
Il 3 maggio 1946, esattamente ottant’anni fa, diversi mesi dopo l’inizio del processo di Norimberga, a Tokyo, sulla collina di Ichigaya, in un’aula di tribunale ricavata da un gigantesco auditorium in quello che una volta era stato il ministero dell’Esercito, un’imponente struttura distante circa tre chilometri dal palazzo imperiale, nel corso della mattina iniziò il processo di Tokyo. Di fatto si trattò dell’equivalente asiatico del processo, più famoso, condotto dal tribunale internazionale di Norimberga.

Dal punto di vista del diritto internazionale, questo processo, così come quello di Norimberga, ebbe la grande ambizione di stabile dei princìpi per un mondo postbellico più sicuro, reintroducendo una legge internazionale che mettesse al bando la guerra di aggressione come supremo crimine internazionale da cui dipendevano gli altri, i crimini di guerra e contro l’umanità, quindi ebbe anche l’obbiettivo di ripristinare le vecchie leggi sui combattimenti armati, l’illegalità dell’uccisione di civili innocenti e il maltrattamento dei prigionieri di guerra.

L’editto che istituì il tribunale, numerato come Ordine generale n. 1, fu emesso, il 19 gennaio, dal comandante supremo delle forze alleate in Giappone, il generale statunitense Douglas MacArthur. Il carattere internazionale del processo era sottolineato dal fatto che procuratori e giudici, erano provenienti da undici Paesi alleati diversi: Australia, Canada, Cina, Francia, Nuova Zelanda, Olanda, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Stati Uniti, India britannica e Filippine. I tre giudici asiatici, provenienti da Cina, India e Filippine, furono in grado di parlare a nome di una parte delle vittime asiatiche.

L’unico procuratore capo del processo fu quello statunitense, Joseph Keenan, ex viceprocuratore generale degli Stati Uniti, responsabile della divisione penale del ministero della Giustizia e amico di Harry S. Truman, allora presidente degli USA. Il 29 aprile, giorno in cui l’imperatore giapponese Hirohito compì quarantacinque anni, Keenan emanò un lungo atto d’accusa nei confronti di venticinque alti vertici giapponesi, che furono accusati di cinquantacinque capi d’imputazione, fra i quali figuravano: l’aver ordito una congiura criminale allo scopo di pianificare o intentare una guerra d’aggressione ai danni di USA, Cina, Commonwealth britannico, URSS, Australia, Canada, Francia, Olanda, Nuova Zelanda, India e Filippine oltre che Portogallo e Thailandia; di aver «ucciso, mutilato e abusato» i prigionieri di guerra e i civili detenuti; e di aver commesso «omicidi di massa, stupri, saccheggi, brigantaggio, torture e altre barbare crudeltà ai danni delle popolazioni civili inermi nei paesi invasi».

L’autorità giuridica veniva da una lunga serie di accordi, infatti le convenzioni di Ginevra e dell’Aia imponevano di trattare in modo dignitoso i prigionieri di guerra, mentre per quanto riguardava i crimini contro la pace, si rifaceva alla III convenzione dell’Aia, del 1907, che stabiliva per il Giappone il non attaccare senza previa dichiarazione di guerra; inoltre furono ripresi il Trattato delle nove potenze, del 1922, che obbligava il rispetto della sovranità della Cina; e il patto Briand-Kellogg, del 1928, con il quale le potenze firmatarie, fra cui il Giappone, rinunciavano alla guerra quale strumento di politica internazionale.

L’atto d’accusa, quindi, ricalcò in larga misura quello del processo di Norimberga, distinguendo i capi d’imputazione in crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La definizione di crimini contro l’umanità contenuta nel documento riecheggiava quella di Norimberga: «l’omicidio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione o altri atti inumani posti in essere contro una popolazione civile», ma anche le persecuzioni politiche o razziali, anche se fatte prima dell’inizio della guerra e anche se legali in base al diritto nazionale del Paese interessato. Nonostante la vastità dell’atto d’accusa, lo stupro fu menzionato solo una volta, inoltre nessun imputato venne specificatamente accusato della coercizione sessuale delle donne, definite anche «di conforto».

