Ci sono uomini la cui esistenza assume il profilo della testimonianza. Ennio Carando è uno di questi. Filosofo, educatore, militante antifascista, primo animatore e organizzatore del CLN della Spezia, poi ispettore nelle Brigate Garibaldi in Piemonte, Carando incarna con nettezza una figura di intellettuale che non separa mai il pensiero dalla vita, la coscienza dall’azione. A ricostruirne il volto, con rigore documentario e passione civile, è Giorgio Pagano nel volume Ennio Carando. Un filosofo nella Resistenza (Biblion Edizioni, dicembre 2025), libro che restituisce spessore storico a una personalità troppo a lungo rimasta sullo sfondo della memoria pubblica.

C’è un episodio, nella biografia di Carando, che basta da solo a restituirne la tempra morale. Quando il giovane professore di Pettinengo, nel Biellese, riscuoteva lo stipendio, tratteneva il necessario per vivere e il resto lo trasformava in doni agli amici, in libri per i suoi studenti. In questo semplice gesto c’è tutta la sua personalità: la generosità, l’ottimismo e un’idea aperta e accogliente della cultura. Pagano segue questa traccia e mostra sin dalle prime pagine come la Resistenza, in Carando, è il compimento di un itinerario interiore che aveva già da tempo trovato nella filosofia il proprio riferimento. Il suo antifascismo non nasce da un mero posizionamento politico, quanto, piuttosto, da un rifiuto profondo e radicale della menzogna, della sopraffazione, e della violenza su cui il regime fascista si reggeva.

Quando, nel 1943, si iscrive al Partito comunista, Carando dà forma politica a una convinzione etica che lo abitava da tempo. È un comunismo “non marxista”, un comunismo “utopistico”, in cui c’è più Platone e Campanella che marxismo-leninismo, per dirla con Vittorio Enzo Alfieri, filosofo e docente universitario che lo conobbe. La vicinanza alle donne e agli uomini semplici – come confermano le testimonianze raccolte nel libro – è un tratto essenziale del suo modo di essere.

Pagano, attingendo ai ricordi di un allievo savonese di Carando, Giuseppe Noberasco – che fu tra gli organizzatori dell’insurrezione di Genova nell’aprile 1945 e negli anni Settanta parlamentare comunista – si sofferma sugli incontri che si tenevano il giovedì pomeriggio, a Torino, in casa di Ludovico Geymonat, tra il 1938 e il 1939. Vi partecipavano, tra gli altri, Cesare Pavese, Giovanni Guaita, Luigi Capriolo (tornitore in legno, impiccato dai tedeschi nell’agosto 1944, comunista antidogmatico che esercitò un forte fascino sia su Carando sia su Geymonat), Natalia Ginzburg e il giovanissimo Gaspare Pajetta, ucciso dai tedeschi in Val d’Ossola il 13 febbraio 1944. Ebbene, a Pajetta che metteva sotto accusa gli intellettuali e – racconta Noberasco – “insisteva per impegni pratici, concreti, immediati”, perché “occorrevano fatti e non parole”, un giorno Carando ribatté che “insegnare ai giovani l’amore per la libertà è un fatto; è lotta concreta contro la dittatura”.

Perché Carando aspetta il 1943 per aderire al PCI? La risposta che dà Pagano è che “lo fece per poter parlare in modo più libero e aperto agli studenti e portarli così a illuminare e convertire all’antifascismo”. A questo scopo il professore biellese scrive nel 1939 uno “strano volumetto” – Geymonat in un ricordo del 1955, ne riporta ampi stralci – che restituisce pienamente la sua visione del mondo. Scrive Carando: “Il vero riformatore deve sapersi meritare con la sua spiritualità la fiducia che esige dai subordinati. Non bastano i bei programmi… sui programmi generali l’uomo comune non è in grado di pronunciare un giudizio filosoficamente fondato; sul carattere, invece, sull’integrità della vita morale di un individuo, chiunque può giudicare con competenza. È con questa integrità che il vero riformatore deve distinguersi dal falso”.

La figura di Carando sfugge alle categorie rigide della storia politica del Novecento. Per lui “al centro della filosofia c’è l’etica: poi la traduzione in azione, senza cui l’etica non ha senso. E l’etica è anche al centro dell’azione. Senza un principio etico universale non c’è più neppure l’azione politica, la capacità creativa dell’umano”. In Carando, scrive Pagano, “c’era uno spirito ‘religioso’, nel senso lato del termine, un ethos che assunse una forma sacrificale. Ci fu in lui una connessione del comunismo con la ‘religione’ che, in forme assai diverse, caratterizzò molte tipologie della militanza comunista”. Nel percorso del docente biellese un ruolo decisivo lo ha Piero Martinetti. Martinetti, uno dei dodici professori universitari che rifiutarono il giuramento al fascismo nel 1931, fu per Carando la prova vivente che la filosofia non poteva limitarsi a pensare il mondo, ma doveva anche saperlo giudicare e cambiare. Da lui Carando eredita – e lo porterà fino alle estreme conseguenze – l’idea che la verità venga prima dell’opportunità e che l’intellettuale abbia il dovere di non piegarsi al potere quando questo chiede complicità e cieca obbedienza.

