
Era il 1983 quando Toto Cutugno presentava al festival di Sanremo L’italiano, canzone destinata a diventare un vero inno globale all’italianità. Una strofa in particolare colpì l’immaginario di milioni di italiani, tanto da diventare iconica: quella dedicata al Presidente-partigiano Sandro Pertini. Molti oggi associano quelle parole all’esultanza spontanea dell’anziano presidente durante la finale dei mondiali di calcio vinti in Spagna solo un anno prima. Eppure all’epoca non erano affatto scontate.

Chi altri prima (o dopo) aveva celebrato in una canzone pop destinata al grande pubblico un singolo membro di una classe politica altamente screditata o addirittura la Resistenza, fenomeno storico da sempre controverso in Italia? Certo la Resistenza era uno dei cardini su cui si era costruita la Repubblica italiana nel dopoguerra; e c’erano anche stati in passato dei tentativi di fare entrare la lotta di Liberazione nell’immaginario musicale popolare, dalla Festa d’Aprile di Franco Antonicelli (1948) a Oltre il Ponte di Italo Calvino (1959), entrambe musicate da Sergio Liberovici. Ma quelle canzoni erano rimaste confinate in una specifica area politica, minoritaria, per quanto numericamente rilevante.
Con Toto Cutugno l’esperienza partigiana incarnata dal Presidente Pertini diventava mainstream, simbolo di una scelta coraggiosa, radicale, spontanea, realmente patriottica, scevra dalle polemiche ideologiche che ne avevano accompagnato la memoria nei decenni precedenti. Non a caso in quegli stessi anni Ottanta Bella ciao raggiungeva una sempre più vasta notorietà: dopo aver raggiunto una fama planetaria, diventava in qualche modo la “canzone degli italiani”, soppiantando, da una parte, un inno allora percepito come troppo nazionalista e bellicista (“siam pronti alla morte”…), dall’altra, le più ideologiche Bandiera rossa e Fischia il vento. Una breve parentesi, potremmo interpretarla oggi, dopo che il neo-nazionalismo (oggi chiamato sovranismo) dominante e l’offensiva politica antipartigiana degli ultimi trent’anni hanno messo la Resistenza ai margini della memoria pubblica sulla seconda guerra mondiale, dominata dalle violenze della resa dei conti (Il sangue dei vinti) e dalle foibe. E paradossalmente proprio l’innocua e a-ideologica Bella ciao viene oggi definita “divisiva”, talvolta addirittura proibita da qualche solerte amministratore anti-antifascista durante le celebrazioni per la Liberazione.

In Italia peraltro i partigiani avevano vinto, ma il Paese era stato militarmente liberato dagli Alleati occidentali. Nel dopoguerra a governare erano stati quasi sempre gli altri; non i fascisti o i loro eredi politici (come negli ultimi trent’anni), ma i rappresentati della “maggioranza silenziosa”, come si diceva allora, quella “zona grigia” che non aveva avuto il coraggio, l’opportunità, la capacità di fare una scelta. Radicalmente diversa è la storia della Jugoslavia, dove la Resistenza, peraltro guidata esclusivamente dal Partito comunista, non solo aveva trionfato, liberando il Paese con le proprie forze, ma aveva poi governato nei quarantacinque anni successivi. Qui la lotta partigiana aveva rappresentato un cambiamento epocale: per la prima volta andavano al potere le forze popolari di ispirazione marxista, fino ad allora del tutto minoritarie; e per di più governavano in una prospettiva realmente unitaria, avversa ai micronazionalismi etnici.

