
Novant’anni fa, la sera del 9 maggio 1936 trenta milioni di italiani ascoltarono nelle piazze risuonare dagli altoparlanti la voce stentorea di Benito Mussolini, che dal balcone di palazzo Venezia, dinanzi a una folla entusiasta, annunciava che «sui colli fatali di Roma era tornato l’impero dei Cesari». Piena era stata l’adesione degli ambienti culturali alla guerra d’aggressione contro l’Etiopia: dall’estate del 1935 gli intellettuali (da Gabriele D’Annunzio al più oscuro tra i “persuasori occulti”) avevano inondato il Paese con fiumi di bolsa retorica sul riscatto dell’onore nazionale, sulla «missione civilizzatrice» dell’Italia fascista e cattolica, sui temi dell’«impero del lavoro» e del «posto al sole», fondendo abilmente la spada e l’aratro, il fascio e la croce, insistendo sulla convergenza tra i compiti universali della Chiesa e quelli imperiali del fascismo.

Sin dal 1932 – a dire di Emilio De Bono – il duce si preparava a muovere contro l’ultimo Paese africano ancora indipendente. Di qui la tessitura di una trama diplomatica che, con la formazione del Fronte di Stresa, il 15 aprile 1935, portò all’avvicinamento di Roma a Parigi e a Londra. Se il problema minore era la Francia, impegnata a contenere la minaccia nazista e interessata ad avere dalla sua parte la «sorella latina», il Regno Unito invece costituiva l’ostacolo maggiore, in quanto esso non intendeva lasciare campo libero all’Italia e sacrificare il sistema di «sicurezza collettiva» rappresentato dalla Società delle Nazioni (SdN). Ben presto, perciò, Stresa perse d’importanza. Tuttavia, nel corso del conflitto italo-etiopico le due potenze occidentali avanzarono una proposta di mediazione che, però, non si concretizzerò, poiché il governo di Londra dovette ritirarla su pressione dell’opinione pubblica inglese. Dal canto suo, la Germania nazista fiancheggiò l’Italia mussoliniana, sia pur ambiguamente: in ogni caso, senza il suo appoggio il progetto fascista d’espansione a Sud sarebbe rimasto lettera morta [1]. In cambio, il duce non si opporrà più, come aveva fatto invece nel 1934, all’annessione dell’Austria da parte di Berlino. Furono gli appetiti imperialistici, fu la necessità di avere un potente partner per poter coltivare gli ambiziosi disegni nel Mediterraneo e in Africa a indurre Mussolini ad accantonare la diffidenza sino a quel punto mostrata verso il Terzo Reich e il suo Führer.

In un’Europa prostrata dalle conseguenze della grande depressione innescata negli Usa dal crollo della Borsa di Wall Street nell’ottobre 1929, il capo del fascismo vedeva in un’impresa militare la scorciatoia per lasciarsi alle spalle la difficile congiuntura economica, che angustiava il suo Paese, e l’occasione per rafforzare il suo prestigio interno e internazionale [2]. Senza un valido pretesto per attaccare il vasto e pacifico regno dell’Etiopia – membro della SdN dal 1923, prima di Germania, Urss e Turchia – accampava la pretesa, per l’Italia, di disporre di un suo «spazio vitale», di non potersi accontentare delle «scarse briciole del ricco bottino coloniale» [3]. La sortita imperialistica ai danni dell’Abissinia [4] era dettata non solo dall’esigenza di rianimare alcuni settori economici con lo strumento delle commesse belliche o dalla determinazione di convogliare l’eccessiva pressione demografica nella colonizzazione di nuove terre, ma soprattutto dalla motivazione, declinata in chiave geopolitica, di ridare lustro alla passata grandezza di Roma, facendone il perno ideologico dell’espansionismo fascista.

Già dai primi mesi del 1935 vennero inviati soldati in Somalia e in Eritrea, ammassandoli ai confini dell’Etiopia, dove vigevano rapporti sociali arcaici, con una marginale sopravvivenza della schiavitù. Facendo leva su questo aspetto, si promosse una tambureggiante campagna di stampa che contrabbandava l’aggressione come una misura necessaria per sradicare la “barbarie” da quelle terre [5]. A sua volta la Chiesa cattolica giunse a benedire l’attacco all’Abissinia, iniziato nell’ottobre di quell’anno, con messe di ringraziamento, come quella che il cardinale di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, celebrò perché Dio proteggesse le truppe italiane incaricate di diffondere la fede in zone “non ancora cristianizzate”, dimenticando di dire che in Etiopia da tempo aveva attecchito il cristianesimo copto.

