Quanto vale la nostra personalità? E soprattutto quanto costa? E la nostra voce? Il nostro viso? Se anche noi non ce ne curassimo sta di fatto che siamo unici. Forse il vantaggio di essere imperfetti, di essere umani. In un momento storico complesso e attraversato da grandi trasformazioni, la rivoluzione dell’IA ci costringe a riflettere sulla nostra unicità. Perché siamo unici, e siamo preziosi. Soprattutto per il mercato.

Sempre più di frequente ci troviamo di fronte ai cosiddetti deepfake, imitazioni digitali realistiche di volto e voce. Li abbiamo visti spesso – quasi indistinguibili dalle persone reali in oggetto – durante le campagne elettorali degli ultimi anni un po’ in tutto il mondo. Lo strumento, man mano che viene usato, diventa sempre più sofisticato e con l’utilizzo dei deepfake vengono commessi molti reati. Questo riguarda quindi tutti.

Senza nulla togliere al diritto di satira e parodia, l’utilizzo distorto di deepfake può essere molto pericoloso. La buona notizia è che per esempio in alcuni Paesi – come si sta facendo col divieto dell’uso dei social media ai giovanissimi – i legislatori si stanno interrogando e stanno avanzando azioni mirate. In Europa siamo ancora agli inizi ma la Danimarca, sull’onda di un intenso dibattito interno, ha formulato emendamenti alla legge in materia di diritto d’autore UE che attribuirebbero a ciascun cittadino maggiori diritti sull’immagine del proprio volto e sulla propria voce. Lo scopo è quello di fornire maggiori strumenti di contrasto ai deepfake, la tecnica appunto per la sintesi dell’immagine umana fondata sull’intelligenza artificiale, utilizzata allo scopo di combinare immagini e sequenze video realmente esistenti con video o immagini non originali.
Per i cittadini danesi le norme di Bruxelles non sono sufficienti. Per questo il governo danese ha inviato di recente degli emendamenti alla Commissione europea. La questione non è solo danese, ma rappresenta, in qualche modo, un messaggio all’UE da parte di uno Stato membro: un avviso con cui si sottolinea che le attuali tutele e gli attuali strumenti, derivanti anche da normative comunitarie, non bastano a contrastare un fenomeno in pericolosa, massiccia diffusione. Le modifiche si sostanziano in due ambiti. Il primo è basato sul concetto di protezione generale del soggetto contro le imitazioni improprie e realistiche, realizzate a mezzo di strumenti digitali, delle sue caratteristiche personali. Il secondo ambito è indirizzato alla protezione contro le imitazioni realistiche, generate in via digitale, di artisti.
Qualsiasi persona imitata deve prestare il proprio consenso, non implicito, perché l’imitazione esca dall’illecito per entrare nel lecito e nell’autorizzato. La protezione durerebbe 50 anni dopo la morte del soggetto, con una tutela simile a quella del diritto di autore. Nelle note inviate dalla Danimarca alla Commissione si chiarisce però che la legge sul diritto d’autore è solo il veicolo, perché i diritti previsti attengono alla sfera della personalità, e conseguenti nuovi strumenti per la loro difesa. Bisognerà capire la modalità attraverso cui potrebbero essere individuate le norme che consentono di esercitare queste difese. A livello europeo sembra che questo compito potrebbe essere assolto dal Digital Service Act (che già serve per la rimozione di contenuti illegali) per proteggere gli utenti da eventuali danni, compresi i contenuti che violano il diritto d’autore.

Recentemente l’Irlanda ha annunciato interesse verso l’ipotesi danese. Tuttavia, è indubbio che, come sottolineato da più Paesi, non è possibile combattere il deepfake solo con strumenti coercitivi. La chiave come sempre di tutto è il buonsenso, rendere consapevoli i cittadini, informarli correttamente perché la sola via della tutela del diritto d’autore, o meglio dei diritti della personalità, potrebbe essere riduttiva. I più critici si pongono, invece, la domanda se vi sia reale necessità di nuovi diritti o dell’attribuzione di nuovi diritti per difendere i cittadini dai deepfake, dato che già sono presenti altre norme a tutela, a cominciare dal furto di identità.

Le modifiche alla legge danese, ora che sono state notificate alla Commissione, entreranno in vigore a luglio di quest’anno. Nel 2017 in “Quello che non so di lei” il regista Roman Polanski trattò il tema di una scrittrice e dell’imitazione o manipolazione della sua identità. La storia segue Delphine (interpretata da Emmanuelle Seigner), una scrittrice di successo che, dopo aver pubblicato un libro molto personale, entra in una crisi creativa e psicologica. In questo momento di vulnerabilità, incontra Elle, una giovane donna affascinante e misteriosa che lavora come ghostwriter e diviene presto la sua ammiratrice, confidente e, infine, la sua manipolatrice. Elle inizia un processo di imitazione e sostituzione, prendendo gradualmente il controllo della vita di Delphine. Il film si sviluppa come un thriller psicologico basato sull’ambiguità tra realtà e finzione, complice e avversaria, esplorando appunto il tema del “doppio”. Il film non tratta esplicitamente il tema del deepfake digitale ma attraverso le atmosfere del thriller psicologico ci fa intravedere i temi dell’impersonificazione e della manipolazione.

Va sottolineata la parola vulnerabilità. Ora che tutto è Intelligenza Artificiale (che potrebbe rivelarsi in futuro anche una grande bolla) è importante essere vigili, curiosi e aperti certo, ma attenti alle insidie.
Pubblicato lunedì 20 Aprile 2026
Stampato il 02/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/approdi/i-deepfake-e-la-nostra-meravigliosa-sgangherata-unicita/