La Jugoslavia socialista e federale (SFRJ) viene fondata ufficialmente già il 29 novembre 1943, nel cuore della guerra di Liberazione e il leader della Resistenza, Josip Broz, detto Tito, rimase presidente fino alla morte, nel 1980. È naturale dunque che la lotta partigiana venisse percepita dalle autorità jugoslave del dopoguerra come principale fondamento e legittimazione del proprio potere, ottenuto con la forza delle armi, ma anche con un consenso di massa proprio grazie al conflitto contro gli invasori. Sulla Resistenza si costruisce allora una narrazione epica, stereotipata, in gran parte frutto di scelte, se non di imposizioni, da parte della leadership del partito comunista. Secondo questa interpretazione, la lotta di Liberazione era stata una guerra di massa, condotta e vinta da tutti i popoli jugoslavi uniti contro gli invasori e i pochi traditori locali, i collaborazionisti. Si trattava naturalmente di una visione parziale, che ignorava volutamente lo squilibrio tra le diverse componenti nazionali che avevano preso parte alla Resistenza, le centinaia di migliaia di uomini in armi che avevano combattuto con le forze dell’Asse e la brutale resa dei conti di fine guerra. Ma aveva certamente un obiettivo nobile, quello di costruire una società unitaria – pur nelle differenze, valorizzate dalla forma federale dello Stato – saldata nel mito della lotta comune per la Liberazione e contro un nemico ideologico, non nazionale. Per tutti doveva essere chiaro che nazionalismo e fascismo (quasi indistinguibili fra loro) avevano portato morte e distruzione, ed erano stati sconfitti dai popoli jugoslavi uniti in nome di un progresso economico e sociale di stampo marxista.

Negli anni del dopoguerra la Jugoslavia di Tito utilizza diversi media per diffondere questo tipo di narrazione: lapidi, monumenti (tra cui i grandi spomenik in cemento armato che ancora segnano lo spazio ex jugoslavo), libri di narrativa e per bambini, raccolte di documenti, manuali scolastici, trasmissioni radiofoniche e poi televisive, documentari e film. E naturalmente anche la musica. Le più note canzoni partigiane diventano canti popolari, insegnati a scuola, interpretati dai cori di paese, ascoltati in ogni commemorazione ufficiale, sia in versione originale (come questa Mitrajeza – la mitragliatrice)
sia rivisitate con strumenti e stili nuovi (tra le tante la notissima Po šumama i gorama – Per boschi e montagne).
Particolarmente illuminante è la vicenda di Mlada partizanka (Giovane partigiana), interpretata da più autori a partire dagli anni Sessanta, di cui è impossibile stabilire se si tratti di una canzone scritta durante la Resistenza o successivamente.
Diffusa anche nella versione Mala partizanka (Piccola partigiana), la canzone celebra una ragazza (o una bambina) che “impugna il fucile”, “lancia le bombe” e “conduce la guerra” contro il fascismo. Una sorta di corso accelerato di guerra partigiana per le bambine jugoslave, alle quali dunque si insegna che l’emancipazione femminile si raggiunge attraverso la lotta, anche armata.
Alle canzoni partigiane, nei decenni successivi si aggiungono pezzi nuovi, di celebrazione di Tito, dei successi del suo regime e genericamente della patria jugoslava. Il più noto è senz’altro Jugoslavijo
tradotto in tutte le lingue parlate nel Paese, tra cui l’italiano.
Queste produzioni sono incentivate dalle autorità, per esempio attraverso il Festival delle canzoni rivoluzionarie e patriottiche (Jugoslavenski festival revolucionarne i rodoljubne pjesme) che si svolge a Zagabria negli anni Settanta. Tuttavia molti cantanti di successo si prestano a questo tipo di composizioni, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, paradossalmente proprio quando, dopo la morte di Tito, il sistema da lui creato comincia ad andare in crisi. Sono di questi anni le canzoni celebrativi più note: da Druze Tito mi ti se kunemo (Compagno Tito noi ti giuriamo – che è anche l’inizio del giuramento dei pionieri, i bambini irreggimentati dal partito), del cantante romantico Zdravko Čolić, del 1980 a Živela Jugoslavija (Viva la Jugoslavia) della star pop-folk Lepa Brena, interpretata per la prima volta nel programma televisivo di Capodanno del 1985.
In quegli stessi anni i Bijelo dugme, forse il gruppo rock più noto del periodo, incidono una versione riarrangiata di Hej slaveni, l’inno jugoslavo riconosciuto ufficialmente solo nel 1988. Queste produzioni, che potremmo definire genericamente patriottiche, sono il frutto di un investimento politico dall’alto, ma anche di scelte spontanee e autonome di artisti che praticano generi molti distanti tra loro, in un contesto di ampia libertà sul piano artistico-culturale. A differenza di quel che succede in Urss o nei Paesi comunisti del Patto di Varsavia, i generi musicali più amati dalle giovani generazioni negli anni Sessanta-Ottanta (rock’n’roll, cantautorato, pop-rock, punk) non sono osteggiati dal regime. Questi artisti sono anzi perfettamente integrati nel sistema e ne celebrano addirittura talvolta i successi senza alcune costrizioni.
Tale affermazione è ancora più vera nel caso della celebrazione della Resistenza, indotta dalle autorità, ma ancora più sinceramente condotta dal basso. In particolare proprio negli anni Ottanta, in curiosa concomitanza con il successo de L’italiano, si afferma una nuova generazione di giovani musicisti jugoslavi, rappresentata soprattutto da cantautori e rock band, che celebrano nei loro testi la Resistenza. Di fronte alla crisi del sistema, alla “burocratizzazione” delle autorità socialiste al potere da quarant’anni, le nuove generazioni sembrano invocare una “nuova resistenza”, ma soprattutto un ritorno ai valori, agli ideali di solidarietà, sviluppo, fiducia nel futuro che hanno caratterizzato la lotta partigiana. “Jugoslavia, in piedi / Canta, che ti sentano / Chi non ascolterà la canzone / Ascolterà la tempesta!”, cantano sempre i Bijelo dugme in Pljuni i zapjevaj moja jugoslavijo (Sputa e canta mia Jugoslavia) del 1986 pronosticando la tragedia della fine violenta del Paese solo cinque anni dopo.

