
Cento anni fa, nella notte fra il 15 e il 16 febbraio 1926, morì a Parigi Piero Gobetti, non ancora venticinquenne, solo, in una clinica dove era stato ricoverato d’urgenza una settimana dopo il suo arrivo in volontario esilio in terra di Francia. Ogni via per continuare in Italia la sua azione di fiero oppositore del fascismo gli era stata preclusa: la sua rivista politica La Rivoluzione Liberale costretta a chiudere nel novembre 1925 dopo continui sequestri e la conseguente diffida; come proprietario della Piero Gobetti editore, che in tre anni dalla fondazione aveva dato voce ad antifascisti di diverse appartenenze – Giovanni Amendola, Luigi Sturzo, Luigi Salvatorelli, Guido Dorso per citarne solo alcuni – e si apprestava a pubblicare libri del socialista Pietro Nenni e del repubblicano Oliviero Zuccarini, aveva ricevuto l’intimazione a «cessare da qualsiasi attività editoriale». Benché «nemico dell’esilio», egli dovette progettare un altro futuro: «una Casa Editrice a Parigi. Naturalmente eclettica, con pronta e larga informazione di cultura europea».
Raccolse un piccolo capitale col concorso degli amici, affidò ad alcuni collaboratori fidati la rivista Il Baretti e le superstiti edizioni letterarie e si apprestò a lasciare provvisoriamente a Torino la giovane sposa Ada e il figlio Paolo appena nato, in attesa che lo raggiungessero a Parigi appena avesse trovato una sistemazione. Pochi amici erano stati avvisati del suo arrivo, esuli come l’ex presidente del Consiglio Francesco Nitti e la sua famiglia, giornalisti che lavoravano nella capitale francese, come Luigi Emery e Giuseppe Prezzolini; tutti lo assistettero con sollecitudine nei pochi giorni del suo ricovero. Ma fu solo la notte in cui il suo cuore cedette, in un organismo reso ancora più fragile dalle percosse subite durante una spedizione di ex combattenti e fascisti nel settembre 1924. Ada non si rassegnò mai alla cruda realtà di quella separazione: «Io soffro ora di questa tua solitudine con una intensità spasmodica. A che è valso, mai, tanto amore se non ha saputo riunirci in un attimo supremo?» (Diario di Ada, 16 febbraio 1926).

Accolto in una tomba austera messa a disposizione da Nitti al cimitero del Père Lachaise, Gobetti è rimasto lì per volontà dei familiari, perché il suo mancato ritorno in patria fosse simbolo della sua opposizione. Ma la sua assenza dall’Italia fu un monito severo anche per gli amici rimasti che si impegnarono a proseguirne l’opera facendo vivere finché fu possibile Il Baretti e le edizioni letterarie, prime fra le quali uscirono, nel 1926, quelle di Piero, Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo, seguite nel 1927 dai due volumi dell’Opera critica. Impossibile far rivivere le opere politiche o La Rivoluzione Liberale, sia pure sotto le mentite spoglie di giornale letterario; il volume La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia pubblicato da Gobetti nel 1924, che conteneva la summa del suo messaggio ebbe circolazione contrastata e clandestina.

Ma sul suo lascito politico si interrogarono da subito i leader più impegnati nella costruzione di una grande forza di opposizione al regime, fondato sulla riunificazione della sinistra e sulla collaborazione con gli intellettuali liberali aperti al movimento operaio: era quello il merito che veniva riconosciuto a Gobetti, dal necrologio di Saragat sul Mondo del 20 marzo 1926, agli articoli di Nenni e di Rosselli sul Quarto Stato, attenti a riprendere anche il tema della questione meridionale propugnato dalla Rivoluzione Liberale, fino al giudizio di Gramsci, scritto nell’ottobre 1926 ma pubblicato a Parigi solo nel 1930: «Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20-21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia».

L’analisi di Gramsci costituiva una forte ipoteca comunista sugli intellettuali borghesi e su Gobetti in particolare, il cui ruolo apparve di importanza strategica e fu prontamente valorizzato sia dai socialisti impegnati nella creazione del nuovo partito unificato, sia dal nuovo movimento di Giustizia e Libertà, fino a diventare oggetto di contesa che si ripropose nell’immediato dopoguerra fra comunisti e azionisti, entrambi interessati a conquistarsi il consenso degli intellettuali e dei futuri elettori. Il contrasto ideologico sull’area di appartenenza di Gobetti – liberale, socialista, “gramsciazionista” – si sarebbe protratta per decenni.

Fuori dall’agone politico e dal relativo uso pubblico della storia si facevano sentire le voci degli amici più antichi e fedeli di Gobetti, ai quali si devono testimonianze molto acute sul suo pensiero e sulla sua azione, come quelle di Carlo Levi nel 1933, Sergio Solmi nel 1947. Ricordiamo le parole con cui lo definì uno di loro, Guglielmo degli Alberti La Marmora, nel 1954: «I veri amici di Gobetti […] sono quelli che si sono mantenuti fedeli alla sua memoria, anche se, necessariamente, gobettiano oggi non è più nessuno: ma vorrei dire che quegli amici si riconoscono soprattutto a seconda che si sono più o meno serbati fedeli alla sua consegna di “resistente” avant la lettre, di Resistente Numero Uno». Alberti evocava non valori astratti, ma la lotta reale della Resistenza da pochi anni finita e a lui ben nota, riconoscendo in Gobetti un antesignano.

In questi giorni si celebra il centenario della morte dell’intellettuale torinese. Il 16 febbraio il Presidente della Repubblica sarà presente alla commemorazione che sarà tenuta a Torino al Teatro Carignano dall’eminente giurista professor Gustavo Zagrebelsky. Molte iniziative di studio sono previste per la ricorrenza, a Torino, a Parigi. Il programma completo degli eventi si può leggere in www.centrogobetti.it.
Ersilia Alessandrone Perona, storica, Consiglio direttivo del Centro studi Piero Gobetti 
Pubblicato sabato 14 Febbraio 2026
Stampato il 14/02/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/piero-gobetti-il-resistente-numero-uno/




