L’Italia uscita dal secondo conflitto mondiale era da ricostruire non soltanto in termini materiali. La nazionalizzazione coatta imposta dal fascismo si era risolta in un disastro politico, morale e militare, culminato nella resa senza condizioni dell’8 settembre 1943 e nell’indegna fuga dalla capitale del re e del maresciallo Badoglio. Quell’armistizio e quel tradimento dei vertici istituzionali dello Stato rappresentavano uno spartiacque profondo, il prima e il dopo della nostra percezione dei valori condivisi. In tal senso, rappresentavano anche il punto d’avvio d’una nuova elaborazione dell’identità collettiva, necessariamente a bassa intensità dopo il discredito della nazione guerriera e in camicia nera. Un nuovo inizio non a caso affidato alla mediazione di una pluralità di culture politiche popolari, marcatamente orientate in termini sovranazionali e che, per vie differenti e spesso tortuose, avevano maturato una controversa adesione ai valori della patria: cattolici, socialisti, comunisti che il 2 giugno 1946 eleggevano il 75 per cento dei componenti dell’Assemblea costituente, diventando i principali protagonisti di un grande compromesso costituzionale e democratico.

Il professor Paolo Pezzino

Ma la prova del fuoco iniziava assai prima del voto, quando gli italiani e le forze politiche dovettero affrontare la terribile sfida aperta dalla sconfitta fascista del 1943, l’Italia del Risorgimento smetteva di esistere, il Paese tornava a essere lo scenario di un confronto tra grandi potenze straniere in procinto di regolare i propri i conti. Il 9 settembre il Comitato di Liberazione Nazionale nasceva con la piena consapevolezza di dover giocare una partita per la vita o per la morte del Paese e la Resistenza fu anche un modo per chiudere con gli errori del passato, mostrando il volto di un’Italia diversa da quella che aveva ucciso Amendola, Matteotti e Gramsci, proclamato l’Impero, approvato le leggi razziali e sottoscritto il Patto d’acciaio. Il prezzo pagato non fu basso, con decine di migliaia di vittime sotto le bombe Alleate, i colpi dello stragismo nazifascista, i caduti del «variegato movimento nazionale della resistenza»[1]. Un passaggio che fu sanguinoso e sconvolgente, tanto da impedire lungamente anche il solo nominare la guerra civile, nel timore che ciò indebolisse i valori comuni posti alla base della convivenza democratica, riconoscendo al fascismo una pur minima parte nel dramma del 1943-’45. Ma lo stesso poteva dirsi per il rapporto tra il Nord e il Sud del Paese, con un Mezzogiorno considerato quasi del tutto estraneo ai valori dell’antifascismo, irredento dalla Resistenza, vicino alla monarchia e istituzionalmente sleale nei confronti della Repubblica democratica.

Vittorio Foa (da http://formiche.net/files/2013/05/Vittorio-Foa.jpg)

Le due rimozioni hanno modellato per lungo tempo la nostra memoria collettiva, incidendo sui processi politici, condizionando la stessa storiografia[2] che espungeva il nemico interno e minimizzava il ruolo del meridione. Emblematiche le parole di Vittorio Foa che, ripensando alla propria esperienza partigiana, confessava come «il Mezzogiorno non esisteva per noi», poiché «la guerra noi l’abbiamo vista solo dal lato nostro». Anzi, «io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori»[3].