Passando ai giapponesi accusati, questi erano definiti spietati per aver, tramite la propaganda, avvelenato le menti giapponesi con le pretese di superiorità razziale, aver conquistato la Manciuria nel 1931 e il resto della Cina nel 1937, essersi uniti all’Asse nel settembre 1940, essere penetrati nell’Indocina francese, aver attaccato Pearl Harbor nel 1941 e poi aver conquistato le Filippine, Singapore, Hong Kong, la Malesia e le Indie orientali olandesi. Il predominio del Giappone nell’Asia avrebbe quindi potuto garantire la supremazia dell’Asse, con la Germania nazista e l’Italia fascista, in tutto il mondo.

Tra i personaggi di maggior rilievo che spiccavano fra gli accusati vi erano: Hideki Tōjō, generale che fu primo ministro e ministro della Guerra da prima dell’attacco di Pearl Harbor fino al luglio 1944, e veniva considerato il maggior responsabile della guerra; Kōichi Kido, marchese e ministro dell’Educazione nel gabinetto Konoe, 1937, ministro della Sicurezza Sociale nel gabinetto Konoe, 1938, ministro degli Affari Interni nel gabinetto Hiranuma, 1939, custode del Sigillo privato, 1940 – 1945, confidente personale dell’imperatore Hirohito e l’unico cortigiano della corte imperiale, nonché l’uomo più vicino all’imperatore Hirohito, a essere processato; Iwane Matsui, generale e comandante delle forze giapponesi che occuparono Nanchino, 13 dicembre 1937, le cui truppe si resero responsabili di un’indicibile massacro conosciuto anche come “lo stupro di Nanchino”.
Il processo di Tokyo ebbe due questioni morali importanti che lo indebolirono, sia dal lato degli Alleati sia per i giapponesi non processati. Sul fronte alleato, l’URSS prima di combattere i nazisti vi aveva stretto un patto per poi prendere parte della Polonia orientale, i Paesi baltici, Estonia-Lettonia-Lituania, parte della Romania settentrionale e la Finlandia, successivamente nel 1945, dopo la sconfitta del Giappone, in Manciuria 250 mila prigionieri giapponesi erano stati uccisi o lasciati morire dalle truppe sovietiche. Gli USA, dopo i bombardamenti incendiari su Tokyo e decine di altre città giapponesi, con un numero spaventoso di vittime civili, avevano lanciato anche le due bombe atomiche. Il generale statunitense, Curtis LeMay, che aveva preso di mira Tokyo e altre sessantasei città giapponesi per distruggerle dall’alto, in seguito disse: «Suppongo che se avessi perso sarei stato processato come criminale di guerra», aggiungendo che «fortunatamente eravamo dalla parte dei vincitori». Molti giapponesi quindi si chiedevano come potevano questi due Paesi essere tra i giudici del processo.

Andando invece sul fronte dei non processati giapponesi, al primo posto spiccò naturalmente la figura più importante del Giappone, ovvero l’imperatore Hirohito, il quale venne esentato da ogni accusa, ma così facendo fece quasi sembrare dei capri espiatori gli altri, che pur colpevoli si sarebbero sobbarcati anche le colpe dell’imperatore. Inoltre non fu processato il tenente generale Ishiwara Kanji, dell’armata del Kwantung, che aveva guidato la conquista della Manciuria; e il generale Ishii Shiro, responsabile dell’Unita 731, unità segreta giapponese, che, nella Cina settentrionale occupata, aveva fatto esperimenti per lo sviluppo di armi biologiche, alle quali sia gli Stati Uniti sia l’Unione sovietica potevano essere interessate. Tutti questi aspetti sicuramente indebolirono il processo di Tokyo, soprattutto agli occhi dei nazionalisti giapponesi.
Tornando al processo, questo rappresentò un’impresa titanica, infatti, in circa due anni e mezzo, vennero presentate 4.335 prove, 419 testimoni deposero davanti alla corte mentre altri 779 testimoniarono in affidavit, e la trascrizione dei verbali ammontò a 49.858 pagine. La sentenza rigettò la tesi dell’autodifesa del Giappone e condannò quindi, a partire dall’invasione della Manciuria del 1931, il crimine della guerra di aggressione più volte perpetrato dal Giappone. La sentenza poi si occupò degli altri crimini esprimendo condanne sia per i crimini di guerra convenzionali sia per quelli contro l’umanità.