Evoca la lotta partigiana e la necessità di difendere l’unità del Paese anche la ballata del più noto cantautore jugoslavo Djordje Balašević: Računajte na nas (Contate su di noi), del 1978. “Non voglio neanche menzionare il passato e le battaglie lontane / perché sono nato dopo di queste / Ma la vita davanti a noi nasconde altre battaglie”, canta Balašević. “Io so che ci aspettano ancora cento offensive (…) Il destino dei giorni futuri dipende da noi / e forse questo a qualcuno fa paura / ma nelle nostre vene scorre il sangue dei partigiani / e noi sappiamo perché siamo qui / contate su di noi”.
In quegli anni la Resistenza entra a pieno titolo anche nell’immaginario rock. Nel 1986 la band Plavi Orkestar intitola Smrt fašizmu! (Morte al fascismo!, il più noto slogan dei partigiani jugoslavi) il suo secondo album, dove compare la famosissima Fa, fa fašista. Il testo rammenta l’invasione della Jugoslavia nel 1941, la fuga ignominiosa del re, e condanna senza remore la scelta collaborazionista della ex fidanzata: “Non puoi essere fascista, sennò ti dovrò uccidere”, ripete il ritornello
Già ampiamente diffusa in tutto il mondo, l’italiana Bella ciao vive una nuova stagione di successo anche nel mondo jugoslavo: incisa dal gruppo punk-rock croato Kud idijoti nel 1993 viene poi interpretata più volte negli anni successivi in versione folk balcanica da Goran Bregović, ex chitarrista dei Bijelo Dugme.
In conclusione, la diffusione delle canzoni partigiane e la produzione di pezzi “patriottici” fa parte di una più ampia costruzione simbolica del regime jugoslavo che basa il suo consenso e la sua legittimità essenzialmente sul trionfo nella lotta di Liberazione. Tuttavia la Jugoslavia unitaria e la Resistenza diventano sempre più simboli identitari per i più giovani, quelli nati dopo la guerra, che “ascoltano i dischi e suonano il rock”, per citare ancora Računajte na nas di Balašević. È questa la prima generazione realmente jugoslava, quella che crede davvero negli ideali antifascisti da cui la Jugoslavia è sorta, e che verrà presto spazzata via e in gran parte costretta all’esilio dal trionfo dei nazionalismi e dallo smembramento violento del Paese negli anni Novanta.

Si tratta a ben vedere di una parabola radicalmente diversa da quella vissuta da altri Paesi dell’Est nel corso della Guerra Fredda, dove cantautori e rock band rappresentano una controcultura avversa e invisa al regime. Ma è anche una storia differente da quella italiana, dove l’identificazione con i valori della Resistenza non è mai diventata mainstream e l’omaggio di Cutugno a Pertini rimane un unicum. Oggi anzi assistiamo a un capovolgimento di prospettiva, con la guerra di Liberazione sempre più criminalizzata e una proposta di legge per punire come terroristi coloro che si identificano nell’antifascismo. A celebrare un presidente partigiano oggi si rischia la galera, altro che concorrere a Sanremo!
Eric Gobetti, storico
Pubblicato domenica 26 Aprile 2026
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