
Tra la volontà di fermare il nucleare iraniano e il tentativo di rovesciare il regime, le potenze internazionali muovono le loro strategie. Ma il popolo curdo conosce bene il prezzo di queste alleanze. Perché questa guerra, e qual è il vero motivo?
Per rispondere a questa domanda non abbiamo bisogno delle spiegazioni dei politici o degli analisti. La risposta è già evidente e, in fondo, viene dichiarata apertamente dalle stesse parti coinvolte o da quelle che hanno attaccato l’Iran. L’obiettivo è chiaro: abbattere il regime iraniano, che dalla sua nascita ha proclamato ostilità verso Israele e gli Stati Uniti, e impedire che Teheran sviluppi e possieda armi nucleari. Un Iran dotato di armamento nucleare si sentirebbe più forte e potrebbe rappresentare una minaccia per gli equilibri geopolitici della regione e del mondo.
Questo è il punto centrale. Il mondo lo sa, così come lo sanno gli stessi protagonisti di questa guerra: lo scopo reale è provocare la caduta o il rovesciamento del regime. Non certo come dice un proverbio dalle mie parti “per la bellezza degli occhi dei popoli dell’Iran”.
Dal 1979, l’Iran vive sotto un sistema politico che restringe e nega numerosi diritti fondamentali. Non si tratta soltanto della libertà delle donne di vestirsi e vivere secondo le proprie scelte, tema che ha suscitato negli ultimi anni proteste diffuse in tutto il Paese, ma anche di una più ampia questione che riguarda la discriminazione e la negazione delle identità etniche, religiose e culturali. Molti dei popoli che vivono all’interno dello Stato iraniano contestano il regime proprio per queste politiche.

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che queste forme di repressione siano iniziate soltanto con l’instaurazione della Repubblica islamica. Già durante il regno dello Scià, presentato all’epoca come un sovrano “moderno” e vicino all’Occidente, le minoranze, tra cui i curdi così come i movimenti politici di opposizione, subirono persecuzioni e repressioni. Allora, però, gran parte della stampa internazionale e della politica mondiale preferiva ignorare questi fatti. Gli interessi economici e geopolitici procedevano senza ostacoli e, soprattutto, non esisteva alcuna minaccia diretta verso gli equilibri occidentali.

Oggi la situazione è diversa. Da quando la leadership iraniana ha assunto una posizione apertamente ostile verso Stati Uniti e Israele, rifiutando qualsiasi subordinazione politica, la pazienza delle potenze internazionali sembra essersi esaurita. Anche il recente conflitto, la cosiddetta guerra dei dodici giorni, non è riuscito a piegare l’Iran né a costringerlo ad abbassare la testa. Per questo motivo si parla ora di un conflitto più ampio, con l’obiettivo di indebolire militarmente il Paese e bloccarne definitivamente il programma nucleare.

Eppure, se domani la leadership iraniana decidesse di aprire una trattativa con Washington, è probabile che la guerra non si fermerebbe. Questo dimostra che la questione dei diritti umani, della repressione interna o delle libertà civili non rappresenta la vera motivazione dell’intervento internazionale. Se fosse così, un’azione simile sarebbe stata intrapresa molti anni fa.

Basti ricordare le numerose proteste popolari in Iran, culminate nella grande mobilitazione del 2022 dopo l’uccisione di Jina Amini, che scatenò manifestazioni in tutto il Paese e provocò migliaia di vittime. Anche nelle proteste e nelle tensioni che si sono susseguite negli ultimi mesi il regime ha continuato a reprimere con durezza ogni forma. In quell’occasione il mondo osservò, ma non intervenne.

Una situazione simile si può vedere in Afghanistan, dove continua una forma di apartheid nei confronti delle donne e una grave limitazione dei diritti fondamentali. Tuttavia, la comunità internazionale, (in particolare Stati Uniti e Israele), mantiene una posizione relativamente silenziosa. Il motivo è semplice: il governo afghano non rappresenta, almeno per ora, una minaccia diretta ai loro interessi strategici.

Questa logica selettiva non è nuova. Il popolo curdo ne è forse la testimonianza più evidente nella storia contemporanea. Negli ultimi giorni alcuni media hanno diffuso la notizia di una telefonata tra Donald Trump e i leader dei principali partiti curdi della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, si sarebbe parlato di un possibile accordo per un’operazione terrestre contro l’Iran.
Alcune fonti hanno persino sostenuto che combattenti curdi avrebbero già attraversato il confine iraniano per avviare un’offensiva. Tuttavia queste informazioni sono state rapidamente smentite da fonti curde ufficiali. Resta comunque evidente che, nel caso in cui le operazioni aeree e missilistiche non bastassero a raggiungere gli obiettivi militari, Stati Uniti e Israele potrebbero guardare ai curdi come a un possibile alleato sul terreno. L’esperienza militare e la capacità organizzativa delle forze curde sono ben note.
Ma i curdi conoscono altrettanto bene la storia delle loro relazioni con l’Occidente. Più volte, nel corso dei decenni, sono stati utilizzati come una pedina strategica nelle grandi partite geopolitiche per poi essere abbandonati una volta raggiunti gli obiettivi delle potenze internazionali.
L’esperienza della regione autonoma del Kurdistan iracheno è ancora oggi segnata da difficili rapporti con il governo centrale di Baghdad. Lo stesso è accaduto in Rojava, nel nord della Siria dove, dopo la decisiva lotta contro l’Isis e la fine della minaccia per l’Occidente, i curdi si sono ritrovati nuovamente isolati. Per questo motivo molti curdi guardano con cautela a qualsiasi nuova alleanza militare.
Il popolo curdo ha pagato un prezzo altissimo nel corso della sua storia. Eppure non ha mai cercato di conquistare terre altrui o di minacciare altri popoli. Al contrario, ha sempre rivendicato il diritto alla pace, alla libertà e all’autodeterminazione. Nonostante questo, il Kurdistan continua a essere diviso tra più Stati e a subire pressioni e attacchi. I diritti fondamentali del popolo curdo restano ancora oggi negati.
Eppure la storia dimostra anche la forza della resistenza curda. In Rojava, così come nel Kurdistan meridionale in Iraq, i curdi hanno dimostrato di poter difendere il proprio territorio e organizzare forme di autogoverno. Quando gli Stati Uniti attaccarono il regime di Saddam Hussein, furono proprio i curdi a sollevarsi e a liberare le città, cacciando il regime dal territorio curdo senza alcun intervento esterno.
La speranza è che qualcosa di simile possa accadere anche nel Kurdistan orientale, il Rojhelat, all’interno dell’Iran: che il popolo curdo possa un giorno liberarsi dalla repressione grazie alla propria lotta e alla propria resistenza storica, senza diventare ancora una volta uno strumento nelle mani di potenze straniere.
Allo stesso tempo, l’auspicio è che anche il popolo iraniano possa liberarsi da un sistema politico che ne limita le libertà fondamentali.
Molti accusano i curdi di essere separatisti. Ma ciò che il popolo curdo chiede, prima di tutto, è il diritto alla libertà e all’autogoverno.
E forse il sogno più profondo resta quello di vedere, un giorno, le quattro parti del Kurdistan: Rojava, Rojhelat, Başûr e Bakur, riunirsi tra le braccia della madre Kurdistan. Un Kurdistan finalmente unito e libero.
Gulala Salih, presidente Udik, Unione Donne Italiane e Kurde
Pubblicato domenica 8 Marzo 2026
Stampato il 09/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/finestre/la-guerra-contro-liran-interessi-geopolitici-diritti-negati-e-la-lezione-della-storia-curda/






