiamo gli arsenali, colmiamo i granai” – pronunciate nel suo discorso di insediamento come Presidente della Repubblica, risuonano oggi con una forza quasi profetica. In un’epoca segnata da conflitti globali e crescenti disuguaglianze, quella frase semplice e diretta diventa un manifesto di attualità bruciante. A riportarla al centro del dibattito pubblico sono Daniele Ceccarini e Mario Molinari con “Il Settimo Presidente”, documentario dedicato alla vita di Sandro Pertini, che ha chiuso la 66ª edizione del Festival dei Popoli di Firenze con una prima assoluta al cinema La Compagnia, seguita da una mattinata civile con lo storico Stefano Caretti e Valdo Spini.

I registi e produttori Dniele Ceccarini e Mario Molinari

La storia di come Ceccarini e Molinari sono arrivati a Pertini passa attraverso un’altra figura straordinaria: Rino Della Negra. “Abbiamo scoperto questa storia attraverso una ricerca che stavamo facendo con Bianca su dei suoi parenti di origine francese emigrati durante il fascismo”, racconta Ceccarini. “Siamo arrivati a scoprire questa storia incredibile di Rino Della Negra, un giovane calciatore e partigiano che era quasi totalmente sconosciuto in Italia. Da lì abbiamo capito che il documentario era il mezzo migliore per raccontare questo tipo di storia e ne ho parlato con Mario”. Il film su Rino, presentato in anteprima a Parigi in occasione degli ottant’anni dalla sua morte, ha ricevuto premi internazionali e ha permesso ai due registi di entrare in contatto con la famiglia del giovane partigiano e con la tifoseria della Red Star, che ancora oggi ne tramanda la memoria. “Abbiamo incontrato la famiglia di Rino, la tifoseria della Red Star, gli scrittori. Questo contatto che si crea attraverso un documentario permette di dar voce ai testimoni”, spiega Ceccarini.

L’idea del documentario su Pertini è nata invece da Giovanna Servettaz. “Parlandone abbiamo pensato che fosse una storia da raccontare, necessaria in questi tempi”, continua Ceccarini. “L’affinità tra i due lavori è che in entrambi i casi abbiamo pensato fosse necessario raccontare.”

Molinari, giornalista televisivo e direttore del quotidiano online La Nuova Savona, aggiunge una riflessione importante sul loro metodo di lavoro: “Il documentario quando è autoprodotto ti offre quella libertà assoluta di scegliere tu chi intervistare, di scegliere tu le domande, di condensare il pensiero di chi intervisti magari in poche parole, però fedeli al concetto, all’idea, al valore. Non sono estetica, non sono storielle, non sono romanzi tradotti in video, ma sono pezzi di verità, pezzi di verità montati e elaborati in totale libertà e con totale buona fede.” Quando si chiede loro quali aspetti culturali e storici hanno voluto trasmettere, la risposta è immediata. “Innanzitutto i valori resistenziali, partigiani e antifascisti di questi due personaggi – anche se è brutto chiamarli personaggi perché sono persone”, precisa Molinari. “Pensavamo fosse una cosa necessaria riproporli, specie in un momento come questo.” E aggiunge una considerazione che svela le difficoltà del loro percorso: “Fa gran comodo non parlare di un antifascista oggi, come Pertini. Fa gran comodo tenerlo in un cassetto e fare in modo che la gente non associ quell’affetto, quella figura così popolare, a un antifascista vero della prima ora. Il percorso è già difficoltoso, è controcorrente per quanto riguarda sia le televisioni che i festival.”

Ceccarini sottolinea l’attualità delle storie raccontate: “Pertini con la sua vita, con il suo percorso che parte dall’antifascismo – e anche anticipato l’antifascismo – fino alle ripercussioni, alle botte, alla resistenza, fino poi ad arrivare alla presidenza, la sua vita è un segno di qualcosa che ancora oggi ci deve aiutare a seguire un percorso. È in pieno dibattito la sua capacità di stare con la gente, di essere Pertini, quindi unicamente lui, ma di saper affrontare anche a viso aperto ogni questione. Celebre l’incontro con gli studenti che anche nel nostro documentario mostriamo: la sua capacità di dialogare, di confrontarsi, di essere portatore di idee concrete, non astratte.” Anche Rino Della Negra porta con sé un messaggio potente. “Il suo sacrificio fatto in nome della libertà in un paese che l’aveva ospitato, dove è cresciuto e ha combattuto contro il nazismo”, riflette Ceccarini. “Un ragazzo di vent’anni che decide di fare quella strada parallela a quella della vita di calciatore. È incredibile. Oggi secondo me è difficile forse capirlo per quanto è stato grande.” Molinari sintetizza: “Li accomuna il fatto di dare in un certo senso la vita, il primo in modo materiale, il secondo più la giovinezza, per la libertà. E per la libertà e la giustizia sociale, perché Pertini lo dice chiaramente che non c’è libertà senza giustizia sociale. Ed è un messaggio denso e di un’attualità devastante.”