Senza che fosse formalizzata alcuna dichiarazione di ostilità, le divisioni italiane, il 3 ottobre 1935, penetrarono in Abissinia, entrando nella capitale, Addis Abeba, il 5 maggio 1936. L’invasione venne condotta con l’impiego di un ragguardevole numero di uomini e mezzi (mitragliatrici, cannoni, carri armati e aerei). La schiacciante superiorità materiale e tecnologica si accompagnò a una brutale esibizione di barbarie terroristica [6]. Fu soprattutto l’aviazione – nelle cui squadriglie volavano i due figli del duce (Bruno e Vittorio) e suo genero, Galeazzo Ciano – a spargere il panico, colpendo indiscriminatamente i reparti nemici, i civili, villaggi, mandrie e sorgenti, bombardando persino ospedali e unità da campo della Croce Rossa o della Mezzaluna Rossa, macchiandosi così di flagranti violazioni del diritto internazionale umanitario. In una pubblicazione, che godette allora di larga circolazione, il giovane Vittorio Mussolini cinicamente descrisse quanto fosse divertente fare strage dei cavalieri indigeni con le bombe lanciate dal suo velivolo [7].

Fu con Pietro Badoglio, subentrato alla fine del novembre 1935 a Emilio De Bono alla testa della campagna militare, che la guerra si trasformò in un crudele conflitto d’annientamento. Infatti, per la prima volta, sul fronte nord, si fece ricorso agli aggressivi chimici, all’iprite, il velenoso gas mostarda, che provocava vesciche e bruciature cutanee con conseguenze terrificanti per chi non fosse munito di protezioni. Da quel momento i raid con agenti chimici, che erano stati proibiti dalla comunità internazionale sin dal 1925 [8], si ripeterono quasi quotidianamente: su un totale di 1829 tonnellate di esplosivi furono sganciate ben 330 tonnellate di bombe chimiche [9]. Per anni l’Etiopia sarà funestata dal succedersi di lutti, distruzioni e orrori. Centinaia di migliaia, tra il 1935 e il 1941, i morti fra gli abissini: dai caduti in combattimento alle vittime dei rastrellamenti, dai civili massacrati dopo il fallito attentato a Rodolfo Graziani nel febbraio 1937, ai fucilati o periti nei campi di concentramento o deceduti di stenti e privazioni in seguito alla devastazione dei nuclei abitati e all’uccisione di capi di bestiame [10].

L’uso sistematico ed esiziale delle armi chimiche, che seminarono il terrore e la morte fra le truppe etiopiche e i civili, è stato un aspetto a lungo trascurato dalla storiografia e taciuto dalla memorialistica, finendo con il configurare il conflitto impari combattuto in Abissinia come un «Olocausto dimenticato» [11]. Tuttavia, le analisi e le ricostruzioni di una generazione di ricercatori, che ha preso le mosse dagli studi di Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, hanno contribuito a sbriciolare la tesi, destituita di ogni fondamento, imperniata sulla presunta “diversità” del colonialismo italico, dimostrando l’inconsistenza del mito molto pervasivo degli «italiani brava gente», generosi e bonari anche nelle più infami vicende belliche e coloniali. Un mito all’ombra del quale sono state occultate le responsabilità di criminali grandi e piccoli: si ricordi, tanto per fare qualche esempio, che Rodolfo Graziani – il sanguinario «Scipione del fascismo» – e Pietro Badoglio – l’ambiguo traghettatore dell’Italia verso il postfascismo – non hanno mai pagato per le atrocità e nefandezze perpetrate in Africa [12].

