Rino Giangrande, presidente onorario ANPI Avetrana, con un busto di Pietro Mazzei

La storia di Vito Pietro Mazzei, il partigiano di Avetrana fucilato dai nazisti in Emilia-Romagna, è una ferita che si è finalmente chiusa grazie a una lunga e tenace battaglia civile portata avanti in prima linea da Rino Giangrande, storico presidente onorario della sezione ANPI, il quale ha saputo trasformare un atto di oblio istituzionale in un momento di alta consapevolezza democratica per l’intera comunità salentina, riuscendo a scardinare una resistenza politica che per anni ha tentato di minimizzare o dilazionare un atto dovuto.

Così dopo oltre un decennio di battaglie, il nome di Pietro Mazzei finalmente sarà inciso dove merita di stare: sul monumento dei caduti di Avetrana, insieme a quelli degli altri uomini che hanno dato la vita per la libertà.

Mazzei era un portalettere, nato nel 1910. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelse di unirsi alla 9ª Brigata partigiana “Santa Justa”, operante in Emilia-Romagna. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1944 venne prelevato di casa dai nazisti durante un rastrellamento e fucilato il giorno seguente. Pagò con la vita la sua fedeltà agli ideali di libertà. Eppure la sua stessa comunità aveva, per decenni, quasi scelto di non ricordarlo — lasciando quel nome nell’ombra, mentre la lapide in piazza continuava a raccontare una memoria parziale, incompleta, mutilata.

La sua storia era riemersa dall’oblio solo nel 2012, in occasione della presentazione di un libro di Pati Luceri. Da quel momento, Giangrande aveva avviato una ricerca certosina tra i fascicoli del Ricompart presso l’Archivio Centrale dello Stato, l’Archivio di Lecce e i cimiteri di Sasso Marconi, fino a ottenere il riconoscimento ufficiale del Ministero, che aveva equiparato Mazzei a tutti gli effetti ai caduti di guerra. Un risultato storico.

Eppure, nonostante questo, il suo nome restava fuori dalla lapide cittadina. Come se un timbro dello Stato non bastasse. Come se ci fosse ancora qualcosa — o qualcuno — che preferiva il silenzio.

La vicepresidente di ANPI Avetrana, Roberta Galati, alla cerimonia del 25 Aprile con il sindaco Antonio Iazzi

Roberta Galati, vicepresidente dell’ANPI locale, descrive quegli anni con la stanchezza e l’orgoglio di chi ha combattuto una battaglia lunga e logorante: «È stata una battaglia difficile, portata avanti con tenacia dal nostro ex presidente Rino Giangrande, che non si è mai arreso nonostante gli ostacoli. Era stata condotta una ricerca storica approfondita, certosina, che aveva portato al riconoscimento ufficiale da parte del Ministero: Mazzei era un caduto, a tutti gli effetti, riconosciuto dallo Stato italiano. Ad Avetrana esiste un monumento dedicato proprio ai caduti, con i nomi incisi sulla pietra, e la richiesta era semplice quanto doverosa: che anche il suo nome comparisse lì, insieme agli altri. Ma l’amministrazione, aveva inizialmente proposto una soluzione alternativa, dedicargli una piazza, un largo, qualcosa di separato. Noi abbiamo rifiutato quella soluzione, perché non era coerente con il senso stesso di quel monumento. Alla fine, dopo più di dieci anni di pressioni, di documenti, di riunioni, di confronti, si è tornati alla richiesta originale di Rino».

Rivendica la vicepresidente della sezione ANPI: «Possiamo dirlo chiaramente: è una battaglia vinta dall’ANPI, vinta dalla memoria, vinta dalla storia. Ed oggi quella ricerca continua a espandersi. Una bibliotecaria e ricercatrice dell’Università di Bologna sta lavorando a un progetto specifico dedicato a Mazzei, e l’ANPI spera di ospitarla al prossimo convegno per restituire alla comunità un racconto ancora più completo di quella storia».

Una memoria che ha visto ben quattro amministrazioni comunali ignorare la richiesta di iscrivere il nome di Mazzei tra i caduti.

Il sindaco di Avetrana, Antonio Iazzi, al monumento ai caduti della sua città

Anche il sindaco Antonio Iazzi non aveva fatto eccezione, almeno all’inizio: il suo percorso non è stato privo di contraddizioni. Ma alla fine lo ha portato a fare la cosa giusta, complice il decisivo intervento di Salvo De Felice, presidente della Sezione intercomunale ANPI Avetrana-Sava, il cui impegno nell’ultimo incontro con il sindaco ha contribuito a superare le contrarietà rimaste.

Le parole di Iazzi infatti sembrano restituire l’immagine di un uomo che ha dovuto fare i conti con pressioni diverse, con sensibilità diverse, con una comunità che non era ancora pronta a elaborare fino in fondo quel capitolo della propria storia. «Quando siamo partiti non c’era ancora tutta la documentazione necessaria, e quindi era difficile procedere con certezza. Noi avevamo proposto una piazza per tutti i partigiani, un riconoscimento pubblico e visibile, perché volevamo dare il giusto onore a Mazzei in un modo che fosse condiviso da tutti. Non era un rifiuto, era un tentativo di trovare una strada percorribile».

Continua il primo cittadino di Avetrana: «Poi è arrivato quel documento del Ministero che equiparava Mazzei agli altri caduti, e a quel punto ogni dubbio è caduto: se per lo Stato sono uguali, anche per me lo sono. Io rappresento lo Stato, e non potevo ragionare diversamente. L’associazione combattentistica ha metabolizzato — ed è giusto rispettare anche questo. Per il 25 aprile non è stato possibile fare la cerimonia perché eravamo ancora in ritardo sui tempi tecnici, e ho preferito non fare le cose di fretta: una cerimonia fatta male sarebbe peggio di nessuna cerimonia. Ho detto chiaramente che per me una data vale l’altra, l’importante è che ci sia un momento vero, sentito, che restituisca a Mazzei l’attenzione e la dignità che merita. E quel momento arriverà il 1° luglio».

C’è qualcosa di profondamente umano in queste parole, al di là delle lungaggini amministrative. Iazzi non è il villain di questa storia — è un uomo che ha dovuto mediare tra istanze diverse, che ha cercato una via d’uscita onorevole per tutti, e che alla fine ha riconosciuto l’evidenza. La sua “conversione”, per quanto lenta, è parte integrante di questa vicenda: racconta come anche le istituzioni, quando vengono messe davanti ai fatti, possano cambiare direzione.

Il 1° luglio, in una cerimonia congiunta che includerà anche un altro caduto proposto dall’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, il nome di Pietro Mazzei verrà finalmente inciso sulla pietra. L’ANPI avrebbe preferito il 25 aprile — quella data ha un peso simbolico che nessun’altra può sostituire, ma anche il 1° luglio avrà il suo significato. «Ci sarà una commemorazione al monumento — spiega la vicepresidente Galati — e stiamo lavorando per organizzare un convegno dedicato a Mazzei, per raccontare la sua storia alle nuove generazioni, per fare in modo che quel nome non sia solo inciso nella pietra ma anche nella memoria viva della comunità. È ancora in fase di definizione, ma ci tengo a dire che questo non è un punto di arrivo, è un punto di partenza».

Una battaglia civile vinta con la pazienza, con la ricerca, con la forza tranquilla di chi sa di avere la storia dalla propria parte. Pietro Mazzei aspettava da ottant’anni. Ora, finalmente, il suo posto è tornato a essergli restituito.

Linda Di Benedetto