9 luglio 1978. Il discorso di insediamento del presidente Pertini, nella foto con Pietro Ingrao

È Molinari a ricordare un aspetto fondamentale della figura di Pertini: il pacifismo. “C’è una cosa molto semplice che entrambi, e forse soprattutto Pertini, evidenziano: la pace. Pertini fu un pacifista ante litteram. Era il 1908 quando D’Annunzio venne a Genova con gli interventisti e Pertini chiese la pace, quando aveva ventotto anni.” Quella vocazione pacifista attraversa tutta la vita di Pertini e raggiunge il suo culmine nel momento più alto della sua carriera pubblica. “Questa cosa della pace di Pertini si ripropone nel suo discorso di insediamento come Presidente della Repubblica. Presidente della Repubblica che fu in assoluto il più votato di sempre dal Parlamento. E lui quando si insedia pronuncia il famoso discorso nel quale viene contenuto ‘svuotiamo gli arsenali, colmiamo i granai’. Queste poche parole semplici, dirette com’era lui, risuonano fortissime oggi.” In un’epoca in cui le spese militari aumentano mentre milioni di persone soffrono la fame, quelle parole acquistano il peso di una denuncia e di un’indicazione di strada che non può essere ignorata.

L’esperienza al Festival dei Popoli è stata, nelle parole di Molinari, “straordinaria”. “C’è stata una copertura stampa eccezionale, non esito a dirlo. Il fatto di chiudere il festival e di fare una mattinata civile con Valdo Spini, il professor Caretti e gli organizzatori del festival è stata una cosa bellissima. È un festival straordinariamente ben organizzato, sono veramente una macchina da guerra buona. Ci siamo trovati benissimo, non coccolati in maniera sterile, ma coinvolti, partecipi, con belle domande, una bella presentazione. È stata a suo modo una vittoria quella di chiudere il Festival dei Popoli che è alla sessantaseiesima edizione.” Ma il percorso del documentario non è semplice. Molinari spiega la strategia necessaria: “Il documentario deve avere un percorso più popolare possibile prima con il cinema e se possibile la televisione, poi con le nuove generazioni, le scuole. Se noi un documentario così lo bruciassimo subito nelle scuole sarebbe una cosa già vista, non più inedita, non più nuova. Quindi festival, televisioni e quant’altro ci chiuderebbero le porte, e ce le chiuderebbero molto volentieri.” La consapevolezza delle resistenze che incontrano è lucida e disincantata, ma non ferma il loro lavoro.

È previsto un percorso nelle scuole, e i due registi sono curiosi di vedere come le nuove generazioni si confronteranno con Pertini. Ceccarini riflette: “Io generazionalmente non l’ho vissuto come presidente, però mi rendo conto che è per me più vicino rispetto a chi oggi ha diciotto anni, perché comunque è cambiato tutto molto velocemente. Però credo che i ragazzi sappiano prendere quello che questa figura può comunicare. Credo che gli piacerà il documentario, perché attraversa tutta la storia del Novecento. Sia Rino Della Negra che Sandro Pertini nelle loro gesta hanno fatto qualcosa di unico che oggi i ragazzi hanno bisogno di conoscere. Proprio perché è una società sempre più individualista, sempre con meno riferimenti, credo che invece abbiano necessità di confrontarsi con queste cose.” Molinari aggiunge una riflessione sull’importanza di queste storie per i giovani: “In un momento di revisionismo storico, riportare questi valori è fondamentale. I ragazzi hanno bisogno di figure che hanno dato qualcosa per la comunità, per la libertà.”

Il musicista Nicola Piovani (Imagoeconomica, Ermes Beltrami)

Il documentario non è solo ricostruzione storica ma esperienza emotiva. “Si ride, si piange, ci si emoziona”, racconta Ceccarini. “Si torna un po’ indietro nel tempo, si va avanti, si confronta con questo presente. È una bella esperienza.” Le musiche di Nicola Piovani e le animazioni di Gianluigi Toccafondo arricchiscono una narrazione che vuole toccare il cuore oltre che la mente. “Le musiche sono un bellissimo completamento del lavoro”, commenta Ceccarini. Molinari precisa: “Sono musiche che misteriosamente non disturbano mai. Cambiano di tono, di umore, cambiano di intenzione, però è come non sentirle. E quando è così vuol dire che la musica è meravigliosa, quando ti perdi nel film anche grazie alla musica.”