A onta delle inefficaci sanzioni adottate dalla SdN nel novembre 1935, la formidabile «fabbrica del consenso» costruita dal fascismo ottenne un notevole successo con la raccolta, il 18 dicembre 1935, della fede nuziale delle coppie italiane, il richiesto «dono alla patria» [13]. All’iniziativa, realizzata con una teatrale coreografia, aderirono in tantissimi, tra cui anche noti antifascisti come Benedetto Croce, Arturo Labriola e Ivanoe Bonomi. Con la conquista dell’Etiopia il consenso al regime mussoliniano – su questo punto la storiografia è concorde – toccò la punta più alta: fu un momento di idillio intenso tra il fascismo, che aveva “lavato” l’umiliazione della disfatta subita ad Adua nel 1896, e la piccola e media borghesia, accontentata dal congelamento delle distanze sociali con il proletariato, ammaliata dalla retorica dell’impero, agevolata dalla dilatazione del pubblico impiego e dall’appannaggio delle cariche nel Partito nazionale fascista (Pnf) [14].

La creazione dell’Africa Orientale Italiana (AOI) non risollevò, però, il tenore di vita delle classi meno abbienti, perché non costituì un’alternativa allettante per agricoltori e operai. Il progetto di trasformare le lande etiopiche in una colonia di popolamento non incontrò il successo sperato. Non più di 3.500 famiglie si stabilirono in Abissinia e soltanto 110.000 ettari, sui 50 milioni disponibili, furono le terre bonificate. In numero decisamente maggiore accorsero impresari e lavoratori edili, tecnici e addetti ai trasporti, esercenti e artigiani.
Pur avendo proclamato nei primi anni Trenta l’archiviazione della «questione meridionale» [15], il fascismo con l’aggressione all’Etiopia pensava di offrire una soluzione al problema demografico, all’atavica fame di terra, allo stato di endemica indigenza dei contadini, soprattutto del Sud. In altre parole, intendeva dar vita a un «impero del lavoro», con città da fondare e terre da valorizzare. In realtà, riuscì a imprimere una sferzata tonificante, con il riarmo, ai settori dell’economia coinvolti nella mobilitazione bellica, a rianimare le industrie che avevano perso quote sui mercati esteri, ma scaricando i costi di questa politica sui ceti e le masse popolari [16]. La guerra si rivelò un affare, una straordinaria opportunità soltanto per taluni faccendieri e imprenditori come Achille Lauro. L’armatore sorrentino, la cui flotta contava già 29 navi, in virtù degli stretti rapporti allacciati con il potere politico, specialmente con la famiglia Ciano e il ministro della Marina mercantile, lucrò cospicui profitti sui trasporti di truppe e di materiale bellico, nonché gestì in esclusiva, dopo il maggio 1936, il servizio passeggeri per l’Africa Orientale Italiana [17].
Sebbene sconfinata, l’Etiopia era pressoché priva di ricchezze minerarie e, dunque, non era in grado di fungere da serbatoio di materie prime, come le colonie inglesi, francesi e belghe del Continente Nero. Per di più, il governo di Roma investì nella costruzione di strade e in altre opere pubbliche molto più di quanto potesse reperirvi in termini di risorse e fu costretto, inoltre, a impegnarsi a fondo per combattere un movimento resistenziale che non sarà mai debellato completamente.

Nella tarda primavera del 1936 dopo la caduta di Addis Abeba – è opportuno sottolinearlo – ben due terzi dell’Etiopia sfuggivano al controllo delle forze d’occupazione italiane, che utilizzeranno su larga scala gli ascari [18] per tentare di sgominare o quanto meno tenere a bada 50.000 guerriglieri, capaci di rendere insicure o inaccessibili intere regioni, frenando considerevolmente tutti i piani di sviluppo e ostacolando il flusso dei coloni. Fu necessario organizzare «operazioni di grande polizia coloniale», che in realtà furono vere e proprie azioni di guerra [19]. Nel luglio del 1936, con parole perentorie, un preoccupato Mussolini spingeva ancora una volta Graziani a usare la mano pesante: «Autorizzo […] Vostra Eccellenza a iniziare a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile» [20].

