
Il 14 maggio il villaggio minerario di Niccioleta/Bagno di Gavorrano (Comune di Massa Marittima, Grosseto), nell’ambito del progetto “Memorie di Resistenza”, ha accolto circa cento ragazze e ragazzi impegnati nel servizio civile nelle strutture ARCI della Toscana e di Viterbo, per una giornata dedicata alla memoria dell’eccidio della Niccioleta del 1944, alla Resistenza e ai valori dell’antifascismo. L’iniziativa, promossa dal coordinamento regionale Arci, si è svolta con il coinvolgimento dell’ANPI nazionale, con la partecipazione di Claudio Maderloni, dell’ASC nazionale e regionale, della sindaca di Massa Marittima, dell’ANPI provinciale “Norma Parenti”, delle sezioni ANPI “Martiri di Niccioleta” di Massa Marittima e ANPI “Agresti Campori” di Gavorrano-Scarlino.
È stata una giornata intensa, costruita attorno a un luogo fondamentale della memoria, ma soprattutto alle vite e alle storie dei minatori che qui vissero, lavorarono e furono uccisi. La memoria dei martiri di Niccioleta e di Castelnuovo di Val di Cecina narra le storie di uomini semplici, capaci di costruire legami profondi di solidarietà, di mutuo aiuto, di dignità del lavoro nonostante le condizioni di vita durissime. La maggioranza di loro proveniva dal Monte Amiata, una montagna di acqua, di miniere ed emigrazione. Nella prima metà del Novecento si viveva una vita sempre sospesa tra miseria e povertà.
Quella dei minatori era un’esistenza segnata da una fatica quasi disumana, da sacrifici incredibili, da una dedizione al lavoro totale. La miniera era anche sfruttamento, malattia, paura del licenziamento e delle migrazioni stagionali in Maremma. “La legge del profitto degradava a proprio strumento le povere esistenze dei nostri minatori, le gettava nelle viscere della terra a respirare la micidiale polvere di cinabro e, di tempo in tempo, le relegava nella disoccupazione, obbligandole a sognare come paradosso quel lavoro che invece era un inferno” (E. Balducci).
I minatori-martiri di Niccioleta sapevano che perdere quel luogo di lavoro significava condannare intere famiglie alla fame e all’emigrazione. Per questo organizzarono turni di sorveglianza alla miniera e compilarono liste con i nominativi dei minatori incaricati di scambiarsi i turni di guardia. Quelle liste finirono però nelle mani dei nazisti, grazie alla collaborazione dei fascisti locali.
All’alba del 13 giugno reparti di polizia nazista, circondarono il villaggio di Niccioleta nel Comune di Massa Marittima (Grosseto), rastrellarono tutti gli uomini, concentrandoli davanti al dopolavoro, quindi ne fucilarono sei, trovati in possesso di armi e altri oggetti compromettenti (un fazzoletto rosso, un lasciapassare partigiano) e trasferirono gli altri nella vicina Castelnuovo di Val di Cecina, da dove i tedeschi erano partiti la mattina presto.

Qui nel giorno 14, dopo un’estenuante attesa nei locali dell’ex cinema, i prigionieri furono divisi in tre gruppi. Un primo gruppo, composto da 77 persone, fu portato in un pendio alla periferia del paese, un “vallino” accanto alla centrale elettrica (funzionante, come le altre nella zona, sfruttando l’energia dei soffioni boraciferi), dove furono assassinati con raffiche di mitragliatrici in precedenza piazzate sul posto.
Un secondo gruppo, di 21 giovani in età di leva, fu trasportato a Firenze e da lì deportato in Germania (ma quattro persone riuscirono a fuggire lungo il tragitto); un terzo contingente di uomini, di circa cinquanta persone (i più anziani), fu liberato e fece ritorno al villaggio minerario. La memoria dei martiri di Niccioleta non appartiene soltanto alla storia locale, ma ci consegna ancora oggi il valore profondo della loro umanità: la religione del lavoro e della famiglia, “quell’essenziale religione del popolo che avevano vissuto con dignità fino a morirne”.

