Una casualità. Folgorante però. Finire di leggere il libro di Ece Temelkuran, Stranieri come te. La nazione degli esclusi nel nuovo millennio (uscito per Bollati Boringhieri), il 18 aprile, nel giorno in cui a Milano, in piazza del Duomo, si tiene la manifestazione sovranista della Lega è una circostanza fortuita eppure illuminante. Mentre sul palco si alterna il peggio delle destre europea; mentre scorrono le immagini di una piazza (in realtà semivuota) che urla “remigrazione”, “padroni a casa nostra”, improvvisamente chi scrive capisce che quel malessere che molti di noi si portano dentro da tanto, quel sentirsi fuori posto e a disagio in un paese che fatichiamo a riconoscere, ha una parola per definirlo: siano anche noi stranieri.

Matteo Salvini parla sul palco della manifestazione del 18 aprile 2026 a Milano

Fortunati, certo, rispetto a quelli che salgono su barconi malmessi rischiando la vita, a quelli che viaggiano stipati nei Tir per venire ad essere sfruttati nelle nostre campagne. Nondimeno anche noi stranieri. Per esserlo non necessariamente occorre essere rifugiati, immigrati, provenienti dai tanti Sud del mondo.

La giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran

Si può essere stranieri nel Paese in cui si è nati, nelle strade che si pensava di conoscere e che, invece, sembrano portare da un’altra parte. Si può essere stranieri assistendo alle indecenze della destra di governo, alla mostruosità giuridica ed etica dell’ennesimo decreto sicurezza. Siamo stranieri quando il linguaggio pubblico si ammala, quando la “casa” diventa un bunker identitario, ci avverte Temelkuran.

(Imagoeconomica, Carlo Carino by Ai Mid)

Eppure Stranieri come te non è un libro disperato. Perché lo straniero, in questo libro, non è soltanto una figura geografica. È una condizione morale. È chi si accorge che il mondo sta scivolando verso l’intolleranza e decide di non considerarlo normale. È chi avverte che il linguaggio pubblico si sta degradando e rifiuta di abituarsi. Una nazione in fieri quella degli stranieri, una “nazione mobile di individui esclusi, dispersi, nostalgici, che ogni giorno ricostruiscono la propria vita dal niente. Siamo tanti… così tanti, che se ci contassimo potremmo scoprire di essere la maggioranza” scrive Ece Temelkuran.

Quando le lettere si scrivevano a mano e le buste sigillate con la ceralacca

Lei la condizione di straniero la conosce bene. Giornalista e intellettuale turca, costretta all’esilio dopo aver denunciato la deriva autoritaria del proprio paese, osserva con lucidità come fenomeni simili si stiano diffondendo in molte parti del mondo.  In questo scenario inquieto, Temelkuran compie una scelta narrativa originale e potente: scrivere agli “stranieri” del mondo. Stranieri come te è infatti una sorta di filosofia politica in forma epistolare, una raccolta di lettere scritte nell’arco di tre anni tra Amburgo, Berlino, Londra, Zagabria. Lettere indirizzate a chi non ha rinunciato a un senso di dignità, di coesione sociale, di progettualità per un futuro migliore. Ed è con questa consapevolezza che il libro si apre come un dialogo intimo e universale insieme, con una domanda semplice e disarmante:

Mio caro straniero, dimmi di te. Sei a casa? Ti senti a casa? Per quanto tempo ancora?

Il presidente turco Erdogan con Giorgia Meloni (Imagoeconomica)

Lo sguardo della scrittrice turca è quello di chi ha già visto accadere ciò che altri stanno appena iniziando a percepire. Italia e Turchia sono poi così lontane? La Turchia, certamente, non è uno specchio del presente italiano: è lo specchio del suo possibile futuro. Il Paese mediorientale mostra cosa succede quando una lunga sequenza di piccoli slittamenti democratici diventa sistema. Non è nata come regime autoritario. Per anni è rimasta formalmente una democrazia pluralista: elezioni regolari, partiti di opposizione, stampa non completamente silenziata.

Ankara. Grande Assemblea Nazionale turca, 2022

Eppure, nel tempo, pezzo dopo pezzo, i contrappesi si sono indeboliti. Prima le pressioni sui media, poi la delegittimazione dell’opposizione, poi la concentrazione del potere esecutivo, fino alla trasformazione istituzionale che ha consegnato alla presidenza un controllo quasi totale dell’architettura politica. Nessuno di questi passaggi, preso singolarmente, sembrava decisivo. Ogni volta veniva spiegato come un aggiustamento tecnico, una necessità di governabilità, una risposta a emergenze politiche o di sicurezza. Ma la somma di quei passaggi ha prodotto un sistema in cui il potere si è progressivamente verticalizzato, e in cui i contrappesi democratici esistono sempre più sulla carta e sempre meno nella realtà.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma i sintomi che si osservano oggi ricordano, inquietantemente, alcune fasi iniziali di quel processo.