I giudici fornirono una lista orrendamente lunga di stragi di prigionieri di guerra a Hong Kong, in Malesia, in Thailandia, a Sumatra, a Giava, a Timor, in Nuova Guinea, in Indocina e nelle Filippine, nonché un caso di uccisioni di sovietici in Manciuria. Dalla Birmania alla Sumatra i prigionieri di guerra e i detenuti civili erano stati trucidati in massa, perché troppo affamati o malati per essere ancora utili. Tra le testimonianze, quelle da Manila riportavano come la gente venisse data alle fiamme con la benzina e le donne violentate e mutilate, in alcuni casi infilzate con le baionette mentre avevano i neonati in braccio. Non mancarono i passaggi in cui veniva sottolineato il ricorso sistematico della tortura: Infatti i giudici affermarono: «I metodi di tortura sono stati impiegati in tutte le aree in modo così uniforme da indicare una politica sia nell’addestramento che nell’esecuzione». Tra i vari crimini furono ricordati la marcia della morte dei prigionieri di guerra filippini e americani a Bataan; i prigionieri australiani deceduti nella costruzione della ferrovia Birmania-Thailandia; e il saccheggio di Manila. Oltre un milione di filippini erano rimasti feriti o uccisi dall’esercito giapponese.

In quattordici anni di guerra, la popolazione cinese era quella che aveva sofferto più di tutte, con innumerevoli villaggi dati alle fiamme, esecuzioni e stupri di massa e la ripresa del commercio dell’oppio. Naturalmente nella sentenza furono ricordati e condannati i crimini a Nanchino. Qui dal 13 dicembre 1937, nel corso di sei settimane, l’esercito giapponese aveva ucciso più di 200mila persone, fra cui civili e prigionieri di guerra. Durante il massacro numerose donne, anche ragazzine e anziane, vennero sadicamente violentate per poi spesso finire uccise, e dopo la morte inoltre i loro cadevi erano stati mutilati. Se opponevano resistenza e i loro familiari cercavano di proteggerle, venivano uccisi tutti.

Il 12 novembre 1948, vennero letti i verdetti finali della sentenza, che condannò sette imputati alla pena di morte e gli altri al carcere a vita. Tra i condannati alla pena capitali vi erano Hideki Tōjō e Iwane Matsui. La condanna a morte per impiccagione fu eseguita il 23 dicembre 1948 in una prigione di Tokyo. Invece a due di quelli condannati al carcere non venne comminato l’ergastolo: Shigenori Togo fu condannato a 20 anni di carcere e morì in prigione nel 1949; Mamoru Shigemitsu fu condannato a 7 anni di carcere, gli fu concessa la libertà nel 1950 e nel 1952 venne riabilitato, due anni dopo divenne ancora ministro degli Esteri nel gabinetto del primo ministro Ichirō Hatoyama. Alcuni anni dopo, nel 1958, i condannati all’ergastolo furono tutti rimessi in libertà. Da sottolineare che oltre al processo di Tokyo, vennero istituiti, nei Paesi vincitori, altri tribunali che giudicarono 5mila giapponesi, emettendo 900 condanne a morte per gravi crimini di guerra e contro l’umanità.