La resistenza etiopica non cessò neppure all’indomani della feroce rappresaglia in risposta all’attentato al viceré Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937, in occasione del quale il federale Guido Cortese istigò gli italiani di Addis Abeba a uccidere tutti gli etiopi che avessero incontrato lungo la loro strada. La «caccia al moro» si tradusse in un bagno di sangue, con la selvaggia eliminazione fisica di magliaia di innocenti. Raccapriccianti le testimonianze su questa carneficina, come quella di Temesgen Gebré: Sulle vittime venne usato ogni genere di armi: granate a mano, esplosivi e bombe incendiarie, fucili, revolver […] oltre a mitragliatrici e pugnali. Agli etiopi catturati veniva spaccata la testa in due con picconi e badili. Le Camicie nere giravano per le strade in cerca di nuove vittime e uccidendo chiunque stesse ancora respirando. Tutti in città erano una gradita preda per quei soldati assetati di sangue fedeli all’«aquila imperiale». Ovunque giacevano cadaveri di uomini, donne e bambini [21].

Una descrizione non dissimile si trova nelle pagine, a lungo inedite, del corrispondente del Corriere della Sera, Ciro Poggiali, che ha pubblicato il suo Diario a distanza di qualche decennio da quei tragici fatti. Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba […] hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente [22].

Sorte non migliore conobbero i 2.000 monaci e diaconi della città santa copta di Debra Libanos, massacrati dagli uomini del generale Pietro Maletti tra il 21 e il 28 maggio 1937. Su questa efferata strage, nell’Italia postbellica, cadde ben presto l’oblio: non si voleva mettere in discussione il radicato mito degli «italiani brava gente» [23]. Bersaglio della cruenta repressione fascista furono anche migliaia di indovini e cantastorie, colpevoli soltanto di aver predetto l’imminente fine dell’occupazione italiana. Né vanno dimenticati i 400 notabili spediti in Italia e altre migliaia di etiopi rinchiusi nei terribili Lager di Danane e di Nocra. Il susseguirsi di stragi, deportazioni, ingiustizie, violenze, soprusi, invece di spegnerla, diede un vigoroso impulso alla guerriglia etiopica, non più espressione delle figure prestigiose dell’aristocrazia negussita, ma di popolazioni insofferenti verso la dominazione italiana, incentrata peraltro sull’umiliante cardine della discriminazione razziale degli etiopi.

Infatti, nell’intento di dare basi più solide all’edificazione di un’entità, a cui si voleva conferire una proiezione e dimensione afro-mediterranea, il fascismo adottò tra il 1937 e il 1940 una legislazione da apartheid nell’Africa Orientale Italiana, esigendo che tutti gli italiani si ergessero a custodi dello status appena acquisito con la fondazione dell’impero, approdo della politica estera e coloniale fascista tra il 1926 e il 1936. Nel giro di poco tempo, si codificò un aperto razzismo di stampo segregazionista, fondato sul disprezzo verso i “subumani” di pelle nera: dalla legge sul «madamato» (1937), che proibiva le relazioni di tipo coniugale tra i “legionari” fascisti e le donne autoctone, alla messa al bando della promiscuità sui mezzi pubblici, alla diffida per gli italiani dall’abitare nei quartieri degli indigeni. Questi provvedimenti toccheranno il culmine con l’introduzione del nuovo reato di «lesione del prestigio della razza» e, nel maggio 1940, con norme speciali per i “meticci”, considerati il frutto degenere di un’aborrita contaminazione da scongiurare in qualsiasi modo.
I risvolti della guerra fascista contro l’Etiopia – una guerra di massa, di sterminio e altamente ideologica [24] – furono molteplici e di fondamentale importanza tanto sul piano economico, quanto su quello politico. Sul primo versante il regime mussoliniano optò decisamente per un indirizzo autarchico e bellicista, che consolidò le posizioni di potere dei maggiori gruppi imprenditoriali, ma che risultò molto oneroso per il resto del Paese e specialmente per il Sud, che vide approfondirsi come non mai la sua distanza dal Nord. Come ha evidenziato Pino Ippolito Armino, «anche il forte incremento della spesa pubblica per far fronte alle ambizioni coloniali e all’impresa bellica andò soprattutto a beneficio dell’apparato industriale settentrionale. Il Nord crebbe mediamente del 2% l’anno e il Sud solo di mezzo punto percentuale. A questo si aggiunsero le scelte di politica demografica e le restrizioni imposte all’emigrazione, così il Mezzogiorno entrò nel periodo più nero della sua storia economica. Alla fine del Ventennio il divario nel prodotto pro capite si era ampliato ancora, da 26 a 44 punti percentuali» [25].