L’interesse di Carando per la pedagogia, scrive Pagano, era strettamente legato alla filosofia: educare era cioè il “fare” della filosofia, il promuovere la vita dello spirito. E la stessa cura per i giovani si ritrova in Martinetti che, nel discorso agli universitari Canavesani del 1926, sosteneva: “L’Italia ha tutte le apparenze di un Paese altamente civile. Ma la civiltà di un Paese non si misura dalle apparenze, dal numero delle automobili che corrono o dal lusso delle donne. Ma noi dobbiamo piuttosto chiederci: a che livello sono le scuole, le università, le biblioteche? Qual è in Italia la fortuna del libro? A che livello è la cultura media della sua borghesia?”. E parlava ancora Martinetti della “cultura superficiale e ciarlatanesca, che ha invaso la nostra vita”. Parole pronunciate nell’Italia fascista e che potrebbero essere ripetute, come monito accorato, anche per il nostro confuso presente.

Nel 1936 Carando vince il concorso e diviene professore di ruolo a Modena. Geymonat, che gli fu amico e condivise con lui le suggestioni intellettuali della piccola comunità raccolta attorno a Martinetti, lo considera l’esempio eminente di un intellettuale capace di unire pensiero e azione, educazione e impegno civile. Geymonat si interroga anzitutto se Carando possa essere considerato un vero filosofo, giungendo a una risposta originale: egli lo è “in senso socratico, cioè essenzialmente un educatore. Educatore non solo di giovani, ma di quanti avevano la fortuna di avvicinarlo”. Insegnare, per lui, significa risvegliare la coscienza, stimolare il pensiero critico, sottrarre la mente alla passività. La scuola non era un recinto, ma un luogo di libertà. Dalla lezione martinettiana, Carando eredita l’idea che la filosofia non possa ridursi a speculazione astratta, ma debba incarnarsi nella vita concreta, diventando criterio di giudizio e guida per l’azione. Il rifiuto del compromesso, la fedeltà alla propria coscienza, la centralità della verità come valore non negoziabile: sono questi gli elementi che preparano, ben prima degli eventi bellici, la scelta resistenziale. Quando il fascismo impone la sua logica di violenza e menzogna, Carando non fa altro che trarre le conseguenze di un orientamento già pienamente formato.

Nell’anno scolastico 1939-1940 sceglie di vivere ad Albissola: prende l’autobus, ascolta i discorsi della gente, si avvicina ai giovani. Lo stesso fa alla Spezia nell’anno scolastico successivo: “prese casa a Levanto, sempre per poter viaggiare e discutere, questa volta in treno”. Alla Spezia e a Levanto prende contatti col PCI. Presto entra a far parte del gruppo dirigente del partito. Dopo il 25 luglio il professore – “Cesco” per i compagni – diventa il rappresentante del PCI nel CLN spezzino ed è tra gli animatori degli scioperi di marzo in Liguria e Piemonte. “Siamo all’inizio di una nuova epoca e gli avvenimenti prossimi e futuri saranno certamente grandiosi e degni di essere vissuti”, scrive il 29 luglio 1943 a Ernestina Bruno, madre di un suo allievo savonese precocemente scomparso. Nel 1944 sale in montagna. “Avendo saputo che uno dei suoi allievi arruolatosi nelle file partigiane della 1ª Divisione era caduto combattendo, quantunque una grave infermità fisica lo rendesse quasi cieco e lo dispensasse onorevolmente dalla guerra partigiana, e benché gli venissero offerti posti di responsabilità dal suo partito a Torino, si portava in montagna”, è scritto nella scheda redatta dal CLN Piemonte.

In montagna Ennio ritrova il fratello Ettore, “Arturo”, capo di stato maggiore della brigata garibaldina. A Ennio spetta il compito di coordinare i gruppi di “polizia partigiana” nei paesi controllati dai partigiani, incaricati di garantire l’ordine pubblico in mancanza di ogni autorità costituita. Si muove da una località all’altra e la sua fama raggiunge anche il parroco di Villafranca, don Domenico Grosso: “Avevo spesso sentito parlare del professore (…) godeva di una grande autorità e di un grande ascendente in tutto il movimento partigiano. In ogni pratica di una certa importanza si attendeva di conoscere il parere del professore, si decideva solo dopo averlo sentito. Era come un personaggio leggendario, che faceva le sue apparizioni ora in una località, ora in un’altra, a portare serenità, coraggio, fiducia e una sicura direttiva”. La morte, però, è vicina.

Il 5 febbraio 1945, a Villafranca Piemonte, Ennio e Ettore Carando cadono sotto il fuoco nazifascista insieme a Leopoldo Lanfranco, vicecommissario partigiano. Probabilmente l’arresto è dovuto a una delazione. A rivendicare l’eccidio è il presidio della Brigata Nera di Pinerolo come azione di rappresaglia dopo l’uccisione di un fascista. Quella notte morivano tre figure diverse – un professore di filosofia, un operaio specializzato, un ingegnere e capitano di artiglieria – simboli, come disse Geymonat, della nuova Italia nata dalle ceneri del regime fascista.

Il libro di Pagano riesce a restituire tutto questo con una scrittura limpida e partecipe. E nel farlo ricorda che figure come Carando non appartengono soltanto al passato: continuano a parlare al presente, perché ci obbligano a misurare la distanza tra ciò che si pensa e ciò che si è disposti a fare. La sua lezione, oggi, è tutta qui: nella possibilità di una vita in cui la verità non resti un principio astratto, ma diventi forma concreta della responsabilità. Se la Resistenza continua a parlarci è anche attraverso figure come la sua, che non appartennero alla storia soltanto per averla attraversata, ma per averle dato, nel momento decisivo, una forma morale.
Pubblicato lunedì 4 Maggio 2026
Stampato il 04/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/il-prof-la-coerenza-come-destino-e-la-lezione-piu-difficile/