La giornata del 14 maggio è stata come comporre un mosaico che, poco alla volta, trovava i suoi tasselli: il luogo della memoria, la Resistenza, l’eccidio, le persone. Tutto questo si è intrecciato con l’insegnamento di Ernesto Balducci, figlio di minatore e compagno di scuola dei martiri e con quello di Lorenzo Milani, entrambi condannati per l’obiezione di coscienza; con la storia del servizio civile e con i giovani e le giovani dell’ASC che hanno saputo scegliere liberamente da che parte stare: dalla parte della difesa della dignità umana e della costruzione di una cultura della pace. L’obiezione di coscienza e il servizio civile hanno camminato insieme a questi due grandi maestri quando ancora queste parole erano considerate scomode, perfino pericolose.
Entrambi pagarono un prezzo alto per avere affermato il diritto della coscienza a non piegarsi alla logica della guerra e dell’obbedienza cieca. Difendere gli obiettori significava allora affermare che la patria può essere servita anche senza le armi; che la pace non è rinuncia o passività, ma responsabilità civile, solidarietà, giustizia sociale, tutela dei più fragili. Ed è questo il senso più profondo del servizio civile.
I ragazzi e le ragazze presenti a Niccioleta hanno scelto liberamente di dedicare tempo, energie e responsabilità agli altri. Ed è proprio questa libertà a rendere la loro scelta ancora più preziosa. In un tempo attraversato da guerre, riarmo e linguaggi di contrapposizione, il servizio civile rappresenta una testimonianza concreta di un’altra idea di società e di “difesa della patria”: una difesa fondata sulla cura delle persone, sulla memoria, sulla convivenza e sulla pace; in altre parole, sulla tutela e sull’attuazione della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza.

“Quando più alto si fa in me il fastidio morale per questo mondo, mi capita di tornare a quegli anni lontani, in quella piccola scuola invasa dalla tramontana, dove l’idea della prepotenza cercava di corromperci. Non c’è riuscita. Ma mentre Eraldo, Aldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pagato con la vita la fedeltà al vero, io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo? Celebriamo la Resistenza, che fu un immenso, glorioso sogno di pace, e nel frattempo lasciamo che i nazisti dell’anno 2000 vadano disseminando su tutto il pianeta gli ordigni della morte. Questo sì che è un tradimento” (E.B).
Antonella Coppi. presidente provinciale ANPI Grosseto “Norma Parenti”
Altre notizie sulla giornata del 14 maggio
Ad aprire il percorso della memoria sono stati gli interventi di Nadia Pagni, dell’ANPI di Massa Marittima e della presidente di ARCI Servizio civile Toscana, Sara Bandecchi, che hanno ricostruito le vicende dell’eccidio di Niccioleta, illustrando ai giovani quanto avvenne nel giugno del 1944, quando settantasette minatori furono trucidati dai nazifascisti (le vittime furono complessivamente 83).

Successivamente i ragazzi hanno visitato il villaggio minerario accompagnati dalle guide della Cooperativa “Zoe” dei Musei di Massa Marittima, ripercorrendo la storia della comunità mineraria e dei luoghi della strage. Prima del pranzo alla Casa del Popolo di Bagno di Gavorrano sono intervenuti il presidente nazionale dell’ARCI, Rosario Lerro, e la presidente provinciale ANPI “Norma Parenti”, di Grosseto, Antonella Coppi, che hanno evidenziato il valore del servizio civile come esperienza di crescita, partecipazione e costruzione di una coscienza democratica, sottolineando l’importanza di far conoscere ai giovani i luoghi simbolo della Resistenza e delle stragi nazifasciste.
Nel pomeriggio la giornata è proseguita con la visita alla Casa del Popolo e con un momento di restituzione collettiva dell’esperienza vissuta, durante il quale i partecipanti hanno condiviso riflessioni ed emozioni. Le conclusioni sono state affidate a Daniela Antonini, ANPI di Scarlino-Gavorrano, che ha richiamato l’importanza di mantenere viva la memoria delle stragi nazifasciste e di trasmettere alle nuove generazioni i valori dell’antifascismo, della pace e della giustizia sociale.
Pubblicato lunedì 18 Maggio 2026
Stampato il 18/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/sul-luogo-della-strage-dei-minatori-di-niccioleta-con-i-giovani-del-servizio-civile/