Sul terreno più propriamente politico, l’avventura in terra d’Africa segnò l’avvicinamento alla Germania nazista, che divenne ben presto l’alleata privilegiata dell’Italia fascista. Dal 1936 si assisterà a una compenetrazione sempre più stretta tra la politica interna e la politica estera del fascismo.

Ultima guerra di conquista coloniale, l’aggressione all’Abissinia fu il primo conflitto armato scatenato da un regime fascista europeo, l’unico vinto,ufficia lmente, dal fascismo italiano; la prima campagna bellica in grande stile di uno Stato europeo dopo la conclusione della Grande guerra; la tappa iniziale di una sequenza di scontri che avranno nel secondo conflitto mondiale il loro tragico epilogo. Con la spedizione italiana in Etiopia andava in pezzi l’architettura geopolitica concepita alla Conferenza di pace di Versailles nel 1919. Con l’esacerbarsi delle tensioni internazionali, di cui l’abbraccio tra l’Italia fascista e la Germania nazista era al tempo stesso causa ed effetto, l’equilibrio europeo andava incontro a una rapida disgregazione, mentre – come lucidamente colse a caldo il grande scienziato sociale Karl Polanyi – tendevano a sovrapporsi sempre più i conflitti nazionali a quelli sociali [26]. La svolta che si innescò in quel frangente non interessò solo l’Europa, ma il Medio ed Estremo Oriente.