La realizzazione del portale www.straginazifasciste.it e la successiva pubblicazione del volume curato da Gianluca Fulvetti e da Paolo Pezzino – Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945) – sono invece la dimostrazione evidente dei molti passi in avanti compiuta dalla ricerca che, a partire dagli ultimi anni del XX secolo, revisionava tutti gli schemi interpretativi del passato[4]. Non solo perché Atlante e Zone di guerra ci forniscono finalmente un’anagrafe precisa delle stragi – «23.669 uccisi» per 5.607 episodi, «di questi […] oltre la metà del totale, sono costituiti da uccisioni singole»[5] – quanto per il fatto che ridefiniscono in termini assolutamente innovativi lo scenario della ricerca, fornendo una sintassi comune, oltre che una base oggettiva di valutazione, riflessione, confronto e analisi. Si potrebbe dire che il volume e il database on line esercitino una vera e propria funzione coesiva: unificano sfaccettati percorsi d’indagine, senza mai semplificare e sempre tenendo in dovuto conto la ricchezza delle variabili e delle diversità dei molteplici contesti territoriali, delle differenti modalità stragiste, dei tempi dell’occupazione più o meno dilatati, delle disomogenee necessità della guerra. Per dirla con Carlo Gentile, con questo lavoro si riempiono i vuoti, si precisano mappe, tempi e ondate delle violenze esercitate nel corso delle tre guerre – convenzionale, antipartigiana e nei confronti dei civili – che l’esercito tedesco combatteva sul territorio italiano[6]. Una vicenda lunga, dolorosa e che riguardava l’intero Paese: il Nord che pagava il prezzo più alto alle stragi e alla guerra partigiana; il Sud, dove «la Wehrmacht si trovò ad affrontare quella che ai suoi occhi fu una vera e propria insurrezione popolare e fu messa più volte in crisi, e non solo per l’avanzata delle truppe alleate»[7].

Il professor Gianluca Fulvetti

Una lettura che, conseguentemente, ci forza a prendere atto perfino dell’incontrovertibile accezione plurale della Resistenza, da declinarsi nelle modalità disarmate studiate e proposte da Anna Bravo[8], se non addirittura in senso ancora più ampio: come l’esperienza di una scelta di fondo, di una messa in gioco di responsabilità individuali e collettive, della vita stessa, del porsi in contrasto contro i nazisti e i fascisti anche soltanto attraverso le armi del proprio silenzio (come accadeva per gli ebrei protetti dalla piccola comunità di Tora e Piccilli). Una prospettiva che non interessa solo il Mezzogiorno, ma che investe anche il Nord, in particolare il Piemonte meridionale, allorché si rimarcano i rischi che possa «risultare sottovalutato il drammatico prezzo pagato dalle comunità civili alla repressione, in un’ottica che privilegia la resistenza armata […] e che non tiene conto del punto di vista di nazisti e fascisti, poco interessati ad operare distinzioni tra combattenti e ambiente sociale che li circonda»[9].

Rischi che, a dire il vero, si corrono anche in alcuni importanti passaggi dello stesso Zone di guerra, quando appare molto netta la preoccupazione di non dilatare la categoria della Resistenza, nel timore assolutamente comprensibile di svilirne il significato politico e militare. Un’impostazione, tuttavia, che finisce nei fatti con il tradursi in una presa di distanza dall’idea delle resistenze e in un’oggettiva adesione al tradizionale modello virile della lotta di Liberazione. Sotto questa luce, nel Mezzogiorno gli ordini draconiani del Merkblatt 69/1 (ndr: «direttiva di combattimento per la lotta contro le bande dell’Est») sarebbero stati introdotti «per giustificare le violenze nel contesto della ritirata», mentre solo «nel resto del Paese sono la cornice della repressione antipartigiana»[10]. Con la stessa logica – e nonostante si sottolinei il carattere laboratoriale e anticipatorio assolto dalla Campania[11] – nel Sud ci sarebbero state al più «sommosse e forme di opposizione»[12], oppure «manifestazioni di autodifesa o di ostilità spontanea» che solo la malaccorta percezione degli occupanti assimilavano alla resistenza[13]. Un approccio che, in qualche misura, entra inevitabilmente in contrasto con l’ipotesi della partecipazione del Mezzogiorno al movimento di Liberazione, così come invece messo in evidenza dalle prime risultanze del fondo documentale Ricompart (Ufficio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani), versato all’Archivio Centrale dello Stato dal Ministero della Difesa nel 2012[14].

Tuttavia, sono soltanto note a margine di una discussione in gran parte ancora da svolgere, in un contesto finalmente sgombro dall’uso pubblico della storia, senza rimozioni e strumentalità, nella comune, rigorosa e ossessiva ricerca della verità.

Giovanni Cerchia, docente, coordinatore del curriculum di Scienze Umane, Storiche e della Formazione” per il Dottorato in “Innovazione e Gestione delle Risorse Pubbliche” (XXIX ciclo) presso l’Università degli Studi del Molise


[1] «Averne a lungo parlato come se fosse stata espressione esclusiva di una parte soltanto e non convergenza delle varie componenti che in esso si sono manifestate, ha sminuito il suo significato storico, ne ha ridotto le dimensioni, l’ha privato del senso profondo della sua identità» (C. Vallauri, Soldati. Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione, Utet, Torino, 2003, p. XVI).

