Una delle tante manifestazioni per la vittoria del NO al referendum (Imagoeconomica, Andrea Di Biagio)

La vittoria del NO nel recente referendum costituzionale rappresenta un passaggio politico e civile di grande rilievo. Non si è trattato soltanto di un risultato elettorale. In quel voto si è manifestato il riemergere di una partecipazione diffusa, che ha riportato al centro del confronto pubblico la Costituzione e il tema degli equilibri democratici. Non era un esito scontato. Proprio per questo ha assunto un significato che va oltre il merito specifico del quesito referendario. In quella scelta si sono espresse una preoccupazione reale per l’assetto della democrazia costituzionale e, insieme, una domanda più forte di partecipazione e di rappresentanza.

(Imagoeconomica, Luigi Mistrilli)

La mobilitazione referendaria ha mostrato come una parte significativa del Paese avverta il rischio di uno spostamento progressivo degli equilibri istituzionali verso forme sempre più accentrate di esercizio del potere. Nel voto si è così manifestata anche una richiesta di difesa dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale: l’autonomia della magistratura, la divisione dei poteri, il ruolo delle istituzioni di garanzia. In una parola, quell’equilibrio che la Costituzione repubblicana ha costruito alla luce dell’esperienza del fascismo, per impedire concentrazioni di potere incompatibili con una piena democrazia parlamentare. Ma proprio per questo il referendum non può essere considerato un punto di arrivo.

Palazzo Chigi (Imagoeconomica, Sara Minelli)

Se il confronto referendario ha riguardato il tema dell’equilibrio tra i poteri, la questione della legge elettorale — divenuta la principale riforma nel programma del governo dopo la sconfitta nel referendum — chiama direttamente in causa la qualità della rappresentanza democratica. E le due dimensioni sono strettamente connesse. Non è un caso che il tema della riforma elettorale sia tornato oggi al centro del dibattito pubblico. Dopo la sconfitta del progetto di premierato nel referendum costituzionale, la legge elettorale sembra essere divenuta il principale strumento attraverso cui il governo tenta di perseguire almeno in parte obiettivi analoghi: il rafforzamento dell’esecutivo, la personalizzazione della leadership di governo e la riduzione del ruolo della rappresentanza parlamentare. Le regole della rappresentanza e gli equilibri tra Parlamento, governo e istituzioni di garanzia sono infatti aspetti strettamente collegati della stessa concezione della democrazia costituzionale. La legge elettorale non è mai neutra. Essa determina gli equilibri di potere, condiziona il rapporto tra cittadini ed eletti, influenza il ruolo del Parlamento e può incidere profondamente sulla qualità della vita democratica.

Decreto reale di autorizzazione alla presentazione del disegno di legge elettorale fascista del 1923, la legge Acerbo (archivio Camera dei deputati)

La storia italiana lo dimostra con chiarezza. La stessa legge Acerbo del 1923, che assegnava una larga maggioranza parlamentare alla lista capace di superare una determinata soglia di voti, rappresentò uno degli strumenti attraverso cui il fascismo consolidò il proprio controllo sulle istituzioni dello Stato.

(Imagoeconomica, Raffaele Verderese)

Naturalmente, i contesti storici sono diversi e improprie sarebbero le semplificazioni meccaniche. Tuttavia, quella vicenda ricorda quanto le regole della rappresentanza incidano sugli equilibri democratici e quanto sia pericoloso considerarle una questione puramente tecnica. In questo quadro si colloca la proposta di revisione dell’attuale Rosatellum — già depositata alla Camera e definita “Stabilicum” — che il governo punta ad approvare in tempo utile per le prossime elezioni politiche. Lo “Stabilicum” viene proposto come un sistema proporzionale, ma introduce in realtà un rilevante premio di maggioranza: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione vincente. Un simile meccanismo altera il rapporto tra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare, comprimendo il principio secondo cui le assemblee elettive dovrebbero rispecchiare nel modo più fedele possibile gli orientamenti politici espressi dal corpo elettorale.

Giorgia Meloni (Imagoconomica, Alessandro Amoruso)

Non va inoltre sottovalutato un ulteriore elemento. Attraverso una legge elettorale ordinaria — che quindi non richiede le garanzie e le maggioranze qualificate previste per le revisioni costituzionali — si potrebbe determinare nella prassi una sostanziale investitura diretta del capo del governo, mediante l’indicazione preventiva del candidato premier nei programmi elettorali delle coalizioni. Senza modificare formalmente la Costituzione, un simile meccanismo rischierebbe però di incidere sugli equilibri propri della democrazia parlamentare e di comprimere di fatto il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica nella designazione del Presidente del Consiglio.

La divisione dei poteri: a sinistra Palazzo Montecitorio che con Palazzo Madama è sede del Parlamento; al centro Palazzo Chigi, sede del governo; a  destra Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura

Andrebbe inoltre ricordato come costituisca una buona prassi democratica che le leggi elettorali vengano discusse e modificate nel corso delle legislature e non a ridosso della loro scadenza. In caso contrario, diventa difficile separare il confronto sulle regole democratiche dalle convenienze politiche immediate e dal tentativo delle maggioranze di costruire sistemi elettorali funzionali alle proprie convenienze contingenti. La questione, dunque, non è soltanto tecnica. È una questione pienamente costituzionale.

L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di concorrere, attraverso i partiti, a determinare la politica nazionale con metodo democratico. Questi principi richiedono condizioni effettive: pluralismo, possibilità reale di scelta, rappresentanza autentica delle diverse sensibilità presenti nella società. Una legge elettorale che restringa tali condizioni o produca una rappresentazione alterata del corpo elettorale entra inevitabilmente in tensione con l’impianto democratico della Costituzione repubblicana. È su questo terreno che la lezione del referendum deve essere raccolta.

Il presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo durante una delle tante iniziative per il NO al referendum costituzionale

La mobilitazione che ha portato alla vittoria del NO ha mostrato che esiste nel Paese una domanda di democrazia più consapevole ed esigente, una richiesta di rispetto sostanziale dei principi costituzionali che non può essere ridotta a una mobilitazione occasionale. Per questo, dall’esperienza dei comitati per il NO potrebbe nascere qualcosa di più stabile e duraturo: comitati territoriali permanenti per la difesa della Costituzione. Luoghi di partecipazione civile, di vigilanza democratica, di informazione e di mobilitazione popolare, capaci di intervenire ogni volta che siano messi in discussione l’impianto democratico della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, la centralità del Parlamento, l’autonomia della magistratura o il principio della rappresentanza. La Costituzione italiana non vive soltanto nelle istituzioni. Vive nella partecipazione consapevole dei cittadini. Per questo la sua difesa non può essere affidata esclusivamente agli strumenti giuridici o alle scadenze elettorali. Richiede invece una presenza democratica continua, diffusa e organizzata nella società.

Dalla vittoria del NO si apre dunque una fase nuova: non di difesa episodica, ma di responsabilità permanente. Difendere la Costituzione significa oggi anche questo: impedire che le regole della rappresentanza vengano piegate a logiche di concentrazione del potere e costruire, al contrario, condizioni reali perché la sovranità popolare trovi piena espressione.

Rosalba Bonacchi, presidente provinciale ANPI Pistoia