Il caso etiopico dimostrò la simbiosi realizzata dal fascismo tra «revisionismo» e imperialismo, la fragilità delle liberaldemocrazie e l’ulteriore ridimensionamento della SdN [27]. L’invasione dell’Etiopia fu, dunque, un passaggio cruciale nella trama delle relazioni interstatuali della prima metà del Novecento, con il brusco mutamento del quadro internazionale e della collocazione dell’Italia al suo interno. C’è da aggiungere che essa è stata anche «di gran lunga l’evento coloniale che più ha segnato la coscienza storica degli italiani e […] più ha influenzato la (mancata) percezione dell’Africa da parte della coscienza civile del Paese» [28].
Infine, un’ultima osservazione. Scaturito dalla temperie bellica della Grande guerra, sorto e affermatosi – al pari del nazismo, il suo principale emulo – come partito della guerra civile, il fascismo aveva inscritto nel suo codice genetico il colonialismo, l’imperialismo, il razzismo, il bellicismo. Con esiti rovinosi per i Paesi e popoli che lo tennero a battesimo e per quelli che ne subirono la brama di conquista e le pulsioni distruttive di morte.
Francesco Soverina, storico
NOTE
[1] Hans Woller, Mussolini, il primo fascista, Carocci, Roma 2018, p. 118.
[2] Marco Palla, Imperialismo e politica estera fascista, in G. Quazza, E. Collotti, M. Legnani, M. Palla, G. Santomassimo, Storiografia e fascismo, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 75-98.
[3] Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, Rizzoli, Milano 2018, pp. 38-40.
[4] Abissinia, regione storicamente corrispondente all’area dell’altopiano etiope, era il termine usato dagli europei e dagli arabi fino al XX secolo per indicare il territorio attualmente denominato Etiopia.
[5] Paolo Murialdi, La stampa del regime fascista, Laterza, Bari 1986, pp.130-147.
[6] Per un inquadramento complessivo della spedizione coloniale fascista in Africa Orientale cfr. Angelo Del Boca, La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Longanesi & C., Milano 2010. Si tenga presente anche, a cura di Riccardo Bottoni, L’impero fascista. Italia ed Etiopia (1935-1941), il Mulino, Bologna 2008; il corposo volume raccoglie i contributi di studiosi italiani e stranieri, tra cui tre africani, mettendo a fuoco numerosi aspetti e risvolti della guerra d’Etiopia.
[7] V. Mussolini, Voli sulle ambe, Sansoni, Firenze 1937, p. 150.
[8] Anche il governo fascista aveva sottoscritto la messa al bando delle armi chimiche. Sull’utilizzo di tali micidiali ordigni durante il conflitto contro l’Abissinia si rimanda ad A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1996 e a Giorgio Rochat, L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia. 1935-36, in «Rivista di storia contemporanea», n.1, 1988.
[9] Davide F. Jabes, La guerra d’Etiopia e la fondazione dell’impero, vol. 16 della Storia del fascismo, a cura di B. Biscotti, RCS MediaGroup S.p.A., Milano 2024, p. 52.
[10]Secondo fonti etiopiche, tra il 1935 e il 1941, morirono oltre 700.000 abissini. Questo dato è riportato da Alessandro Aruffo, Storia del colonialismo italiano. Da Crispi a Mussolini, Datanews, Roma 2003, p. 14.
[11] Luciano Canfora, L’Olocausto dimenticato, in J. Jacobelli (a cura di), Il fascismo e gli storici oggi, Roma-Bari, Laterza 1988.
[12] Sulla spinosa tematica della rimozione dei crimini commessi dagli italiani nelle avventure coloniali (e non solo) cfr. A. Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005; Alberto Stramaccioni, Crimini di guerra. Storia e memoria del caso italiano, Laterza, Bari-Roma 2016.
[13] Petra Terhoeven, Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede, Il Mulino, Bologna 2006.
[14] Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento ad oggi, Mondadori, Milano 1980.
[15] Francesco Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 ad oggi, Laterza, Bari-Roma 2013, p. 103.
[16] Si veda di Giuseppe Maione, L’imperialismo straccione. Classi sociali e finanza di guerra dall’impresa etiopica al conflitto mondiale (1935-1943), il Mulino, Bologna 1979.
[17] Francesco Soverina, L’autunno del fascismo a Napoli. Dalle leggi razziali alla dissoluzione del fronte interno, in Idem (a cura di), Leggere il tempo negli spazi. Il 1943 a Napoli, in Campania, nel Mezzogiorno, numero monografico di «Meridione, Sud e Nord nel Mondo», a. XV, n. 2-3, aprile – settembre 2015, pp. 175-208.
[18] Formate da popolazioni di colore, specialmente dell’Eritrea e della Somalia, raggiungeranno le 200.000 unità nel 1940, mentre negli anni precedenti si erano attestate intorno alle 150.000. Su ciò si legga Giorgio Rochat, Le guerre coloniali dell’Italia fascista, in A. Del Boca (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 186-191.
[19] Cfr. Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, Roma-Bari 2008.
[20] A. Del Boca, I gas di Mussolini…, cit., p. 162.
[21] Questo agghiacciante resoconto è riportato da I. Campbell, in Il massacro di Addis Abeba, cit., p. 101.
[22] Ciro Poggiali, Diario AOI. 15 giugno 1936 – 4 ottobre 1937. Gli appunti segreti dell’inviato del «Corriere della Sera», Longanesi & C., Milano 1971, p. 182.
[23] Cfr. Paolo Borruso, Debre Libanos. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Laterza, Bari-Roma 2024.
[24] Cfr. Nicola Labanca, La guerra d’Etiopia. 1935-1941, il Mulino, Bologna 2015.
[25] Pino Ippolito Armino, Storia dell’Italia meridionale, Laterza, Bari-Roma 2025, p. 201.
[26] K. Polanyi, Europa 1937. Guerre esterne e guerre civili (a cura di Michele Cangiani), Donzelli, Roma 1995 (titolo originale: Europe to-day) p. 5. Questo prezioso testo contiene spunti e indicazioni illuminanti forniti da Polanyi, interprete e testimone del suo tempo, in una serie di lezioni tenute in Inghilterra per conto delle Trade Unions nell’ambito di un programma volto, come egli stesso asserisce, all’«educazione alla politica» intesa come «educazione alla cittadinanza».
[27] B. Droz, A. Rowley, Storia del XX secolo, 2. Nascita del mondo contemporaneo, Sansoni, Firenze 1988, p. 74.
[28] Francesco. Filippi, Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, Torino 2021, p. 73.
Pubblicato venerdì 8 Maggio 2026
Stampato il 08/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/longform/uno-sterminio-a-lungo-rimosso-laggressione-alletiopia-dellimperialismo-fascista/