Nonostante i giudici del processo di Tokyo avessero qualche dissenso, il caso più eclatante fu sicuramente quello del giudice indiano Radhabinod Pal, il quale manifestò per iscritto il suo totale dissenso sia al processo sia ai risultati. Nel suo scritto, Pal giustificò come autodifesa le guerre del Giappone fino ad arrivare a manifestare un esplicito scetticismo riguardo alle prove delle stragi nelle Filippine e in Cina, comprese le uccisioni e gli stupri di Nanchino. Anni dopo, Pal arrivò persino a negare parte dei fatti riguardanti la Shoah. Per il suo giudizio in merito al processo di Tokyo, Pal è oggi un’icona nazionale in Giappone dove viene onorato al santuario di guerra Yasukumi, in cui i visitatori lasciano fiori davanti a un monumento a lui dedicato in una posizione privilegiata, vicino a un museo dalla tematica molto nazionalista. Oggi i conservatori giapponesi si concentrano sul dissenso di Pal quale autentica voce asiatica, ignorando invece le rabbiose denunce del giudice cinese e del filippino, i quali avevano lo stesso diritto di parlare a nome dell’esperienza asiatica durante la guerra.
Molti giapponesi quindi, tra cui gran parte degli esponenti del partito conservatore e una lunga serie di primi ministri nazionalisti, respingono la sentenza di Tokyo definendola «giustizia dei vincitori», e considerano il giudizio di Pal come il vero verdetto morale. Kishi Nobusuke, inizialmente incarcerato perché sospettato di crimini ma poi rilasciato, divenne in seguito primo ministro del Giappone, e in merito al processo di Tokyo scrisse: «è stato essenzialmente una sanzione unilaterale e arbitraria contro una nazione sconfitta da parte di nazioni vincitrici».

Akiko Santo, membro nazionalista della camera dei Consiglieri, poco tempo fa riguardo al processo ha detto: «Credo che sia stato un processo fatto dai vincitori agli sconfitti». Nel dicembre 2013, i politici conservatori giapponesi Koizumi Junichiro e l’allora primo ministro Abe Shinzo, resero omaggio ai caduti in guerra al Santuario di Yasukuni, santuario shintoista al centro di Tokyo, che ricorda 2,5 milioni di morti e dove sono onorati Hideki Tōjō e altri tredici criminali di guerra di classe A. Ciò portò a un’esplosione di indignazione in Cina.
Facendo un parallelo fra il processo di Norimberga e quello di Tokyo, mentre il primo è arrivato a simboleggiare un grande momento di chiarezza morale ed è esaltato dagli avvocati e attivisti per i diritti umani come modello per i recenti sforzi di giustizia internazionale, dalla Bosnia al Ruanda fino all’istituzione della Corte internazionale di Giustizia permanente, il secondo è fronte di grande dibattito ancora oggi ed è visto in maniera contrastante e controversa. Il punto focale è che le potenze vincitrici fecero pochi sforzi per prendere in esame la propria condotta in tempo di guerra e assoggettarsi agli stessi criteri giuridici sostenuti a Norimberga e a Tokyo. Infatti, nonostante l’abbondanza delle violazioni di leggi di guerra in Vietnam, Iraq, Afghanistan e altrove, nessun alto dirigente americano temette di essere perseguito e processato per crimini di guerra. A oggi gli USA, la Cina e la Russia si oppongono alla Corte penale internazionale, istituita nel 1998 e vera erede ideale di Norimberga. Tutto questo deve far riflettere su quanto ancora si debba fare per far rispettare e applicare la giustizia internazionale, derivante come abbiamo visto anche dai processi di Norimberga e di Tokyo.
Andrea Vitello, storico e scrittore, autore, tra gli altri, del libro “Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca”, pubblicato da Le Lettere con prefazione di Moni Ovadia
Bibliografia: G. J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori editore, Milano 2025; M. Flores, Il secolo-mondo. Storia del Novecento II. 1945-2000, il Mulino, Bologna 2002; F. Fiorani, Seconda guerra mondiale. Storia illustrata, Giunti editore, Firenze 2018.
Pubblicato domenica 3 Maggio 2026
Stampato il 03/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/tokyo-la-giustizia-mutilata-che-tradi-la-promessa-di-un-diritto-universale/