[2] Per citare i più noti, cfr. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1953; G. Carocci, La Resistenza italiana, Garzanti, Milano 1963; G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943-maggio 1945, Laterza, Bari-Roma, 1966. Ma il Mezzogiorno è ancora sostanzialmente assente nel bellissimo e fondamentale volume di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Boringhieri, Torino, 1991.

[3] L’antifascismo che non muore, intervista di I. Insolvibile a V. Foa, «Meridione. Sud e Nord nel Mondo», anno IX, I, gennaio-marzo 2009, ora anche in Ead., Per necessità, virtù e scelta: la Resistenza del Sud al Sud, in E. Fimiani (a cura di), La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia  (1943-1945), Le Monnier, Firenze, 2016, p. 34.

[4] Cfr. G. Capobianco, Il recupero della memoria. Per una storia della Resistenza in Terra di Lavoro, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1995; A. De Jaco, 1943: la Resistenza nel Sud, Argo, Lecce, 2000; G. Gribaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003; Ead., Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Bollati Boringhieri, Torino, 2005; G. Chianese, «Quando uscimmo dai rifugi». Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46), Carocci, Roma, 2006; F. Soverina, La difficile memoria. La Resistenza nel Mezzogiorno e le Quattro giornate, Dante & Descartes, Napoli, 2012; ANPI (a cura di), le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione, Carocci, Roma, 2013; F. Soverina (a cura di), 1943. Mezzogiorno e Mediterraneo, Viella, Roma, 2015; Id. (a cura di), Leggere il tempo e gli spazi. Il 1943 a Napoli, in Campania, nel Mezzogiorno, in «Meridione, Sud e Nord del Mondo», n. 2-3, aprile-settembre 2015; E. Fimiani (a cura di), La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia (1943-1945), cit.; Mario De Prospo, Resa nella guerra totale. Il Regio esercito nel Mezzogiorno continentale di fronte all’armistizio, Le Monnier, Firenze, 2016.

[5] G. Fulvetti e P. Pezzino, L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, in Id. (a cura di), Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), Il Mulino, Bologna, 2016, p. 47.

[6] C. Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in G. Fulvetti e P. Pezzino (a cura di), Zone di guerra, geografie di sangue, cit., pp. 129-137.

[7] Ivi, p. 135. Una linea interpretativa sostanzialmente confermata in tutti i saggi che si occupano del Centro-Sud, al di qua e al di là della Gustav, pur tenendo necessariamente al centro le rispettive e irriducibili peculiarità territoriali: cfr. G. Angelone e I. Insolvibile, Il Sud, in ivi, pp. 129-228; E. Fimiani e T. Baris, La linea Gustav, in ivi, pp. 229-266.

[8] Cfr. A. Bravo, La Resistenza senz’armi, in A. Meloni (a cura di), Ottosettembre 1943. Le storie e le storiografie, Diabasis, Reggio Emilia, 2005, pp. 227-241.

[9] N. Fasano e M. Renosio, Repressione e controllo del territorio nel Piemonte meridionale, in G. Fulvetti e P. Pezzino (a cura di), Zone di guerra, geografie di sangue, cit., p. 413.

[10] G. Fulvetti e P. Pezzino, L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, cit., pp. 68-69.

[11] Cfr. ivi, p. 64.

[12] Ivi, pp. 51-52

[13] L. Baldissara, Il massacro come strategia di guerra, la violenza come forma di dominio dello spazio, in ivi, p. 180.

[14] Cfr. le schede di I. Insolvibile, C. Donati e T. Rovatti, in E. Fimiani (a cura di), La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia (1943-1945), cit., pp. 75-199. Cfr. inoltre C.M. Fiorentino, La legislazione in favore dei partigiani e il «Ricompart», in A. Attanasio (a cura di), 1943-1953. La ricostruzione della storia. Atti del Convegno per il LX anniversario dell’Archivio centrale dello Stato, MIBACT, Roma, 2014, pp. 115 e ss.