Ci sono momenti del documentario che restano impressi. Molinari racconta un episodio straordinario avvenuto durante le riprese a Savona: “Stavamo facendo una ricostruzione della fuga di Turati verso la Corsica dal porto di Savona. Turati scappò dall’Italia e dal fascismo come socialista, passando dal porto di Savona e andando in Corsica in motoscafo. Questa fuga fu organizzata da Sandro Pertini nella sua Savona. Quando siamo andati lì col drone, quando ci siamo avvicinati al molo, cosiddetto molo verde per il faro verde che segna la posizione, un gigantesco stormo di storni è venuto incontro al drone facendo delle evoluzioni pazzesche, ma migliaia. È venuto incontro al drone e abbiamo detto: siamo fritti. Invece questa nuvola viva ci ha come fatto la festa ed è passata tutta intorno al drone senza toccarlo. Il drone è rimasto lì in volo come se fosse appeso e si vede questa nuvola nera di uccelli vivi che ci volano addosso. Noi l’abbiamo presa un po’ come un saluto, senza misticismo, però è una casualità pazzesca che la natura ti prepari una scena del genere mentre stai registrando un ricordo.” Ceccarini conferma: “Mario l’ha raccontato molto bene questo momento ed è sicuramente un momento toccante nel documentario. Ci sono anche altre cose, soprattutto le parole di Pertini, però questo è chiaro che emotivamente è stato quello più toccante.”

I quattro italiani del FTP-MOI fucilati con Manouchian. Da sinistra in alto: Spartaco Fontanot, Amedeo Usseglio, Cesare Luccarini e Rino Della Negra

Per quanto riguarda Rino Della Negra, Ceccarini ricorda: “La parte culminante è quando lui viene catturato e fucilato, e la lettera che manda alla madre. È una lettera semplice dal punto di vista letterario, però è molto vera, è molto viva ed è molto commovente quel momento quando Rino scrive probabilmente anche sotto minacce. Poi è stato picchiato e torturato, non avendo mai fatto i nomi dei suoi compagni, viene fucilato. Quello secondo me è un momento molto toccante.” La storia di Rino resta viva anche grazie alla tifoseria della Red Star. “È una tifoseria unica”, sottolinea Ceccarini. “Siamo entrati in contatto, abbiamo conosciuto persone straordinarie, è stato un bel rapporto e ci ha permesso di realizzare il film perché si sono fatti intervistare. Questo lo porta molto al presente perché loro hanno saputo raccoglierlo, riportarlo e tramandarlo.”

Il regista Citto Maselli con la compagna (Imagoeconomica, Benvegnù Guaitoli)

Cosa direste a chi non ha ancora visto i vostri documentari? Molinari è diretto: “Che vale la pena vederli. Perché, che ti piaccia o non ti piaccia il contenuto, secondo me sono due lavori che hanno qualcosa da dire. Sono pezzi vivi, ben trattati, ben curati di cose vere. Una sorta di saggio.” Ceccarini aggiunge: “Sono storie che oltre a essere toccanti aiutano a comprendere meglio, aiutano a vedere meglio. Come è stato farli, credo che sia anche vederli un arricchimento. Non sono i classici documentari che magari uno non ha voglia di vedere. Questi sono storie avvincenti che portano con sé cose importanti.” Oltre al lavoro su Pertini e Rino Della Negra, Ceccarini e Molinari hanno alle spalle una lunga collaborazione che include documentari come “Tonino” (dedicato a Tonino Guerra nel 2016-2017), “Il nome del padre” (2018, con Paola Settimini), “Oltre lo Specchio” (2016). Ceccarini ha inoltre realizzato opere come “Siamo qui siamo vivi” (presentato a Cannes), “Citto” (dedicato a Francesco Maselli), “Libera Stampa in Libero Stato” e molti altri. È anche direttore artistico del Lunigiana Cinema Festival, che si tiene ogni anno a fine giugno o luglio nel piccolo borgo di Vivizzano. “È un festival dedicato ai diritti umani e all’ambiente, dedicato ai cortometraggi, documentari, film, anche a presentazioni di autori, ospiti, musica”, spiega. “Sono tre giorni dedicati totalmente al cinema ma anche alla letteratura e talvolta alla musica. Abbiamo vari ospiti, soprattutto indipendenti, e si è creato un bel clima famigliare. Chi viene vuole tornare perché si trova bene. Essendo più piccoli rispetto ai grandi festival, che sono un po’ più freddi, cerchiamo di compensare con questo.”

(Imagoeconomica. Saverio De Giglio)

Sui progetti futuri, entrambi preferiscono non sbilanciarsi. “Abbiamo delle speranze di portare avanti e terminare il prossimo lavoro, però per prudenza pensiamo non sia giusto parlarne ancora”, dice Ceccarini con una scaramanzia che Molinari condivide. Ma una cosa è certa: continueranno a raccontare storie necessarie, storie che aiutano a comprendere meglio il presente attraverso la memoria del passato. Perché, come dice Pertini nel suo messaggio ancora così attuale, non c’è libertà senza giustizia sociale. E non c’è futuro senza memoria.